Il primo settembre 1939 inizia la seconda guerra civile1 tra popoli europei, terminerà con la morte dell’Europa come potenza internazionale.

Il primo settembre 1939 le cambiali firmate, gli errori commessi vengono al pettine. La totale incomprensione della natura dei due totalitarismi nati e cresciuti in Europa, l’isolazionismo americano, il pacifismo sordo ad ogni evidenza, il rifiuto agli allarmi che uomini che sapevano guardare lontano lanciavano, la debolezza, la mediocrità, l’incapacità dei dirigenti delle due democrazie ad assumere una comune politica di difesa, portarono a una “guerra di religione” come la definì Benedetto Croce. Circa cinquanta milioni di esseri umani non ne videro la fine.

Chamberlain: “raggrinzito, abbattuto e invecchiato”, così alla BBC il 3 settembre alle ore 11,15, parla al popolo inglese: “È per tutti noi un giorno ben triste […] e per nessuno è più triste che per me […] Obiettivo della guerra la distruzione dell’hitlerismo […] la restaurazione della libertà in Europa”.

Alle 12,30 dello stesso giorno l’ambasciatore francese Coulondre comunica a Ribbentrop l’inizio delle ostilità dalle cinque del pomeriggio. Daladier in un discorso al popolo francese esprime la sua amarezza: “Siamo in guerra perché siamo stati obbligati”. La Francia entra in guerra "à reculon”, sotto la pressione dell’alleato.

La politica dell’appeasement, il tentativo di creare un nuovo equilibrio con ragionevoli rettifiche ai confini stabiliti a Versailles è fallita. Era una politica obbligata dalla pochezza degli armamenti e dal rifiuto dell’opinione pubblica a usarli, un’opinione pubblica sostanzialmente pacifista che non percepiva minacce alla sicurezza collettiva e che fino all’ultimo si illuse sul disarmo, sul prevalere dell’utopia sulla realtà.

Il clima era grandemente diverso da quello dell’agosto 1914 quando i giovani europei erano andati lietamente alla guerra, “la der des der", l’ultima delle ultime, la “festa crudele” dalla quale moltissimi non sarebbero tornati. In Francia la memoria dell’immane eccidio, 1.400.000 morti, 800.000 grandi mutilati, due milioni di non nati, era incisa nei cuori e nelle coscienze e la guerra nel 1939 fu accolta con rassegnazione, tuttavia i figli dei soldati del 1914 andarono al fronte con disciplina e la percentuale dei disertori fu bassissima, solo l’1%.

 

La fiducia nei capi era assoluta. Come si potevano mettere in dubbio le parole di Weygand: “L’esercito francese ha il valore più grande di alcun momento della sua storia; possiede un materiale di prima qualità, delle fortificazioni di prim’ordine, un morale eccellente e un Alto Comando di valore. Noi non desideriamo la guerra ma se saremo obbligati a guadagnarci una nuova vittoria, noi la guadagneremo”. Si aggiungeva Gamelin che nell’agosto 1939 garantì al primo ministro: “Possiamo affrontare un conflitto, abbiamo una discreta parità negli armamenti”.

Anche in Germania mancano manifestazioni di entusiasmo, ma la fiducia nel führer è altissima e scende in campo un esercito espressione di un popolo coeso, organizzato, disciplinato con il culto dell’autorità. Nessuno si oppone a un regime che si pone per obiettivo l’eliminazione fisica di gruppi etnici considerati inferiori. La passività della Francia, confermata dall’esistenza di una vasta parte dell’opinione pubblica pronta a qualsiasi umiliazione pur di conservare quel bene supremo che era la pace, dava spazio a Hitler di scegliere il metodo e il periodo per aggredirla. Si unisce a questa coscienza il desiderio della rivincita in quanto in Germania non è mai stata percepita in tutta la sua gravità la sconfitta del 1918: la guerra si era svolta in territorio nemico, gli Alleati non erano entrati in Berlino, l’esercito, invitto, si era ritirato in perfetto ordine. Hitler, come sostiene A.J. P. Taylor fu “la cassa di risonanza della nazione tedesca”.
    La Francia inizia la guerra in solitudine, aveva perso gli alleati del 1914: Italia e Giappone nemici, Belgio, Jugoslavia e Romania trepidi neutrali, Russia sodale della Germania: solo la Polonia resta fedele e sarà tradita. Dell’alleata Gran Bretagna in una nota del Deuxième Bureau si osserva che non era in grado di produrre uno sforzo militare serio prima di sei mesi dall’inizio del conflitto. A questo era ridotto il grande impero che controllava un quarto del globo, a, come scrive Paul Kennedy, un: “ […] bastone debole e instabile su cui appoggiarsi per contenere l’espansionismo tedesco”
     L’ammiraglio Keynes nel maggio 1932 aveva affermato: “Noi siamo un popolo lento a imparare e svelto a dimenticare. Ricordiamo le nostre vittorie e i nostri successi ma tendiamo a dimenticare le sempre ricorrenti lezioni della storia, che ha registrato con infallibile regolarità le umiliazioni e le sconfitte che abbiamo sofferto quando le nostre forze armate e la marina sono state abbandonate al declino e al decadimento solo perché gli orizzonti politici apparivano al momento sereni”.
     I due Alleati scendevano in guerra col manifesto intento di non farla, in questo ricordando l’Italia di Mussolini. La difesa, dice Clausewitz, è una posizione strategicamente forte ma intellettualmente debole. Hitler, senza minacce alle spalle, sostenne che gli Alleati volevano un Kartoffelkrieg “una guerra delle patate”, basata sul blocco economico.
     La Polonia è la prima vittima della guerra. In 36 giorni, è liquidata, con l’aiuto dell’Unione Sovietica e nonostante una strenua resistenza. Lo stupore nei comandi alleati, nell’opinione pubblica, tra gli esperti militari è grande. È aumentato dalla deception messa in opera dagli uffici di propaganda germanici che veicolano con grande capacità notizie vere o false o parzialmente vere o false per dare della Wehrmacht un’immagine grandemente esagerata e diversa dalla realtà. Va ricordato che nei paesi saldamente in mano a un dittatore le possibilità dei servizi di propaganda sono di molto aumentate.

Siamo di fronte a un classico esempio di deception che, nella Joint Publication del Joint Chiefs of Staff del 1996, riveduta e ripubblicata nel luglio 2006, è così descritta: “L’insieme di azioni messe in atto per ingannare (mislead) deliberatamente i decisori avversari riguardo alle proprie capacità, intenzioni e operazioni, in modo da indurre l’avversario ad intraprendere determinate azioni (o non-azioni) che daranno un contributo alla riuscita della propria missione”.

Un classico esempio fu la sapiente opera intimidatoria che Goering effettuò con l’invito rivolto al generale Vuillemin il 17 agosto 1938 per una visita a aeroporti, impianti e attrezzature della Luftwaffe. Il comandante dell’aeronautica francese tornò allarmato e al Presidente del Consiglio, al Ministro degli Esteri e a quello dell’Aeronautica confessò: “Se la guerra scoppia in 15 giorni l’aviazione sarà ridotta a niente”. Calmo, serafico Gamelin osserva che: “È il totale che conta, non le parti” e l’aeronautica era solo una parte del tutto.

Il frastornato partito comunista francese, già campione della resistenza contro il fascismo, resta nei primi giorni di settembre sulle sue posizioni. Il giorno 2 settembre vota i crediti alla Difesa ma l’11 arrivano da Mosca nuovi ordini. Alla guerra antifascista si sostituisce la guerra antimperialista e sono imperialisti tutti i belligeranti. Solo il dogmatismo, la forza del partito, la granitica, canina fede nell’idea riescono a far superare lo smarrimento e il partito, pur con numerose defezioni, si adegua alla nuova linea. Quando il 17 settembre l’Armata Rossa aggredisce la Polonia e si attesta sul Burg, i comunisti approvano la politica sovietica, invocano trattative con Hitler e il ritorno alla pace. Il 27 settembre, dopo la chiusura de L’Humanité e di Ce Soir, il governo decreta lo scioglimento del partito. Il gruppo parlamentare, in cui sono rimasti 43 dei 75 deputati, si trasforma in Groupe Ouvrier et Paysan, presidente Ramette e segretario generale Florimond Bonte, fedelissimi del segretario generale Thorez. I due, convertitisi improvvisamente al pacifismo, scrivono a Herriot presidente della Camera il primo ottobre 1939: “Vogliamo la pace che si può ottenere rapidamente perché di fronte agli imperialisti e alla Germania vi è la potenza dell’Unione Sovietica che può permettere la realizzazione di una 6 politica di sicurezza collettiva che può assicurare la pace e salvaguardare l’indipendenza della Francia”. Il 30 novembre dello stesso anno Bonte alla Camera accusa gli imperialisti anglofrancesi di avere portato la Polonia fascista e reazionaria a rifiutare ogni regolamento per Danzica. Thorez, che aveva proclamato: “In caso di mobilitazione i comunisti rispondono all’appello”, dopo aver raggiunto il terzo reggimento del genio ad Arras, destinato a un reparto dislocato sul canale Saint Quentin, il quattro ottobre diserta e fugge in Russia, vi resterà al sicuro per tutto il corso della guerra. L’ordine proveniva dal segretario del Comintern il compagno bulgaro Dimitrov: “Salvate Thorez e permettetegli di ritornare a dirigere il partito”. Ritorna nel 1946 assumendo la carica di ministro nel primo gabinetto de Gaulle.

Ė interessante notare l’uniforme atteggiamento di altri partiti comunisti.

Il partito comunista americano all’inizio della guerra sostiene insieme con i pacifisti che gli Stati Uniti devono restare neutrali, si oppone alla coscrizione obbligatoria e mette Churchill sullo stesso piano di Hitler. Quando la Germania attacca l’alleato sovietico, accantonata la vocazione pacifista, pretende l’immediato intervento nel conflitto. Quello italiano non fu da meno. Si legge nella “Dichiarazione del P.C.I. dopo l’entrata in guerra dell’Italia” del giugno 1940: “La guerra contro l’Inghilterra non è una guerra per la nostra libertà, non è un conflitto tra proletari e plutocratici come dicono i capi fascisti. Essa è una guerra tra briganti imperialisti per l’egemonia mondiale, per la ripartizione delle colonie e delle ricchezze del mondo intero”. 

1 L’Autore intende riferirsi al secondo conflitto mondiale come ad una "guerra civile" fra popoli dello stesso continente, figli della medesima civiltà, che avevano in comune molteplici valori.(N.d.R.).

LE FORZE IN CAMPO

La Francia
L’Armée era considerata il migliore strumento militare del mondo, agli ordini di generali onusti di gloria e decorazioni che l’avevano guidata alla vittoria nella Grande Guerra. Suo nume tutelare era Henry Omer Philippe Pétain, maresciallo di Francia che, dopo averla salvata dalla sconfitta con una attenta politica militare, la condusse con Foch alla vittoria.
     Il giudizio di de Gaulle, suo allievo, è calzante: “Excellent a saisir en tout l’essentiel, le pratique, il domine sa tâche par l’esprit. En outre, par le caractère, il la marque de son empreinte. Entre ce personnage lucide et l’action sans surrenchères que requièrent le combat et les combattants, l’harmonie est si complète qu’elle semble un décret de la nature”.
     Sembra necessaria una non breve digressione intorno a questa figura controversa, oggetto di appassionate difese o di un totale dispregio.
     Il colonnello Pétain alla vigilia della prima guerra mondiale si prepara al pensionamento. Dopo una tranquilla carriera nella quale non aveva partecipato ad alcun combattimento, gli si poteva attagliare un detto germanico: "Lontano dal rombo dei cannoni si diventa vecchi guerrieri”.
     Nato nel 1856 a Cauchy-à-la-Tour nella regione dell'Artois, da famiglia contadina, buon cattolico ma non alieno da numerose avventure amorose, assiste alla débâcle rovinosa del 1871, "l'année horrible", come lo definì Victor Hugo. Supera a fatica gli esami di ammissione alla scuola militare di Sain-Cyr classificandosi al 403° posto su 412 e lascia la scuola col grado di sottotenente nel 1878 con una classifica non brillante, duecentoventinovesimo su 386, ma nelle annuali note caratteristiche viene descritto: "Personalità straordinaria […] fermezza di idee" e segnalato per la silenziosità e la freddezza del carattere. Inizia la lunga carriera degli ufficiali dell’epoca a Villefranche-sur-Mer nel 24° Battaglione di fanteria leggera, passa poi alle guarnigioni di Menton e di Sospel. Promosso nel 1883 tenente per anzianità, è assegnato al 3° Bataillon de Chasseur a Besançon. Nel 1888 è ammesso con altri 39 ufficiali di fanteria all' École Supérieure de Guerre e, breveté, ne esce nel 1890. Capitano, passa nel 1893 allo stato maggiore del governatore militare di Parigi, il quale lo nomina suo ufficiale d'ordinanza. Nel 1900 guadagna i galloni di commandant, è assegnato alla scuola di tiro di Châlon-sur-Marne, nella quale entra in contrasto con il comandante sostenitore del fuoco a massa, mentre Pétain si batte per il ‘tiro mirato’; dopo sei mesi passa al 5° Reggimento di fanteria e vi resta per soli sei mesi per essere poi comandato all'École Supérieure de Guerre come professore aggiunto, incaricato dell'insegnamento della tattica di fanteria. Vi 8 resta dal 1901 al 1903, passa al 104° Reggimento di fanteria, e, dopo un anno, torna nuovamente all'École, ove insegna sino al 1907. Promosso lieutenantcolonel, raggiunge il 118° Reggimento di fanteria a Quimper in Bretagna. Nell'aprile 1908, chiamato dal generale Maunoury, torna all'École come titolare della cattedra e può illustrare le sue teorie che sono in netto contrasto con la dottrina ufficiale fondata sull'offensive à outrance, bibbia dello stato maggiore francese.
      Le lezioni formano il testo delle Conferences sur l'infanterie, che occorre riassumere, anche se in modo estremamente succinto, perché di non facile consultazione.
      Il saggio é diviso in due parti: L'Infanterie française au debut du 1° Empire. L'infanterie en 1870.
      Nella prima parte si esamina l'organizzazione, i quadri e gli effettivi della fanteria napoleonica, con riferimenti alle istituzioni della vecchia monarchia e della rivoluzione.
      Nella seconda l'esame é più approfondito ed esteso fino al 1902. Abbraccia l'organizzazione dell'Armée imperiale, il reclutamento, i quadri, gli effettivi e la tattica. I regolamenti in particolare vengono sottoposti a una accurata disamina. Si parte da quello del 16 marzo 1869, con uno sguardo particolare alle Manoevre de l'infanterie e ai Feux, evidenziando il principio: "L’essenziale non é tirare molto ma tirare bene". Pétain batte molto sul fuoco, cita il motto del maresciallo Bugeaud, conquistatore dell'Algeria: "Ben marciare e ben tirare è la forza della fanteria". Valuta il fucile Chassepot modello 1866, distribuito ai reparti solo nel 1870 alla vigilia del conflitto, un'arma in grado di sparare sei colpi al minuto sans nuire à sa justesse, efficace a 400 metri contro un uomo e a 1000 contro un plotone, evidenzia i limiti culturali degli ufficiali che nel 1870 sostenevano che la guerra non si apprende che dalla guerra, ufficiali incapaci di valutare le capacità balistiche del nuovo fucile, con la conseguente funesta habitude di ordinare il fuoco su tutti gli obiettivi che entravano nel raggio d'azione e conseguente estremo consumo di munizioni. Contrappone decisamente il vecchio regolamento del 1875, fondato sull'importanza della difensiva, del fuoco mirato, dello sfruttamento del terreno a quelli successivi sino al 1902. Scrive: "Si è fatto un giusto rimprovero dai detrattori, perché l'Instruction [del 1875] categoricamente proclamava il principio che con le nuove armi il vantaggio appartiene alla difensiva, senza averlo accompagnato dalle spiegazioni necessarie. L'affermazione, presa in senso generale, è inaccettabile, perché solo l'offensiva può portare alla vittoria, ma se esaminiamo su un campo di battaglia due eserciti di fronte, è di tutta evidenza che quello che si attesterà sulla difensiva, disponendo di una eccellente sistemazione e di un campo di tiro favorevole, sarà in condizioni migliori di quello che avanza in campo aperto. L'utilizzazione del terreno darà al difensore un vantaggio di forza che gli permetterà di bloccare effettivi superiori. Questa é la ragione d'essere 9 della difensiva". Aggiungeva: "É all'efficacia del fuoco che il Regolamento rapporta tutte le modificazioni sopravvenute nei procedimenti di combattimento della fanteria. […] L'importanza del fuoco sarà di nuovo contestata negli anni che verranno come lo fu nel secondo periodo del Primo Impero e con minori ragioni di allora. L'esperienza della guerra del Transwaal e della Manciuria imporranno finalmente il silenzio ai detrattori della potenza mortale del fucile […] eliminando gli attacchi massicci a favore di una forma nuova di attacco […] la base di ogni attacco deve essere la realizzazione del movimento con il fuoco". 
     Le sue parole sono inequivocabili e rappresentano un attacco deciso agli autori della dottrina ufficiale della quale il britannico Fuller sosteneva: "La Trimurti di questa eresia era costituita dai generali Foch, Grandmaison e Langlois, che capeggiavano una corrente di pensiero con cui potevano competere soltanto i dervisci del Sudan".
     Nel giugno 1911, promosso colonnello su proposta del generale Foch comandante dell' École "à nommer sans retard au grade de colonel", assume il comando del 33° Reggimento di fanteria ad Arras, nel successivo autunno si mette ai suoi ordini il sottotenente di prima nomina de Gaulle, con cui stabilisce un reciproco rapporto di stima. Scriverà de Gaulle nelle sue Memorie: "Il mio primo colonnello, Pétain, mi mostrò il dono e l'arte del comando" e Pétain: "Si mostrava fin dall'inizio un ufficiale veramente di valore, che dà grandi speranze […] Molto intelligente, ama il suo lavoro e vi si appassiona. Durante le manovre comanda perfettamente. Merita ogni possibile lode".
     L'anno successivo insegna tattica alla scuola di cavalleria di Saumur, gli viene poi affidato ad interim nel giugno 1914 il comando della 4ª Brigata di Saint-Omer, ma la promozione a generale, già difficile, svanisce quando, a proposito di un attacco condotto con bandiere al vento, rullo di tamburi e trombe squillanti, nella sua qualità di giudice sostiene che il comandante aveva evidenziato tutti gli errori che si potevano commettere. Pétain era anche svantaggiato dal suo dichiarato essere cattolico in una Francia violentemente anticlericale. A questo proposito si racconta che a un ufficiale superiore che gli chiedeva i nomi degli ufficiali che andavano a messa, abbia risposto che in chiesa sedeva sempre nei primi banchi e che non si voltava mai indietro. Per una migliore descrizione del periodo si può aggiungere che quando Clemenceau, acceso anticlericale, convocò Foch per dargli un importante incarico operativo, alla precisazione di avere un fratello gesuita rispose: "Me ne fotto". Messimy, ministro della Guerra, nonostante gli interventi degli autorevoli generali Lanrezac e Franchet d'Esperey fu irremovibile: Pétain non sarebbe stato mai promosso, poiché era un eretico nei confronti della dottrina ufficiale, si esprimeva senza remore, era di dichiarata fede cattolica.
      Prossimo alla pensione, a 58 anni, Pétain cerca una casa in campagna in cui passare il resto dei suoi giorni. Passeranno 39 mesi per vederlo al comando 10 degli eserciti del Nord e del Nord-Est.
      Quando scoppia la guerra, comanda la 4ª Brigata della 2ª Dvisione di fanteria inserita nel 1° Corpo d'Armata della 5ª Armata condotta dal generale Lanrezac. Il 15 agosto la brigata è al fuoco, dieci giorni dopo protegge la ritirata dell’armata. Il due settembre "Precis-le-sec", come veniva chiamato alla scuola di guerra, promosso generale, assume il comando della 6ª Divisione che guida nella faticosa ritirata e nella battaglia della Marna. Messimy non interviene, è impegnato in staliniani inviti a Joffre perché faccia fucilare i generali incapaci.
      Il fronte comincia a pietrificarsi, la dottrina ufficiale dimostra la sua pochezza.
      Gli attacchi si trasformano in inutili ecatombe. Pétain, che il 20 ottobre assume il comando del 33° Corpo d'Armata, è tra i primi a realizzare gli estremi del problema tattico che andava a proporsi: il superamento di un complesso fortificato protetto da reticolati e difeso da mitragliatrici. Non condivide lo spirito offensivo, la ricerca dello sfondamento che caratterizza bellicosi generali come Joffre, Foch, Mangin o Nivelle. Afferra subito che la prevista, auspicata guerra offensiva si è trasformata in una guerra di posizione, in una guerra d'assedio nella quale adottare: "les procédés d'attaque de la guerre de siège […]", raccomanda di evitare inutili attacchi, che devono sempre essere preceduti da una intensa attività dell'artiglieria. Si batte per l'adattamento dei mezzi agli obiettivi e degli obiettivi ai mezzi. È tipico della sua filosofia di comando il minuto interessamento per la vita dei soldati: ne ispeziona le trincee e ne ordina il potenziamento, scende alle minuzie, scrive: "d'écarter les latrines et d'en recouvrir les excréments avec de la terre", è spesso tra di loro, contrapponendo il suo interessamento alla gelida indifferenza di molti, moltissimi ufficiali superiori e non solo francesi, per i quali la vita del soldato non ha valore. Bisogna aggiungere che stigmatizza la viltà di ufficiali coraggiosissimi di fronte al nemico ma incapaci di prospettare la situazione agli ufficiali generali. Vecchio fantaccino, rileva che gli armamenti germanici sono superiori, che i mortai da trincea, i minenwerfer, sovrastano i mortai da 15 mm., che il lanciabombe francese da 58 è estremamente lento, un colpo ogni 8/10 minuti. È categorico: "Actuellement nous ne sommes pas outillés pour la guerre de tranchées", con un esercito i cui concetti strategici e dottrinari erano stati sviluppati per un tipo diverso di conflitto. Questi atteggiamenti, queste critiche, non sono bene accette dalla leadership, non solo militare, che continua a preparare offensive che si esauriscono sui reticolati, ma le sue capacità di comando sono eccezionali. Il 21 giugno, continuando una rapidissima ascesa, è posto al comando di un’armata, la seconda. Dopo la battaglia della Champagne del settembre 1915 scrive: "La battaglia della Champagne dimostra la difficoltà, se non l'impossibilità, nell'attuale condizione degli armamenti, dei metodi di preparazione e delle forze avversarie, di prendere in un sol colpo la serie delle posizioni nemiche". Aggiunge che occorre artiglieria pesante e ancora artiglieria pesante. Il suo spirito critico, i suoi giudizi espressi senza remore, non gli fanno acquistare 11 consensi in un paese scosso dalle sanguinosissime perdite di una guerra sempre più rovinosa. Sulla stessa linea è il generale de Castelnau: "Il massimo sforzo che si può esigere dalle divisioni di prima linea è di conquistare la prima posizione nemica in tutta la sua profondità, l'attacco della seconda linea non si può fare che con unità fresche e dopo una preparazione d'artiglieria".
      A Verdun il 21 febbraio 1916 si scatena l'offensiva tedesca alla presenza dell'imperatore. Quattro giorni dopo Pétain, su proposta di de Castelnau, è nominato comandante del settore. Il generalissimo Joffre, imperturbabile come sempre, valuta la situazione: "serieuse, mais non alarmante". Nello stesso giorno cade il forte di Douaumont. È un colpo durissimo. Sconsolato, Pétain commenta: "Perdiamo così la migliore e la più potente delle nostre opere, quella che riassumeva le ragioni della nostra fiducia, lo splendido osservatorio che ci avrebbe permesso di sorvegliare e di battere il terreno". Il forte: "malgré son importance primordiale, n'avait fait l'objet, en temp utile, d'aucune mesure spéciale". Rileva nel suo “La bataille de Verdun” che le truppe in ritirata sono "scivolate" sui fianchi dell'imponente fortificazione senza fermarsi a presidiarla, perché considerata un "nid à obus" da cui tenersi lontani. Pétain pone rimedio all'inescusabile errore impartendo l'ordine di dare ai forti che si dimostreranno, ben inseriti nel complesso delle opere, l'ossatura della linea difensiva, un comandante e una guarnigione. A giugno cadrà il forte di Vaux, ma dopo una resistenza asperrima. L'agonia dei difensori è scandita dai loro messaggi. Il mattino del giorno quattro, a mezzo di un piccione viaggiatore, giunge un messaggio: "Nous tenons toujours, mais nous subissosn une attaque par les gaz et les fumées très dangereuse. […] C'est notre dernier pigeon!", l'ultimo, incomprensibile messaggio arriva il giorno sette alle 3,30: "Ne quittez pas…". La situazione è difficilissima. Sotto i colpi di maglio dell'artiglieria pesante i Francesi rinculano sommersi da un uragano di fuoco. In poche ore il nuovo comandante afferra la situazione, abbandona la riva sinistra della Mosa, stabilisce solide vie di comunicazioni per permettere l'arrivo dei rifornimenti, dispone la rotazione delle divisioni. E nel calderone di Verdun passano 78 divisioni che vi lasciano 162.000 uomini. Pétain schiera infine le artiglierie pesanti da contrapporre a quelle tedesche. Dimostrerà le sue doti di generale "difensivista" con un accorto ricambio delle truppe a disposizione, con la sostituzione di quelle esaurite. Nessun reparto tornerà a Verdun per la seconda volta. Verdun, che Pétain definisce "le boulevard moral de la France", è il paradigma di tutte le battaglie della guerra, la sublimazione della guerra d'usura, un carnaio, uno scontro tra uomini coraggiosi.
     Dopo i primi insuccessi nemici, il Generale lancia il 10 aprile il suo celebre: "Courage! On les aura", che solleva l'orgoglio della Francia e verrà scolpito nel grande Ossario di Verdun. Tetragono nei suoi convincimenti, rifiuta i suggerimenti di Joffre di passare al contrattacco, percepisce che il paese sta esaurendo i suoi uomini, ma evita la difesa passiva con locali contrattacchi. 12 Joffre nell'autunno del 1916, quando la vittoria è assicurata, lo mette al comando delle armate del Centro, costituite dalla 2ª, 3ª, 4ª e 5ª Armata. Il colonnello del 1914, a cui è stato negato il grado superiore, ha ai suoi ordini più della metà delle armate francesi.
     Intanto, astro nascente, Robert Georges Nivelle è nominato nuovo comandante delle armate francesi del Nord e del Nord-Est. Coadiuvato dal generale Mangin che proclama: "Abbiamo il metodo e abbiamo il capo, la vittoria è sicura", è certo che la grande offensiva porterà alla sospirata, vittoriosa fine della guerra. Pétain è come sempre scettico. Al ministro degli Armamenti che angosciato gli chiede: "Ma allora non finiremo la guerra?" risponde, fermo nei suoi convincimenti: "No, non finiremo la guerra, ma non è sempre meglio che finirla con una sconfitta?". Nello scoramento del paese il 27 aprile 1917 è nominato Capo di stato maggiore generale, carica di nuova istituzione che lo porta ad essere consigliere del governo con competenze sul reclutamento, l'addestramento e la preparazione tecnica delle operazioni, ma in pratica controllore delle iniziative che Nivelle vuole ancora proporre dopo l'insuccesso sanguinoso delle sue offensive. Il 15 maggio 1917 lo rimpiazzerà nel comando delle armate del Nord e del Nord-Est. Considerato con sufficienza dagli ufficiali generali, imbecilli a cui la guerra non ha niente insegnato, accusato di "mancanza di fegato", gestisce una crisi complessa, strategica, tattica, morale, materiale. Sta venendo meno la direzione delle operazioni che gli Inglesi cominciano a pretendere, s'inizia a sentire il peso degli Americani, la crisi russa si profila minacciosa all'orizzonte, il paese è prostrato, l'esercito, passato da Joffre e Nivelle, privo di fiducia nei capi. Da Compiègne parte la sua prima Directive, che è la migliore espressione della sua filosofia: "L'equilibrio delle forze opposte […] non ci permette di prevedere, per il momento, uno sfondamento del fronte seguito dal suo sfruttamento strategico. Dobbiamo perciò logorare l'avversario con un minimo di perdite". Con una seconda direttiva instaura un nuovo addestramento nel quale pianifica la collaborazione tra artiglieria e fanteria, che doveva muoversi sempre sotto l'ombrello offerto dalla prima. Ribadisce le sue concezioni nella direttiva “Istruzione sull'azione offensiva delle grandi unità” del 31 ottobre, quando ordina: "[…] attacchi a obiettivi precisi e limitati" e, alla Commissione per la guerra del 12 dicembre, che lo spingeva a nuove, costosissime offensive, offre le proprie dimissioni, sostenuto da Clemenceau e Poincaré, ribadendo che l'ora della battaglia decisiva era lontana.
      Quando scoppia l'ammutinamento di interi reparti, eufemisticamente definito “rifiuto di obbedienza”, notizia che per una straordinaria fortuna non arrivò al comando nemico, la sua analisi è diversa da quella dello stato maggiore e dei governanti, i quali l'attribuivano alla propaganda pacifista e all'eco della rivoluzione bolscevica. Ol generale Pétain si rende invece conto che la protesta è maturata tra i reparti che vanno in linea e tra quelli che hanno sopportato le 13 maggiori perdite e comandati da ufficiali particolarmente impopolari. Giudica che i soldati, esasperati dalle insensate perdite patite, non erano contro la guerra ma contro i metodi con la quale era stata e veniva condotta, contro lo sproporzionato sacrificio di vite umane per risultati inesistenti. Fronteggia gli avvenimenti e gestisce la crisi con grande capacità. Attua una serie di migliorie. Dispone la costruzione di confortevoli baracche per gli uomini di truppa reduci dai turni di prima linea, con letti al posto della paglia, bagni e strutture di lavanderia, concede con larghezza licenze, istituisce un servizio trasporti dai campi di ristoro alle stazioni ferroviarie, migliora l'alimentazione, ispeziona le trincee, ascolta le ragioni dei poilus, e, cosa importante, promette la fine degli attacchi insensati. Nello stesso tempo fa sentire la sua autorità con mano ferma. Invita il presidente della Repubblica a non esercitare il diritto di grazia: "qu'une première impression de terreur est indispensable".
      Considerato il "guaritore" dell'esercito, si dimostra uno dei capi più amati per la sua umanità. Va notato che nel 1923 i gravissimi episodi di ammutinamento furono definiti in un articolo del colonnello Brossé: "découragement de quelques unités"! 
      Per risollevare il morale dell'Armée, inizia offensive ad obiettivi limitati ed aspetta il 1918, aspetta gli americani, percepisce che quella dell'esercito russo è una crisi mortale, sa che una marea di divisioni tedesche arriverà sul fronte dall'Oriente, mentre il generale Foch e l'entourage militare valutano in modo molto più ottimistico lo stato dell'esercito zarista. Applica un nuovo principio tattico. L'attacco nemico va affrontato su posizioni difensive ben disposte, con una prima linea che deve quanto meno indebolirlo e una seconda linea a 4/5 chilometri dalla prima che lo deve contenere. In un ordine del giorno del 15 gennaio 1918 scrive: "Si perderà del terreno c'est entendu. Bisogna entrare in questa via molto audace, abituarsi all'idea di abbandonare terreno […] Noi arriveremo alla battaglia decisiva […] Attualmente non si può più manovrare a colpi di uomini, il miglior mezzo per vincere la battaglia è di economizzare le nostre forze all'inizio. […] Non abbiamo abbastanza divisioni per accettare una battaglia difensiva sulle prime posizioni. Bisogna manovrare e fare lavorare il terreno per noi". Con questa tattica crea una riserva di 40 divisioni ma è difficile per l'establishment militare, sceso in campo con una filosofia “offensivistica”, accettare perdite di terreno per “guadagnare” uomini.
     Il 21 marzo 1918, accuratamente preparata, scatta l'offensiva germanica. Sul fronte tenuto dai Britannici si abbatte un uragano di fuoco, seguito da un attacco in profondità che sommerge le difese. Tocca poi ai Francesi. Allo Chemin des Dames l'Armée è travolta, Masson scrive: "L'armée française connaît son Caporetto." Gli Americani non sono ancora pronti, Foch propone la difesa sul posto: "Il n'y a pas de terrain à perdre […] C'est la défense pied à pied du territoire qui est à réaliser". La situazione è gravissima. Pétain sostiene: "[La crisi] è una delle più gravi che ha attraversato l'Armée". Con uno sforzo 14 supremo, manovrando per linee interne, si fanno affluire riserve copiose, i carri armati e la superiorità aerea danno i loro frutti, si tamponano le falle aperte, il primo giugno cinque divisioni americane finalmente entrano in campo, si scopre che gli affamati reparti germanici che arrivano ai depositi di viveri nelle retrovie non avanzano più. Nell'ultima battaglia difensiva dal 15 al 18 luglio si decidono le sorti del conflitto. I Tedeschi non passano e non passeranno più. Gli Anglofrancesi, anchilosati da quattro anni passati in fetide trincee, devono pensare offensivamente, gli Americani imparare a fare la guerra. Inizia la controffensiva, nello stesso tempo si preparano i piani per il 1919, nessuno percepisce che la guerra, una guerra di assedio non di un castello o di una città ma di due imperi, è finita. La Germania e l'Austria-Ungheria sono letteralmente alla fame. I Tedeschi, che sono stati tatticamente superiori per tutta la durata della guerra, indietreggiano lentamente dalla linea Hindenburg alla linea Hermann facendo però pagare a caro prezzo il terreno ceduto. Improvvisamente "scoppia la pace". Il governo tedesco chiede un armistizio, i governi alleati l'accettano, svanisce il sogno della marcia su Berlino, nasce una querelle che si trascinerà nel tempo. A distanza di venti anni Pétain confiderà di aver pianto davanti a Foch per convincerlo a non accettarlo. Ma Clemenceau e Foch sono irremovibili, basta sangue, se ne è sparso troppo. Pétain è tacitiano ed alla stampa dichiara: "Fermati a causa della vittoria". A posteriori de Gaulle è d'accordo col suo maestro: "[…] l'11 novembre 1918, sopravvenendo al momento stesso che andavamo trionfalmente a raccogliere i frutti della vittoria […]. La guerra è finita.”
      Pétain è nominato Grande Ufficiale della Legione d'Onore, decorato con la Medaglia militare e insignito il giorno otto dicembre 1918 del bastone di Maresciallo di Francia. Per l'avvenire sarà la guida autorevole dell'esercito in cui coprirà le più alte cariche. Nel 1940 sarà il punto di riferimento per una Francia sfiduciata e stanca che ha bisogno di un uomo forte, di un padre a cui affidarsi.

Della creazione di una linea difensiva che, come una moderna Muraglia Cinese, tenesse lontani i barbari, fu, su richiesta del presidente del Consiglio Clemenceau, investito il Conseil supérieur de la Guerre che nomiò una Commission de défense des frontières. Il 17 Maggio 1922 si aprì la prima solenne seduta, presenti il presidente della Repubblica Millerand, il nuovo ministro della Guerra Maginot, tre prestigiosi marescialli di Francia Joffre, Foch e Pétain e i generali Weygand, Berthelot, Buat, Debeney, Guillamaut, Hellot. La direzione venne affidata a Joffre, e Pétain, pose subito tre domande: “È opportuno preparare in tempo di pace una organizzazione difensiva in grado di assicurare l’inviolabilità del territorio?” Aggiunge: “L’inviolabilità del territorio deve essere assicurata in una maniera assoluta?” Con il conseguente quesito: “La fortificazione deve essere continua o discontinua?”.

Le soluzioni avanzate furono diverse.

Foch, offensivista ad oltranza, ricordava, sensatamente a giudizio di chi scrive, che le fortificazioni dovevano essere mantenute all’altezza dei progressi tecnologici e che di conseguenza andavano continuamente modernizzate con necessarie ingenti spese. Della stessa idea in campo opposto era il generale von Senger und Etterlin: “Nessuna linea fortificata può considerarsi mai veramente pronta”.
      Le sedute della Commission de défense des frontières si allungarono nel tempo, mentre incolmabile sarebbe rimasta la distanza tra i due capi vittoriosi, Pétain: “tenant de l’inviolabilité du territoire”e Foch partigiano dell’offensiva. Ma con l’avvento nel 1925 al ministero della Guerra di Paul Painlevé, insigne matematico, gli studi ebbero una potente accelerazione.
      Va ricordato che dal 1919 al 1939, su una trentina di ministri della Guerra, solo tre furono militari: Nollet nel 1924; Pétain e poi Maurin nel 1934 e nel 1935; e che su 4892 deputati nello stesso periodo, solo 220 provenivano dall’esercito.

Il 15 dicembre il Conseil supérieur de la guerre, alla presenza del Presidente della Repubblica, del Ministro della Guerra e delle più alte autorità militari, decise per un: “Système discontinu de régions fortifiées construìt des le temps de paix” a sbarramento delle probabili vie di invasione. Il 31 dicembre nacque una nuova commissione, la Commission de défense des frontières C.D.F., guidata dal generale Guillamaut, composta dai generali Berthelot, Debeney, Degoutte, Maurin, Filonneau per il Genio, e Bineau sottocapo di stato maggiore. La Commission era assistita da un secrétariat permanent e da delegazioni locali per un’accurata ricognizione del territorio. Obiettivo, studio dei mezzi, forme tecniche, tracciato generale e analisi delle piazzeforti esistenti per valutare quali dovevano essere incorporate nel nuovo sistema fortificato; valutazione e valorizzazione delle caratteristiche orografiche del terreno, precisando gli obiettivi da proteggere e chiarendo il rapporto tra necessità e possibilità. Le fortificazioni dovevano rispondere a tre esigenze: sbarrare le grandi strade di comunicazione, mettere al sicuro i dipartimenti del Nord-Est con le industrie metallurgiche e estrattive, costituire una base eventuale per future operazioni offensive. Le Régions dovevano sorgere nelle zone di più probabile dispiegamento nemico, facilitare le operazioni delle truppe di campagna e permettere di “appuiere leur debouche” quando sarebbero passate all’offensiva.
      Va rilevato che la Francia vittoriosa del 1918 attuava la stessa strategia della Francia sconfitta del 1871.
      Il rapporto della Commission, presentato il 6 novembre 1926, (sono passati quattro anni) all’esame di Pétain e del Conseil supérieur de la guerre, fu approvato da Painlevé nel successivo febbraio. Si progettarono tre régions fortifiées, Metz, Lauter e Belfort, composte da fortificazioni permanenti con alle spalle positions de barrage a 30 chilometri per dare profondità al sistema difensivo. Metz fu, come scrisse il generale Débéney: “En effet la clef de voûte de toute la défense du Nord-Est, […] le mot de Vauban est resté d’actualité: Chacune de places de Votre Majesté défend une province, Metz défend l’État”.
      La Commission stabilì che il sistema doveva essere composto da “Fortifications permanents ultramodernes”. Inspiegabilmente però, nessuna Région era prevista alle frontiere con il Belgio e il Lussemburgo, nella sicura certezza che il Belgio avrebbe predisposto fortificazioni al confine con la Germania e avrebbe opposto la stessa strenua difesa del passato conflitto. Nei punti vitali potenti fortificazioni con rifugi a prova di bombardamento, negli intervalli opere di fanteria classificate Fortifications légères permanentes costituite da una zona continua con casematte armate di mitragliatrici, mortai, artiglieria da campagna e anticarro. La linea doveva essere situata a una certa distanza dalla frontiera.

Nacque una nuova commissione, la Commission d’organisation des régions fortifiées, C.O.R.F. che, composta da ufficiali superiori di tutte le armi, sovrintendeva ai lavori dal punto di vista tattico, mentre la costruzione delle opere era affidata a ufficiali del Genio e quella dell’armamento a ufficiali di Artiglieria. Il rapporto della Commission, che ribadì che il sistema doveva essere composto da “fortifications permanentes ultramodernes” appoggiate a ostacoli naturali e potenziate da un sistema di inondazioni difensive nelle zone di Dunkerque, Watten e Calais, come si è detto venne presentato il 6 novembre 1927 all’esame di Pétain e del Conseil supérieur de la guerre, e approvato da Painlevé nel successivo febbraio.

Sulle commissioni è calzante il giudizio dell’ammiraglio von Tirpitz: “Quando si tratta di compiti che domandano dei risultati positivi, io non ho mai visto delle commissioni fare opera utile. Esse fanno piuttosto opera di critica. Con esse le responsabilità si evaporano, esse misconoscono la distanza enorme che separa l’idea dalla realizzazione”.

Va sunteggiato il documento conclusivo. L’organizzazione difensiva era fondata su tre Régions fortifiées Metz, Lauter e Belfort con fortifications permanentes ultramodernes che si estendevano fino a 30 chilometri di profondità. La difesa delle Alpi, alla quale veniva data minore importanza per la natura dei luoghi e lo spessore dell’avversario, era oggetto di un capitolo a parte. Si dette invece la precedenza alle Régions fortifiées di Metz e del Lauter, fiume alsaziano che segna durante il suo percorso il confine con la Germania, e all’organizzazione difensiva del Reno alsaziano. Seguirà il settore di Belfort e di Severne.

Il gravissimo errore di non coprire il confine tra Longuyon e Dunkerque. quando il Belgio si dichiarò neutrale, va attribuito in pari misura alle autorità civili e militari.

La scelta fu giustificata alla luce di numerose ragioni. Secondo il generale Débéney: “Oggi il Belgio ha un esercito e afferma la volontà di resistenza costruendo delle potenti fortificazioni. L’invasione non beneficerà più delle facilità del 1914. […] La Gran Bretagna non lo lascerà attaccare senza intervenire”. Pétain sosteneva non solo che i punti di passaggio a nord erano estremamente ridotti e che non vi erano difficoltà a coprirli con opere di demolizione di ponti e strade, anche per le difficoltà di attraversare le Ardenne per un esercito moderno, ma che in caso di conflitto la linea sarebbe stata portata su Anversa, Namur e la Meuse, non potendo restare immobili ai confini per i forti legami di amicizia fra i due paesi. Inoltre l’estensione delle fortificazioni ai confini belgi avrebbe potuto sollevare dissapori con il vicino alleato. Il 7 marzo 1934 da ministro della Guerra, davanti alla Commissione del Senato per l’Esercito dichiarava: “Le fortificazioni che abbiamo create in questa frontiera del Nord non proteggono le regioni tra Condé e Lille. Bisogna andare in Belgio. Posso dirvi che tutto è stato previsto in questo senso, ma io non voglio descrivere qui le manovre provate per il Belgio. Le linee di difesa non ci interessano molto perché noi vogliamo passare oltre. Non è nostra intenzione di arrestarci là”. Terminava osservando che in caso di attacco vi sarebbe stato un vantaggio di otto giorni per disporre le difese e le infrastrutture.

Quando scoppiò il conflitto il vantaggio fu di otto mesi.

Andava aggiunto comunque che la zona che correva da Lilla a Valenciennes era popolatissima, fittamente industrializzata e aveva una falda acquifera che avrebbe reso difficoltosa la costruzione di opere in profondità. In conclusione, la Maginot costituiva un formidabile ostacolo dal confine svizzero sino a Montmédy, ma da Montmédy al Mare del Nord le posizioni difensive non avevano che uno scarsissimo peso.

 A bocce ferme, Lucio Ceva così commentò la scelta: “Il mancato prolungamento della Maginot tra Montmédy e il mare, cioè lungo i confini lussemburghesi e belgi, era dovuto solo in parte all’entità della spesa. Almeno all’origine, esso dipendeva da una visione contemporaneamente strategica e operativa che partiva da un presupposto preciso. L’esperienza della prima guerra mondiale consigliava di far sì che il campo di battaglia fosse il più lontano possibile dal suolo francese in generale e soprattutto dai dipartimenti nordorientali che custodivano tanta parte delle risorse industriali e minerarie del paese. Cosicché la Francia, sia fino al 1936 in cui ebbe il Belgio per alleato, sia nel periodo successivo in cui questo si proclamò neutrale pur lasciando sussistere labili e segrete intese fra stati maggiori, previde un rapido spostamento delle più agguerrite forze molto addentro il territorio belga. Ma ciò 18 non alla ricerca di una battaglia manovrata, bensì per costituire, insieme con le forze belghe e il più lontano possibile dal proprio territorio, un insuperabile fronte statico stile 1914-18”.

Il 14 gennaio 1930 il Parlamento promulgò la legge relativa all’organizzazione difensiva delle frontiere, concedendo cospicui stanziamenti. André Maginot, un gigante di due metri, ministro della Guerra dette il suo nome al più potente sistema fortificato del mondo.
      Il grosso degli investimenti fu fissato nell’astronomica somma di nove miliardi di franchi, di cui fu stanziata una prima tranche di 2900 milioni. Alla metà degli anni Trenta le cose si complicarono: le previsioni, come sempre, risultarono errate per difetto, si aggiunse un imponente aumento del costo della mano d’opera e dei materiali, occorrevano nuovi crediti e sarebbe stato il maresciallo Pétain, nuovo ministro della Guerra, ad ottenerli nel luglio 1934, nella misura di 1275 milioni.

Nel 1939, alla vigilia della guerra, erano pronte le seguenti opere difensive:
     - Région fortificata di Metz tra Longuyon e Teting (90 km).
     - Zona degli stagni, per la quale erano previste inondazioni artificiali (km 40).
     - Région fortificata di Lauter, tra la Sarre e Fort Louis del Reno (km 75).
     - Difesa del Reno da Fort Louis a Kembs (km 135).

Sul fronte belga vi erano complessi di fortificazioni a copertura di Maubeuge e Valenciennes.

Una Région era formata da una serie di fossati e ostacoli anticarro, blocchi di calcestruzzo e un’estesa barriera di filo spinato, a difesa di un cordone di bunker in calcestruzzo armati di mitragliatrici, cannoni anticarro e lanciagranate. La linea principale era su casematte, la cui copertura aveva uno spessore di circa 3 metri e mezzo, armate di cannoni nella parte superiore e di depositi in quella interrata. Tra queste erano strategicamente sistemate delle possenti opere a più piani e profondamente interrate. Esternamente si presentavano con corazze in cemento armato con “tourelle tournante a eclipse”, considerate per l’epoca capolavori di ingegneria, e cupole per l’osservazione e la difesa degli accessi. L’armamento era costituito, dopo la rinunzia a pezzi di calibro superiore, da cannoni da 75 con una gittata di 12 chilometri e pezzi per il tiro di fiancheggiamento, neutralizzazione e distruzione. Erano in dotazione due cannoni a tiro corto, lanciabombe da 135 mm. e mortai da 81. La modestia dei calibri era compensata dalla precisione del tiro dovuta alla preparazione dei punti di riferimento. Per la lotta anticarro vi erano cannoni da 47 e da 25 mm. e mitragliatrici da 13,2 mm. La fanteria aveva in dotazione la mitragliatrice Reibel 6 Ceva, Lucio, L’inutile capolavoro militare tedesco del maggio 1940, Il Risorgimento, 1992. 19 da 7,5 mm. Molte opere erano fornite di riflettori. Le infrastrutture erano imponenti. Rifugi, magazzini viveri, dormitori, depositi munizioni sistemati in punti diversi allo scopo di evitarne la totale deflagrazione, locali adibiti a sale macchine, infermerie, pozzi per l’acqua, generatori di elettricità e linee elettriche e telefoniche interrate a una profondità di circa 2 - 3 metri, vie ferrate a passo ridotto in galleria, strade militari, sistemazioni antincendio, nelle retrovie caserme per le truppe e caseggiati per i familiari dei quadri. Si calcola che furono scavate gallerie per circa 100 chilometri, pari a quelle del metrò di Parigi dell’epoca. La guarnigione prendeva il nome di equipaggio per l’equiparazione a una nave da guerra.

Nel 1933 si crearono unità d’élite, les troupes de forteresse, fanteria e artiglieria destinate a presidiare la linea, e un corpo di sottufficiali per gestirne le strutture.

La linea fu definita una corazzata sulla terraferma, nel suo genere un capolavoro. Alain Bru invece sosteneva trattarsi di una corazzata con l’armamento di un cacciatorpediniere. Era però una corazzata inaffondabile, se le opere fortificate della Région di Schonenbourg furono colpite con bombe da 1.000 chilogrammi e investite da 12 proiettili da 420, 35 da 280 e da colpi di armi di calibro minore senza perdere la propria efficienza. La colossale opera ispirava nelle gerarchie militari e nell’opinione pubblica una tranquilla sicurezza. Si scriveva nel 1940: “Au moment où cette formidable barrière arrête depuis plusieurs mois les armées ennemies et leur interdit l’entrée de notre pays”.

Fuller la descrive come la pietra tombale della Francia: “[…] un monument commémoratif de la défaite”.

Philippe Truttmann nel suo “La muraille de France” parla di un insieme eterogeneo costituito da possenti fortificazioni e da fortification camelote, parola quest’ultima che, con molta approssimazione, si potrebbe tradurre con “cianfrusaglia”. Paul Reynaud: “Riassumendo, la Francia aveva speso molti miliardi per fortificarsi. Credeva di avere una corazza e non aveva che tre pezzi di una corazza, cuciti su una maglia di fortificazioni leggere che scricchiolava”.
     I critici e gli storici bocciarono l’idea stessa della fortificazione permanente, ma è indubitabile che in una strategia più moderna la Linea, estremamente indebolita dalla voragine sul suo lato sinistro, avrebbe dovuto essere usata come base, come perno per una offensiva successiva all’esaurimento degli attacchi tedeschi, offensiva portata dalle divisioni corazzate sempre neglette dallo Stato Maggiore. All’epoca non costituiva un’eccezione. I Sovietici avevano costruito la Linea Stalin che si dissolse davanti alla offensiva germanica nel 1941, i Finlandesi la Linea Manerheim che resistette alle offensive sovietiche dal dicembre 1939 al marzo 1940, i Tedeschi la Westerwald, meglio conosciuta come Linea Sigfrido, che, affannosamente rimessa in piedi, sarà facilmente 20 superata dagli Angloamericani nel 1944 quando l’agonia della Germania era in stato avanzato. Le definizioni negative si sprecarono: Muraille de France, Muraglia cinese, Linea Imaginot.

La Maginot fu portata a prova dell’insipienza dei politici e dei militari della Terza Repubblica. Si affermò che con le enormi spese sostenute si sarebbe potuto creare un’industria bellica in grado di produrre armamenti sempre più moderni. Si sostenne che la Linea toglieva ogni credibilità agli impegni assunti con la Piccola Intesa e con la Polonia, di fatto abbandonate a se stesse. La costruzione e il mantenimento dell’opera assorbì una grossa fetta delle risorse economiche destinate alle Forze Armate; espressione dell’immobilismo corporativo dell’alta gerarchia, fu un classico esempio di un’errata ipotizzazione del tipo di guerra che si andava a combattere.

Si stabilì l’equazione:
Fortificazione permanente = Linea Maginot
Linea Maginot = disfatta del 1940.

A giustificazione dei governanti dell’epoca non va dimenticato che la Francia si trovò negli anni Venti isolata. L’Unione Sovietica era un mistero politico. La Gran Bretagna si era allontanata e si sarebbe dovuto arrivare al 1938 perché percepisse il pericolo hitleriano e desse finalmente inizio ad un affannoso piano di riarmo. Gli Stati Uniti si erano trincerati nell’isolazionismo. Gli alleati continentali erano deboli e spesso in conflitto tra loro, mentre le ferite della guerra non si rimarginavano con l’incubo delle classi creuses sempre più minaccioso. Le ecatombe della Grande Guerra in un paese invecchiato, la cui natalità era la più bassa d’Europa, né avevano distrutto il morale. Ancora, i governanti pateticamente ritenevano che una linea difensiva era la miglior prova che la Francia, la patria dell’élan, proclamava la sua volontà di pace a tutto il mondo. Il progetto della linea nasceva anche dalla memoria della gloriosa resistenza dei forti di Verdun. Fortificazioni più moderne ed adeguate alle nuove tecnologie avrebbero offerto una resistenza protratta nel tempo,e di tempo la Francia aveva bisogno. Come effetto collaterale,l’esistenza della Linea aumentava la sicurezza della vicina Gran Bretagna, tanto che il conservatore Paul Emrys-Evans dichiarava alla Camera dei Comuni: “La Maginot è lo scudo dietro il quale possiamo celare il nostro riarmo”.
      La sua funzione veniva evocata ancora a distanza di cinquant’anni. In un tardo paragone è stato rilevato che per molti aspetti la Linea Maginot ricorda la teoria della dissuasione atomica capace di impedire, con l’esistenza stessa dell’arma, un’aggressione dell’Unione Sovietica. Norberto Bobbio, guru del pacifismo, sosteneva: “Non è detto che anche uno Stato non ricorra esso stesso alla difesa non violenta: la Linea Maginot in Francia dopo la prima guerra mondiale, lo scudo spaziale (che peraltro non è uno scudo) oggi, ne sono un esempio”.

Il problema del gettito del contingente negli anni detti creuses, corrispondenti dopo 20 anni a quelli della prima Guerra Mondiale, andava evidenziandosi in tutta la sua gravità, in un paese che aveva perso il fiore della gioventù e nel quale la stagnazione demografica durava da un secolo. Oltre ai salassi bellici furono determinanti la spinta al miglioramento del tenore di vita e il numero degli aborti che superò il numero dei nati. Si ebbe così una diminuzione della popolazione, in minima parte compensata con l’aumento del numero dei naturalizzati, che portava a una consequenziale diminuzione del contingente annuale, che veniva valutato intorno a 250.000 uomini. Nel 1935 il gettito crollò, passando da 250.000 a 149.000 effettivi, nel 1936 a 117.000, nel 1937 a 126.000. Nel 1938 si risalì a 146.000 e nel 1939 a 158.000. In conseguenza il servizio militare fu portato a due anni, con grandi clamori dell’opinione pubblica guidata dai partiti della Sinistra e dai movimenti pacifisti. Blum, presidente del partito socialista, tuonò in Parlamento: “Saremo sempre contrari ad allungare il servizio di leva […] Riporre la sicurezza di una nazione nel suo esercito è un errore”.

Il 12 agosto 1936 Daladier firmò l’Instruction sur l’emploi tactique des grandes unités. (I.G.U), la dottrina, che aveva avuto un aggiornamento nel 1930, ribadedo gli affermati principi del 1921. Nel successivo novembre il presidente del Consiglio, davanti alla Commissione dell’esercito, ribadisce le sue idee: “Tutta l’organizzazione dell’esercito dipende dalla scelta immediata che dovete fare. Volete portate la guerra al di là delle frontiere? Pensate, al contrario, che un paese di 40 milioni d’abitanti dovrà avere come primo obiettivo di rendere le sue frontiere inviolabili e di guadagnare la battaglia delle frontiere?”.

Della dottrina si è scritto che era una dottrina “pacifista” espressione del pensiero di Pétain, vincitore di Verdun, basata sul principio dell’inviolabilità del sacro suolo di Francia, di un paese esausto, dissanguato, che viveva nella memoria dei Caduti. La strategia era fondata su una politica di attesa, una politica nella quale il “generale tempo” svolgeva una grandissima parte, si esprimeva sulle esperienze del passato conflitto, sul blocco navale, sullo strangolamento economico, sull’atteso potenziamento dello strumento militare della Gran Bretagna. Era la strategia in cui si ritrovava una nazione afflitta da malessere sociopolitico e declino economico, dalla decadenza e dalla corruzione della vita parlamentare, da continui scandali, con politici che costruivano alleanze senza valore con paesi che sarebbero stati spazzati via e che pateticamente si proclamavano neutrali.
      Il gabinetto di guerra britannico era sulla stessa linea. Nel British strategical memorandum si basava la pianificazione: “sull’assunto che la guerra durerà per tre anni o più”. Questa politica era in parte inficiata dall’alleanza di fatto tra Germania e Unione Sovietica che comportava un fiume di aiuti dalla Russia. Fu un classico esempio della naturale inclinazione di un esercito vittorioso a non mettere in discussione le esperienze e i risultati raggiunti durante il passato conflitto.
     All’epoca la Division cuirassée, per la quale andavano definite le metodologie d’impiego, esisteva solo sulla carta. Finalmente Il 3 dicembre 1938 il Conseil supérieur de la guerre decide la formazione di due unità, ma si perde in studi concettosi. Alcuni membri ipotizzano di affidarne i compiti alla D.L.M. ritenendola, con l’ausilio di due battaglioni carri, all’altezza del compito. Il Conseil non riuscì a stabilirne i criteri d’impiego, rottura o manovra, né gli organici. In un primo tempo si assegnarono sei battaglioni di carri e due di fanteria portée, ma le difficoltà di comunicazioni restavano insuperabili e si ripiegò su quattro battaglioni carri e uno di fanteria portée. Lo squilibrio era forte, in quanto non vi era un bilanciamento delle forze. Bisogna arrivare al 16 gennaio 1940 perché le due divisioni divengano una realtà, tre mesi dopo l’inizio della guerra. La terza è approntata il 20 marzo con materiali incompleti, la quarta, agli ordini di de Gaulle, viene frettolosamente assemblata ma entra in azione mentre la battaglia di Francia è perduta. Si tratta di unità prive di addestramento, affiatamento e coesione per il brevissimo spazio temporale nel quale erano state costituite, con un addestramento che non può mai essere accelerato oltre certi tempi necessitando un processo graduale per amalgamare le varie componenti. Lo riconosce Fernand Schneider nella Histoire des doctrines militaires: “Un tentativo di motorizzazione e meccanizzazione viene cominciato, ma, disgraziatamente, troppo tardi”. Il giudizio è troppo blando. Le concezioni ortodosse sono durate venti anni, gli ufficiali francesi si muovono e pensano al passo della fanteria, sono incapaci di comprendere le trasformazioni dell’arte della guerra, legati al mito della staticità e delle fortificazioni.
      Nel gennaio 1937, quando Reynaud contesta la mancata formazione del corpo corazzato fortemente voluto dal colonnello de Gaulle, Daladier risponde che la nuova formazione scremerà i quadri e romperà l’unità dell’esercito. Non crede nei carri: “I carri? Sono stati perforati come colabrodi in Spagna e inchiodati al suolo. La guerra civile di Spagna ha visto crollare le grandi speranze che erano state fondate su alcuni mezzi”. Elogia la difensiva, la copertura fortificata: “L’armata difensiva non ha da temere dall’attaccante anche se dispone di carri armati e aerei […] La grande norma è l’offensiva, ma dopo aver raccolti mezzi materiali enormi […] e se la vostra armata di specialisti è messa in rotta?”. Aggiunge: “La dottrina di guerra che ho esposto davanti alla Camera è quella del Comité permanent: Esame delle diverse ipotesi di conflitto, studio approfondito dei piani di operazioni, ripartizione dei mezzi tra le varie armi, elaborazione di una dottrina comune, tale è il ruolo del Comité permanent della difesa nazionale nel quale i miei colleghi e io, nonché i Capi di stato maggiore, abbiamo beneficiato della scienza provata del più illustre dei nostri soldati, ho nominato il maresciallo Pétain”.
      I politici come sempre si guardano le spalle.
     Gamelin in una nota rafforza questa opinione nei suoi giudizi. Lo stato maggiore, afflitto da un complesso di superiorità, chiuso nelle sue incrostazioni mentali formatesi nel tempo, si conferma nella dottrina adottata nell’immediato dopoguerra, si rafforza nelle perplessità sulle divisioni motorizzate e blindate troppo esposte agli attacchi aerei, nelle difficoltà del coordinamento carri e fanteria, nella convinzione che forze corazzate indipendenti non avevano nessuna possibilità di sopravvivenza. A conclusioni non diverse arrivava lo Sato Maggiore inglese mentre i generali italiani non avevano bisogno di conferme per rassodarsi nei loro convincimenti, anche alla luce della forte ancillarità militare verso la “sorella latina”.
      La maggior parte del Conseil supérieur de la guerre era contraria, così come il milieu militare, al carro pesante. Il generale Duffieux, ispettore generale della fanteria e dei carri fino al 1938, nel dopoguerra è categorico: “Non esiste un enigma dei carri: il comando non ha mai avuto né prima né durante la guerra, il numero di carri pesanti per costituire, addestrare e far manovrare vere divisioni corazzate”. Per inciso, il generale Duffieux fu tra i più accaniti sostenitori dei carri d’accompagnamento della fanteria. Va aggiunto che questi carri erano considerati espressione di spirito offensivo in un paese votato al pacifismo, sul quale resta valido il giudizio di Marc Bloch: “Comment des hommes à qui le pacifisme et l’antimilitarisme avaient été enseignés dans l’école-même auraient-ils pu se muer sur l’heure en guerriers à la fois disciplinés et combatifs?”.

Si legge nella Revue militaire générale del giugno 1938, a firma del tenente colonnello Lancon: “Da sempre la vittoria è consistita nel cacciare il nemico dalle sue posizioni. Ora, quale che sia l’armamento e l’evoluzione della tattica, la sola arma capace, non solo di conquistare il territorio, ma di conservarlo occupandolo, è la fanteria […] La fanteria è sempre l’elemento fondamentale della battaglia”. Il colonnello scioglieva poi i soliti peani sulla fanteria, pontificava che i carri dovevano operare: “en liaison intime” con la “regina delle battaglie” e considerava “plutôt négatifs” i risultati ottenuti dai carri leggeri italiani e tedeschi in Spagna. Faceva suoi i dubbi sulla motorizzazione e, a conferma del tutto, citava un articolo del capitano Mac Namara comparso su The United Services Review del dicembre 1937.

Tutti questi principi vennero autorevolmente avallati dalla Revue d’infanterie del dicembre 1938 e del luglio 1939, con la guerra alle porte.
      Il carro armato, considerato arma offensiva per eccellenza, non aveva molto spazio. La filosofia progettuale che portò alla scelta delle sue caratteristiche, sempre condizionata dai limiti delle disponibilità finanziarie, fu nell’insieme di un livello qualitativamente superiore alla Gran Bretagna e all’Italia e non inferiore come qualità e quantità a quella della vicina Germania, ma fu anche il prodotto di valutazioni erronee, di resistenze mentali, corporative e burocratiche di organi in permanenti contrasti tra di loro che richiedevano continui miglioramenti e si disperdevano in risultati di cui è esempio l’automitrailleuse de combat Renault modèle 1934 tipo YR del 1934, la cui serie non superò i 12 esemplari. Anche ai nostri giorni sono in molti a considerarla un’esclusiva arma offensiva, senza riflettere sulla sua eccellenza in posizione difensiva.
      Segue una breve descrizione dei modelli che parteciparono alla campagna del 1940.

Il Renault F.T.17, char d’assault, entrato in azione per la prima volta nel 1918 a Chaudun, prese parte, riarmato con una mitragliatrice modello 31 calibro 7,5, alla seconda guerra mondiale con la denominazione Renault F.T. 31. Miglior carro della Grande Guerra, per la sua struttura e per la torretta girevole, considerato l’antenato di tutti i carri moderni, negli anni Venti ebbe un grande successo di esportazione. Caratterizzato da una coda amovibile e dalla torretta girevole, straordinariamente maneggevole nei confronti dei carri contemporanei, pesante 6,5 tonnellate con una velocità di 7,8 km. orari era armato di una mitragliatrice Hotchkiss da 8 mm. nella versione principale, o da un cannone semiautomatico dell’arsenale di Pouteaux da 37 mm. L’equipaggio era composto da due uomini.

Il carro pesante Char 2C, carro estremamente “cuirassé, colossal” come lo definì Estienne suo ideatore, nacque dall’esperienza del passato conflitto e costituì un classico esempio d’arma creata per un passato scenario bellico, per lo sfondamento di una linea fortificata in una guerra nella quale uomini che lentamente avanzavano armati di fucile non avevano nessuna possibilità di sopravvivenza. Costruito dalla F.C.M., entrò in servizio nel 1921 formando il 51° Reggimento di carri pesanti a Moumelon. Aveva numerosi primati: un costo altissimo, nel 1920 ben 2 milioni di franchi contro i 100.000 del Renault, un equipaggio di ben 12 uomini, una torretta anteriore con tre uomini, una posteriore con una mitragliatrice, altre armi automatiche situate in caccia e in casematte laterali nella parte anteriore, primo carro al mondo con un cannone da 75 mm Mle 97, un sistema di visione a grande campo, una velocità di movimento da 12 chilometri orari a un massimo di 20 negli anni Trenta, un enorme consumo di carburante, scarsa maneggevolezza per la sua lunghezza, un blindaggio in grado di “assorbire” un proiettile da 75 mm, un peso di ben 68 tonnellate, lo stesso del tedesco Panzerkampwagen VI B Königstiger entrato in produzione nel novembre 1943, o del sovietico KV 1. Dotato di un debole apparato meccanico, fu afflitto da un considerevole tasso di avarie. Per il trasporto era necessario uno speciale vagone ferroviario con una lenta procedura di sistemazione.

Il carro armato Renault D1, carro leggero d’accompagnamento della fanteria, sviluppato nel 1928 su richiesta della Direzione di fanteria, fu adottato nel 1929 e costruito in 160 esemplari di cui 10 di preserie. La produzione cessò nel 1935 col modello D2, meglio protetto, il cui numero, in due serie, arrivò a 100. Con un equipaggio di tre uomini, capocarro addetto anche all’uso del cannone e della mitragliatrice in torretta, pilota che azionava la mitragliatrice in casamatta e radiotelegrafista, aveva un peso di 14 o 20 tonnellate, un cannone da 37, sostituito poi da un 47 AC semiautomatico modello 1935, una mitragliatrice calibro 7,5 in torretta e una seconda arma automatica calibro 7,5 in casamatta. La velocità era riguardevole, 23 km. su strada. Il blindaggio era di 40 mm, con un motore da 150 C.V. aveva un’autonomia di 100 chilometri. Fu il primo carro francese con un impianto radio ricetrasmittente e il primo al mondo con una torretta in acciaio fuso. Come il carro B non si prestava alla produzione in serie, essendo costituito da molti pezzi dei quali la fabbricazione era assai delicata, come sosteneva il generale Gamelin. Fu un carro mal concepito, mal riuscito, poco affidabile, di scarsa potenza. Nel marzo 1934 su 110 carri in dotazione solo 31 erano efficienti.

Il char B1 e il successivo B1-bis, carri pesanti, evidenziano la filosofia difensivistica dell’Armée. Il carro, era innovativo sui carri leggeri o da rottura in servizio, ma risentiva delle concezioni degli anni venti e di una gestazione particolarmente lunga e difficile. Carro di fanteria, nato dalla fusione di progetti di varie industrie, vide la luce nel 1929 e, con la denominazione di “char de bataille”. Era caratterizzato, come l’americano Medium Tank M-3 Grant e l’italiano Ansaldo Fiat M11/39 da un cannone da 75 mm. in casamatta, cosa che comportava la necessità dello spostamento del mezzo per fare fuoco e lo rendeva più simile a un semovente. Un altro cannone da 47 era sistemato in torretta. Le due mitragliatrici Hotchkiss da 8 mm. erano gemellate ai pezzi. Pesantemente protetto, con un motore da 307 CV, aveva un’autonomia di 150 chilometri e una velocità massima di 29 chilometri. Con un peso di 25 tonnellate, aveva un equipaggio di quattro uomini, il comandante sistemato nella torretta azionava il cannone da 47, il pilota-cannoniere, che con il capocarro aveva la visione esterna, azionava il cannone da 75 con a fianco il porgitore del munizionamento. Completava l’equipaggio il radiotelegrafista. Il giudizio della commissione esaminatrice fu favorevole: “Questo materiale possiede un insieme di qualità che costituisce un progresso considerevole sul materiale anteriore”.

Forse il problema era il “materiale anteriore”.

Nel successivo B1-bis, la cui nascita risale al 1936, lo spessore del blindaggio fu portato da 40 a 60 millimetri nella parte anteriore e 55 sui fianchi, anche alla luce delle esperienze della guerra di Spagna. Il peso aumentò di conseguenza a 30 tonnellate con diminuzione dell’autonomia che scendeva a 180 chilometri a bassa velocità. Il generale Dassault lamentava che aveva solo: “cinq heures d’essence”. Nel corso della produzione i miglioramenti furono continui. All’inizio della battaglia di Francia l’esercito ne aveva in dotazione 160. L’unico modello in dotazione alla Panzerwaffe che poteva fronteggiarlo era il Panzer IV, all’epoca in numero estremamente ridotto. Nei primi combattimenti si scoprì che il tallone di Achille del potente mezzo era l’apertura del radiatore sulla fiancata sinistra che centrata da un piccolo calibro poteva metterlo fuori combattimento.

Nel 1933 per rimpiazzare l’obsoleto Renault F.T. ci si orientò su un carro da sei tonnellate della stessa casa valutato: “Efficace per l’accompagnamento della fanteria”. Due anni dopo si ebbe la prima commessa di 300 esemplari del Renault R-35 “char léger modèle 1935-R”, peso 10 tonnellate, equipaggio due uomini, pilota nella parte anteriore a sinistra e capo carro - tiratore sistemato su una cinghia all’interno della torretta rotativa. Armato di un cannone da 37 mm. S.A 18 (L21) e di una mitragliatrice calibro 7,5 modello 1931 coassiale che poteva essere usata con un apposito supporto per il tiro contraereo, aveva una velocità di 20 km/h., un blindaggio di 35 mm., un motore potente 82 C.V., un’autonomia di 130 chilometri. Nel 1940 vi fu una nuova versione con le sospensioni migliorate. Era afflitto da numerosi difetti: mancanza di radio sostituita da bandierine di segnalazione, velocità modesta, impossibilità di mantenere a lungo il fuoco con i portelli chiusi.

Nel giugno 1934 la cavalleria richiese un “automitrailleuse de combat”. Le specifiche erano di un mezzo da 13 tonnellate, con un equipaggio di due uomini, con la stessa torretta del carro B. Va precisato che la dizione automitrailleuse era usata per i carri armati in dotazione alla cavalleria. Nelle sue Memorie Gamelin scrive: “S’era convenuto chiamare carri da combattimento soltanto i mezzi cingolati destinati al combattimento vero e proprio. Allorché nel 1933 adottammo un mezzo cingolato leggero (6 tonnellate) armato di una sola mitragliatrice (i modelli successivi ebbero una seconda mitragliatrice o anche un cannone da 25), avevamo continuato a chiamarlo automitragliatrice da ricognizione. Ma in quell’epoca era stato deciso di riservare i termini -carro- e -automitragliatrice- ai materiali rispettivamente in dotazione alla fanteria e alla cavalleria”. Altri sostengono che era un espediente della cavalleria per aggirare il monopolio della fanteria sui carri.

La S.O.M.U.A. presentò il modello Char modèle 1935-S comunemente definito Char Somua. Caratterizzato dalla notevole velocità di 40 km orari pur avendo una corazzatura di circa 40 mm, pesante 19,5 tonnellate, armato di un cannone da 47 AC. in torretta, aveva un equipaggio di tre uomini, capocarro, pilota e radiotelegrafista. La potenza del motore era di 190 CV, l’autonomia di 230 chilometri. Il S.O.M.U.A. entrò subito in produzione avendo impressionato favorevolmente le autorità militari, e 500 circa furono gli esemplari costruiti fino all’armistizio. Fu da molti esperti considerato il miglior carro dell’epoca, “senza dubbio” sostengono Pafi e Falessi nella loro “Storia dei mezzi corazzati”; lo Sherman, arma base delle divisioni corazzate americane, era considerata una versione più potente.

Lo char léger Hotchkiss modello H-35 del 1936 fu adottato dalla cavalleria, il successivo H-39 era una versione migliorata con un motore più potente. Prodotto in circa 1000 esemplari con un equipaggio di due uomini, pesava rispettivamente 10 o 12 tonnellate, la velocità su strada era di 28 km. orari per l’H-35 e di 36 per l’H-39. L’armamento era costituito da un pezzo da 37 mm. modello 38 o da un pezzo da 37 mm. corto modello 1918. Il blindaggio era di 35 o 40 mm., la potenza del motore di 75 o 120 C.V., l’autonomia di 150 o 130 chilometri. Le comunicazioni avvenivano con bandierine.

Lo char léger M.le 1936 FCM era un carro leggero per l’accompagnamento della fanteria. Prodotto dalla F.C.M., pesava 12 tonnellate e fu il primo carro francese con motore a gasolio. Armato di un cannone da 37 S.A. e una mitragliatrice 7,5 modello 1931, protetto da una corazzatura di 40 mm., con una velocità di 24 chilometri orari aveva, con un motore di 105 C.V., una buona autonomia, 225 chilometri, e un’abitabilità superiore agli altri mezzi. L’equipaggio era di due uomini. Il mezzo non era dotato di radio. Solo nel 1939 fu distribuito ai reparti in un numero non superiore al centinaio.

Allo scoppio della guerra l’Armée de l’Air, che nel 1918 aveva l’assoluto dominio del cielo, era ben poca cosa. “La situation de l’aviation française se caractérise par une inferiorité numérique et qualitative profonde” scrive Philippe Garraud.

I Caudron 714, di cui fu sospesa la produzione per la mediocre velocità di salita, i Morane-Saulnier MS 406, i Bloch MB, i Potez 631 costituivano un complesso di aerei da caccia che, per mediocrità, poteva paragonarsi solo alla Regia Aeronautica. Unica eccezione il Dewoitine D-520 giunto tardi e in circa 200 esemplari ai reparti.

Gli aerei da bombardamento Amiot 143, Centre-Farman F 222, caratterizzati dall’ala alta di un’incredibile bruttezza, col Bloch 120 furono letteralmente buttati allo sbaraglio contro la Luftwaffe. Migliore era il Sud-Est LeO-451 bombardiere a media quota che iniziò a volare nel marzo 1939 e fu consegnato all’aeronautica un mese prima dello scoppio della guerra. Fu sacrificato in attacchi al suolo contro le colonne tedesche patendo perdite devastanti insieme con il Breguet 691/693 che iniziò la sua vita come caccia pesante triposto per essere poi convertito in bombardiere d’assalto.

La decadenza dell’Arma, la cui indipendenza era stata raggiunta solo nel 1933 dopo accanite resistenze dell’Esercito e della Marina, ebbe molteplici cause.

Il totale rifiuto dei principi di Douhet, la nazionalizzazione dell’industria aeronautica voluta dal governo socialista di Blum con i relativi contrasti tra dirigenti pubblici e privati, l’arretratezza tecnologica determinata da un ritardo che era concettuale, tecnico e finanziario. A nulla servirono gli imponenti budget del 1936 e del 1937, il divario con la Germania rimase gravissimo. Si ebbe un fiume di ordinazioni all’industria aeronautica americana, caccia Curtiss, bombardieri Glenn-Martin e Douglas, bombardieri in picchiata Vought per un totale di 5000 aerei, di cui alla data dell’armistizio erano giunti in Francia circa 2000. Di certo il rinnovamento del materiale era stato tardivo, con la stessa approssimazione di quello terrestre.

Nel 1936, due anni dopo la costituzione in arma indipendente, le strutture furono riformate con la creazione di corpi aerei permanenti costituiti da caccia e bombardieri. Per l’opposizione del padre tutelare dell’esercito, il maresciallo Pétain, questa organizzazione fu sciolta nel 1938 in quanto inadatta alla dottrina dell’Armée e la forza fu scissa in due parti, una composta da caccia, bombardieri e aerei a lunga ricognizione a disposizione del Comando aereo, e una di caccia e osservazione a disposizione dei comandi dell’Esercito. Nel febbraio 1940 si formò un terzo gruppo denominato Comando forze aeree di cooperazione, posto sotto un generale dell’Aeronautica, a disposizione del generale Georges, comandante del fronte Nord-Est, che ne disponeva la dislocazione strategica sul terreno. Costante rimase l’animosità tra le due Armi.

I piani dell’Aeronautica furono esposti in un memoriale di Vuillemin “a monsieur le Ministre del l’Air” del 25 agosto 1939. I dati sulla valutazione delle forze aeree contrapposte erano grossolani. Francia, Gran Bretagna e Polonia schieravano in prima linea 3.800 aerei contro 6.500 della Germania e dell’Italia e, in seconda linea, 1.900 contro 6.000. Sosteneva ottimisticamente “un accroissement et une rénovation quasi entière de la chasse de jour e de nuit” e dei bombardieri prodotti in Francia o ordinati all’estero in uno spazio di quattro o cinque mesi. Stimava che le squadriglie della caccia erano in grado di proteggere il territorio nazionale di giorno, mentre di notte, per la debole portata dei riflettori, non era da attendersi un’azione efficace, situazione aggravata dalla pochezza dell’artiglieria contraerea. Per i bombardieri la situazione non era cambiata dal settembre 1938, per cui occorreva attuare una tattica estremamente prudente. Passando alla R.A.F. era ottimista sulla caccia che 29 valutava: “capable de briser de jour, sur le territoire de la Grande- Bretagne, l’élan du bombardement ennemi” e sui bombardieri che, partendo dalle proprie basi o da quelle francesi, erano in condizioni “d’appliquer normalement son effort, de jour et de nuit, sur des objectifs intéressants” o di partecipare alla battaglia terrestre con mezzi relativamente potenti. Concludeva che in sei mesi, se le fabbriche produttrici non venivano indebolite dall’azione aerea nemica, e se l’Unione Sovietica non prestava aiuto alla Germania, l’aviazione alleata: “doit parvenir à contrebalancer d’une manière assez efficace les armées de l’air allemande et italienne”, attuando il potenziamento della difesa contraerea.

Secondo Paul Kennedy la produzione aerea francese era stata da 50 a 70 aerei al mese dal 1933 al 1937, un decimo di quella tedesca.

La dottrina di impiego, imperniata su una forte autonomia, era sulla carta offensivista, basata su una forte componente di bombardieri pesanti con la quale colpire all’inizio delle operazioni le forze e le industrie nemiche, ma per l’opposizione delle più alte autorità militari, anche alla luce della guerra di Spagna, fu modificata e adattata alla filosofia dell’Armée alla quale l’Aeronautica era organicamente strettamente subordinata, dando quindi preminenza a una forte componente di caccia, in quanto il bombardiere, come il carro, era considerato arma offensiva per eccellenza.
      Sia il generale Féquant, capo di stato maggiore generale dal 1936 al 1938, sia il successore generale Vuillemin, non erano fautori di un’Aeronautica di appoggio al suolo, oggi definita aeronautica tattica. Quando dovette intervenire nella battaglia terrestre, in supporto dell’esercito, l’Arma mostrò così i suoi limiti per l’assoluta mancanza di aerei da attacco al suolo e per l’efficiente difesa antiaerea.
      Colpisce la somiglianza con la Regia Aeronautica.
      In effetti la caccia si confrontò con quella avversaria in piccole formazioni, dispersa com’era tra le armate terrestri e modeste formazioni autonome. Gli interventi furono limitati e per il numero e per la pochezza dei mezzi. I nuovi modelli, LeO 45 e Breguet 693 ebbero una serie infinita di problemi che ne diminuirono le capacità operazionali.
      Tutto l’insieme era aggravato da mancanza di coordinazione operativa e di attrezzature per riparazioni, antiquate comunicazioni, inesistente collaborazione tra aerei e truppe a terra, dispersioni dei mezzi.
      A indicazione delle differenze tra le due forze aeree basta annotare che l’Armée de l’Air mise in campo 18 modelli di aerei da combattimento: Caccia MS 406, Bloch 152, Curtiss H 75, Dewotine 520, Caudron 714 e Potez 631. Bombardieri Amiot 143, Bloch 210, Farman 222, Lioré- et-Olivier LeO 45, Amiot 350, Douglas DB 7; Glenn-Martin 167, Potez 633 e Breguet 693. Ricognitori Potez 63, Potez 637, Bloch 174. Il 10 maggio 1940 il totale degli aerei “di prima linea” ammontava a 1185 apparecchi di cui 700 caccia, a cui si aggiungevano 460 aerei britannici di cui 160 caccia. La riserva era di 1450 aerei di cui la maggior parte antiquata e superata. L’aviazione era sicuramente la più debole tra le tre armi, contava su 71 groupes di combattimento: 23 da caccia, 33 da bombardamento e 15 da ricognizione. Il groupe, composto da due squadriglie, costituiva l’unità organica di base con 24 aerei da caccia, 18 o 20 da bombardamento e un numero molto più ridotto di ricognitori.

Per i bombardieri la missione principale era l’appoggio alle unità terrestri, nell’assoluta impossibilità di azioni sulla Germania. Delle tre missioni affidate alla caccia, difesa contro le incursioni, copertura del fronte, scorta dei bombardieri e dei ricognitori, si dovette rinunciare ben presto all’ultima per la pochezza dei mezzi.

Nel periodo di inattività terrestre, il periodo della drôle guerre, le due aeronautiche si scontrarono con frequenza e balzò agli occhi di tutti che il caccia standard dell’Arma, il Morane-Saulnier MS 406, era letteralmente surclassato, mentre il principale ricognitore il Bloch 131 fu ritirato dopo perdite definite “catastrophiques”9. Come sempre gli aviatori pagarono con la propria pelle gli errori concettuali. Secondo Boyle all’inizio della guerra l’aviazione aveva in forza 232 aerei da caccia monoposto, 138 Morane-Saulnier MS 406 e 94 americani Curtiss Hawk.

Ai combattimenti sui cieli della Francia partecipò anche la R.A.F., che perdette 900 aerei tra cui 400 preziosissimi Hurricane. Lo Spitfire fu invece gelosamente riservato alla difesa della Gran Bretagna e apparve soltanto sui cieli di Dunkerque. Quando iniziarono le operazioni nel maggio 1940 le modeste possibilità dell’Armée de l’Air furono evidenti. Gli attacchi furono condotti dai piccoli pacchetti di aerei e si tradussero in pesanti perdite sotto il fuoco della Flak e l’ombrello protettivo della Luftwaffe. Nacquero polemiche sul cattivo o mancato impiego dell’aeronautica, tutti i problemi si aggravarono nel corso della ritirata quando il numero delle basi si ridusse e si dovette procedere alla distruzione di impianti e attrezzature.

Weygand,nel suo Al servizio della patria, sostiene nel capitolo III “Aviazione”: “[…] dal punto di vista del numero degli apparecchi esistenti al maggio 1940, la palese inferiorità della nostra aviazione ha avuto ripercussioni determinanti nella disfatta. Credo invece che, nel loro complesso, i nostri materiali, presi per categoria di apparecchi, avessero qualità paragonabili a quelle dei tedeschi”. La guerra è finita da tempo, il generalissimo ha avuto la possibilità di riordinare le idee alla luce di documenti e memorie, le sue opinioni non sono cambiate.

Alla vigilia della guerra, come scrive il generale Gauché, la comparazione delle forze che vanno ad affrontarsi non era certo adatta ad inclinare lo spirito a imprese ardite. Così l’alto comando rimise tutte le sue speranze nella solidità di un fronte che permettesse di attendere un aiuto esterno e nello sviluppo della produzione di guerra. Riconosciuta l’impossibilità di superare il Reno, di sfondare la Linea Sigfrido, di violare, per motivi morali, la frontiera del neutrale Belgio, il piano di guerra non fu che un insieme di riflessi difensivi intorno alla Maginot.
     Base di tutto: guadagnare tempo.

Dal 1936 al 1940 i finanziamenti per il riarmo aumentano di anno in anno, mentre lo Stato Maggiore studiava le problematiche che emergevano dall’impiego dei nuovi armamenti. Negli anni 1937, 1938 e 1939 i bilanci per la guerra furono rispettivamente di 12.900.000, 17.000.000 e 37.200.000 franchi così ripartiti:

                      1937    1938    1939
Esercito          40%     36%      32%
Marina            28%     22%      17%
Aeronautica   32%     42%      51%

Restava sempre aperto il problema del potenziale industriale, complicato dalla situazione sociale dell’estate 1936, dalla penuria di operai specializzati, dalla nazionalizzazione dell’industria bellica.

I militari si accorsero finalmente di essere arrivati alle soglie della guerra, dopo aver passato anni a discettare sulle caratteristiche degli armamenti, con un catalogo di armi moderne, delle quali pochissime erano state realizzate. Va però sottolineato che l’istituzione era vittima della insensibilità dell’opinione pubblica impregnata di pacifismo alle problematiche militari, era isolata nel piano morale e intellettuale, con conseguente sclerotizzazione del pensiero militare.

Nel 1914 era stata preventivata una guerra di pochi mesi e fu lunghissima, nel 1939, al contrario, si sperava in una guerra lunga. Sarebbe stata, invece, tragicamente brevissima.

La Gran Bretagna
Sono in molti a sostenere che i primi prodromi della decadenza di una nazione si avvertono nelle forze armate e la Gran Bretagna, con la Russia zarista e l’Austria-Ungheria, ne è un perfetto esempio. I generali inglesi, che avevano già dimostrato la loro inettitudine contro gli Zulu e i Boeri, nella Grande Guerra persistettero con bruta stupidità sugli stessi metodi di attacco per tutta la durata del conflitto,(che, non va dimenticato, si risolse non sui campi di battaglia ma con il crollo del fronte interno tedesco) e diedero un classico esempio dell’incapacità della soluzione del problema tattico: il superamento della trincea difesa dal reticolato e protetta dalla mitragliatrice. Un esercito, che per tre secoli aveva condotto la guerra basandosi sulla mobilità e la sorpresa, rinunciò alle armi che la esaltavano, impantanandosi per quattro anni nelle pianure francesi. Il tragico successivo equivoco fu quello di ritenere che la vittoria fosse stata conseguenza della superiorità militare scaturita dalla strategia di attrito.

Furono in pochissimi a capire che l’epoca della sciabola e della baionetta era finita per sempre.

Nel dopoguerra i generali inglesi furono onorati e nobilitati e chi scrive ha visto campeggiare il monumento eretto a Douglas Haig, un macellaio che mandò a morte centinaia di migliaia di giovani, in una piazza di Edimburgo.

Era Rudyard Kipling, il cantore della grandezza dell’Impero, padre di un diciassettenne volontario non più ritrovato, a scrivere: “Non torneranno più a noi, i risoluti, i giovani, i volenterosi, i puri di cuore che abbiamo donato: ma gli uomini che per risparmio li hanno lasciati morire nel loro sterco, dovranno arrivare alla tomba pieni di anni ed onori?”.

Passati i fumi della vittoria, l’orrenda prova di sangue e di morte influenzò profondamente l’ufficialità britannica e l’arma emergente, il carro armato, non va dimenticato che in Inghilterra fu ideato e costruito il primo, fu vista come il necessario appoggio alla fanteria per il superamento della terra di nessuno, lo spazio tra le due trincee ove si era bruciata un’intera generazione. In un articolo del colonnello Mc Clintock “Gli ultimi cinquecento metri” pubblicato su The Army Quaterly del 1931, si sosteneva, all’unisono con i pensatori militari francesi, che il carro doveva accompagnare la fanteria negli “ultimi cinquecento metri”, quelli che vanno percorsi sotto il fuoco di tutte le armi, incubo e ossessione dei militari.

Del carro armato va preliminarmente tracciata una breve storia, avendo presente il suo scarso peso per un’ottusa classe militare incapace di comprendere le nuove idee. Liddell Hart è calzante quando scrive: “La chiesa anglicana e l’esercito inglese sono le istituzioni più conservatrici della storia”. Il famoso storico faceva parte di quella combattiva minoranza, conosciuta come la Giovane Scuola inglese che si batte per un nuovo esercito, piccolo, potente, interamente motorizzato. Sono ufficiali come Fuller, Martel, Lindsay, Pile, Croft, Ironside, Hobart, Broad che si scontrano contro l’immobilismo e le tradizioni. Martel, nel gennaio 1938 inviato in Egitto come esperto di corazzati, fu silurato nell’estate 1939 dal generale Archibald Wavell, nuovo comandante in capo del Medio Oriente, per i suoi metodi poco convenzionali.

Basil Liddell Hart, onorato col titolo di Sir, combattente e ferito nella passata guerra, scrittore fecondissimo, uno dei più importanti del secolo passato, autore di opere importanti sulla prima e la seconda Guerra Mondiale in cui, per inciso, non vi è nessun cenno alla Resistenza, espone le sue teorie sorrette da una più ampia piattaforma culturale e meno soggette alle strettoie della vita militare di altri autori. La “sua” divisione, ideata nel 1922, è formata da corazzati, fanteria e artiglieria meccanizzate. Nel 1932, nell’opera The british way in warfare, sostiene: “Nell’autunno 1914 una raffica di mitragliatrice converte la linea di attacco della fanteria in una trincea. Occorre tornare a una estrema mobilità per riavere il potere offensivo perduto”.

Ma i pensatori della Giovane Scuola hanno di fronte il muro di gomma dell’intero establishment e non ne riescono a scalfire l’immobilismo. Nel 1934 l’ineffabile segretario alle Finanze del Ministero della Guerra dichiara in Parlamento: “Più mi addentro in questioni militari e più mi rendo conto dell’importanza della cavalleria nella guerra moderna”. Nove anni prima il generale Haig, diventato Lord, aveva spezzato una lancia per i “cavalli ben pasciuti”. Nel 1925, dall’alto del suo magistero, il medesimo Haig sostiene che il valore del cavallo e le possibilità di impiego in una prossima guerra saranno grandi quanto mai: “[…] Sono del tutto favorevole all’impiego di aerei e carri armati, ma essi costituiranno soltanto elementi accessori all’uomo e al cavallo. […] si scoprirà per il cavallo, il cavallo ben pasciuto, tante possibilità di impiego quante mai se ne sono scoperte per il passato”. Riferendosi a questi uomini, Thomas Edward Lawrence, Lawrence d’Arabia, scrisse: “[…] in quei primi giorni non ci preoccupavamo di sconfiggere i nostri nemici ma di essere lasciati in vita dai nostri capi. […] Gli uomini erano spesso combattenti valorosi, ma i generali perdevano sovente in stupidità ciò che avevano guadagnato in ignoranza.

L’idea che ossessiona, l’idea di un’intera classe politica e militare, un’angoscia costante, è sempre la trincea in cui sono marcite idee e ideali. Churchill, uomo dalle attività multiformi, fa costruire una macchina scavatrice, la Cultivator, vezzosamente soprannominata Nelly, capace di scavare un solco abbastanza profondo da permettere di superare le trincee nemiche, una macchina che non verrà mai usata e che finirà nel museo Engineer Supply 10 Lawrence, Thomas Edward., La rivolta nel deserto, Milano, 1991. Depot a Longmarston nel Warwickshire.

Dopo cinque anni dalla fine del conflitto i Royal Tank Corps, che più volte corrono il rischio di essere eliminati, furono formalmente integrati nell’esercito diventando il Royal Tank Corps, sulla base permanente di quattro battaglioni carri e alcune compagnie autoblindo.

Nel 1925 Fuller, appoggiato da una parte della stampa e da uomini politici, riesce a convincere lo Stato Maggiore ad esperimentare una formazione corazzata che viene creata nel successivo 1926. Nasce così la Forza meccanizzata sperimentale, costituita da un gruppo esplorazione con tankette cingolate e due compagnie autoblindo, un battaglione di 48 carri medi Vickers, un battaglione mitraglieri motorizzato, un gruppo di artiglieria leggera su due battaglioni a traino meccanizzato, un battaglione di semoventi, una compagnia genio.

J.F.C. Fuller è un uomo dal fortissimo carattere. Capo dello staff costituito per la gestione dei carri armati, la cui ideazione risale al colonnello Ernest Swinton, autore del piano di attacco a Cambrai nel 1917, nel 1919 Capo di stato maggiore del Corpo carri armati, ne diventa il principale esponente, iniziando una battaglia portata avanti con toni particolarmente virulenti. Nel 1923 è istruttore capo al Camberly Staff College, nel 1926 è assistente del Capo di stato maggiore imperiale. Quando scrive: “L’uomo dalle idee conservatrici non potrà mai diventare un buon generale” non aumenta la sua popolarità. È costretto a lasciare l’esercito nel 1933, dopo la nomina a generale nel 1930. Continuerà una feconda carriera di scrittore. Vanno segnalate opere come Tanks in the Great War, una valutazione dei corazzati nel passato conflitto del 1920; The reformation of War del 1923 sull’avvenire dei corazzati, Una storia militare del mondo occidentale, La seconda guerra mondiale, Memorie di un soldato originale. Nel suo Sulle guerre future, siamo nel 1928, sostiene: “L’esercito come è organizzato non può risolvere i conflitti dell’avvenire. I compiti della fanteria devono essere limitati, la cavalleria abolita, mentre l’artiglieria non sarà usata nel modo tradizionale e arriverà alla più alta espressione della potenza distruttiva. L’arma dell’avvenire è il carro armato il quale riduce le perdite dei soldati ed è lo strumento di lotta più redditizio ed economico. Gli attacchi non devono mai essere portati frontalmente, ma sui fianchi, condotti con estrema rapidità”. Nel 1932 in una conferenza sul “Regolamento per il servizio in guerra - Operazioni per truppe meccanizzate”, sostiene con straordinaria lucidità che: “La cavalleria esisterà sino a quando la fanteria andrà a piedi”. Sono parole che infastidiscono gli aristocratici ufficiali della reale cavalleria mentre bevono il the nei loro club riservati. Si legge in La Guerra dei codici di Stephen Budiansky: “In Gran Bretagna qualsiasi cosa avesse a che fare con grasso e scatole di cambio era competenza di macchinisti e autisti, non certo di gentiluomini”. Le teorie di Fuller, un vano tentativo di smuovere le acque impantanate del pensiero militare, sono però viziate da un errore di impostazione. Per un processo di estremizzazione, al quale è forse spinto dalla lotta accanita che gli viene fatta, rinuncia alla componente d’accompagnamento della fanteria e, battezzando la sua teoria All tanks, ritiene preferibile una formazione di soli carri. In effetti, con qualche audacia, si può sostenere che l’influenza “navalista” della cultura militare britannica influisca fortemente, in quanto il carro armato è visto come una nave terrestre che, in formazione, si muove come una squadra navale e non ha bisogno dell’accompagnamento di “pedoni”. Questa tendenza fu codificata nel primo manuale per le truppe corazzate, Mechanised and armoured formations, edito nel 1929, in cui l’eventuale aggregazione di unità di fanteria, artiglieria e genio, se e quando necessarie, era prevista soltanto sulla carta. Si può immaginare quale grado di affiatamento si poteva raggiungere con questi principi. Ancora nel 1935 Fuller scrive: “La fanteria è soltanto un cappio che ostacola il libero movimento di questa macchina”. E ancora: “La concezione del carro armato costretto ad agire sempre a contatto con la fanteria e la cavalleria deve considerarsi sorpassata”.
     Su Fuller i giudizi favorevoli si sprecano. Liddell Hart scrive: “Non è difficile trovare falle nei lavori di Fuller: imprecisioni, illogicità e incoerenze. Eppure l’esercito britannico non ha mai dato un uomo di così sorprendente visione e così fertile genio”. L’americano Luttwak lo considera autore della teoria dell’aggiramento dall’alto: “Un complesso d’operazioni mirante a tagliare fuori e a circondare l’avversario con aviolanci nelle retrovie, contemporaneamente ad attacchi portati lungo il fronte”.

Il primo maggio 1927, nelle pianure di Salisbury, per la prima volta nella storia si mosse un corpo corazzato, la Experimental mechanical force (EMF). I risultati non potevano che essere controversi. I mezzi erano residuati del passato conflitto, pesanti e lenti, scarsamente blindati, a cui si aggiungevano Carden Loyd da una tonnellata e mezza, armati di una mitragliatrice. I trasporti della fanteria e dell’artiglieria risalivano allo stesso periodo e non erano in condizioni di seguire i carri in campo aperto. Si incluse nella formazione anche un battaglione motorizzato armato di mitragliatrici e pezzi semoventi da 18 libbre i “Birch guns”. La nota positiva era data dai nuovi carri leggeri e veloci che, secondo lo Stato Maggiore, avrebbero dovuo sostituire la cavalleria montata. L’appoggio aereo non fu preso nemmeno in considerazione, come la logistica e i sistemi di trasmissione.

Proporzionare i vari elementi, dotati di diverse velocità di movimentazione, sarebbe stato per anni un problema di ardua soluzione per le intrinseche difficoltà di far coesistere per la prima volta armi così diverse. Va sempre ricordata la naturale ostilità di tutte le grandi organizzazioni, con le loro leggi non scritte, alle trasformazioni. Nello stesso anno della dimostrazione sperimentale di Salisbury si codificò la dottrina con il manuale Provisional instruction for tank and armoured car training, Part 2.. L’anno successivo, il 1928, la Brigata verrà ribattezzata Armoured Force. Il problema del carburante continuava ad essere sempre sbandierato a gran voce, ma Baird Smith, in un articolo pubblicato sul “The Journal of the Royal Service Institution” col titolo “Addestramento dell’esercito: la lezione del 1927-1928”, aggiunge che un solo carro in panne su una strada può provocare il blocco di un’intera colonna, facile preda dell’aviazione. Altri sono più possibilisti di Smith. Il tenente colonnello G. F. Brooke, su “The Army Quaterly”, sostiene: “Nessuna arma è indipendente dalle altre, la stretta cooperazione fra tutte è la via più sicura per raggiungere l’efficienza”.

Le polemiche non durarono a lungo, poiché le alte sfere stabilirono che la Forza meccanizzata sperimentale non serviva e il progetto naufragò. Si dovrà così attendere altri tre anni ed arrivare al 1931 per la costituzione della Prima brigata carri agli ordini del colonello Broad, composta da un battaglione carri leggeri e tre battaglioni di carri misti, ossia leggeri e medi.

Nel 1935 venne codificata la divisione dell’arma. Si legge nel Nuovo regolamento di servizio in guerra, che abolisce quello del 1929, volume secondo, Norme per il Combattimento: “[…] i carri agiscono in operazioni autonome o in cooperazione con la fanteria”. Si ha così anche in Gran Bretagna , come in Francia, la divisione dei mezzi tra la cavalleria, Royal armoured corps e la fanteria, Tank corps. Nel settembre 1935 venne presa la decisione di meccanizzare la cavalleria con un documento intestato The future reorganization of the British Army. L’anno successivo il War Office motorizzò due reggimenti di cavalleria, uno in Gran Bretagna e uno in Egitto, un altro di cavalleria metropolitana fu trasformato in Cavalry Light Tank Regiment. Nel 1938, infine, le divisioni di cavalleria lasciano i cavalli nelle stalle e vengono meccanizzate.

Va dunque onestamente riconosciuto all’Esercito britannico il primato della completa meccanizzazione di tutte le sue componenti, seguito da quello degli Stati Uniti a guerra iniziata. Alle nuove unità vengono assegnati i compiti della cavalleria montata.

La prestigiosa industria bellica inglese, che pure produceva un’arma automatica come lo Sten, la meno costosa del secondo conflitto mondiale, della quale si sosteneva che poteva essere costruita in un attrezzato garage, aerei come lo Spitfire simbolo della difesa e il Lancaster arma dell’offesa, entrò invece in guerra con una serie di prototipi di carri armati battuti in partenza. Affannosamente la Direzione generale dei carri armati e dei trasporti, organo del Ministero degli Approvvigionamenti prima, e il Consiglio dei carri armati costituito su impulso di Churchill dopo, si arrabattarono e cercarono di eliminare gli attriti tra i vari organi e dicasteri interessati. Si raccoglievano così i frutti dell’incredibile miopia dello Stato Maggiore imperiale che ancora nel 1940, dopo lunghi studi, decretò che il cannone da due pdr corrispondente a 40 mm avrebbe soddisfatto qualsiasi futura esigenza di gittata e di potere perforante. L’evoluzione fu lenta e penosa: tutti i mezzi avevano numerosi difetti iniziali, tutti un’affrettata messa a punto; ancora nel 1942 il cannone standard dei carri inglesi era un 40/53. Nella sua opera maggiore Churchill tenta di spiegare le ragioni di questo fallimento scaricandone le responsabilità sul precedente ministro della Guerra Hore-Belisha. Secondo Chamberlain e Ellis, autori di un volume sui mezzi corazzati inglesi e americani, furono i continui mutamenti e le incertezze politiche a determinare l’incapacità di produrre carri competitivi.

Sulla “bruttezza” dei mezzi occorre citare il generale Pugnani11 il quale sosteneva che se l’architettura di un carro soddisfa dal lato estetico è perché si è raggiunto un compromesso razionale tra le tre caratteristiche di base: velocità, potenza e corazzatura.
     Del Medium D proposto da Fuller, nonostante l’appoggio di Churchill, non ne furono prodotti che quattro mezzi, quello anfibio affondò nel Tamigi.
     La Vickers aveva prodotto nel 1922 il Carro leggero Light tank Mark 1, ribattezzato Medium tank Mk 1 e, migliorati, i Medium Tank Mk.II e III nel 1930. Costruiti in 200 esemplari, armarono i battaglioni del Tank Corps negli anni Venti e per buona parte degli anni Trenta. Colpisce subito l’incredibile bruttezza del disegno, ma alla vigilia del nuovo conflitto, nessun carro era armato più potentemente del Mark 1. Ci si disperdeva tuttavia in una serie di carri leggeri e si produsse nel 1928 il Carden Loyd Mark, VI armato di una mitragliatrice, con due uomini di equipaggio, dall’umoristico peso di 1,5 tonnellate. Nacque poi un nuovo modello più grande, dal quale si ricaverà il Bren Gun Carrier, armato di un fucile mitragliatore Bren. Nel 1929 uscì il primo carro con torretta, il Carden Loyd Mark VII, sempre con due uomini di equipaggio e una mitragliatrice. Il modello successivo, il Mark VIII, fu seguito da una lunga serie di nuovi carri. Aumenta l’equipaggio e il numero delle mitragliatrici, sempre a un costo molto contenuto, e aumenta anche la confusione in materia. Dobbiamo arrivare al 1938 perché si sostituisse il Carro leggero Mark 1. Ma il monumento alla tecnologia carrista del Regno Unito è l’Infantry tank Mk II Matilda, che avanza al passo della fanteria, armato di un cannone da 40 e una mitragliatrice da 7,92, pesantemente corazzato quasi invulnerabile alle armi controcarri fino al 1941, “dalla scarsa mobilità e modestamente armato” lo definisce Ogorkiewicz12. Lord Gorth nelle sue memorie sostiene che, dei 600 corazzati in Francia, solo i Matilda 2 potevano ingaggiare in combattimento i Panzer III. Costruito nella massima economia, entrò in servizio nel 1938 e fu ritirato nel 1940. Alla vigilia della guerra entrarono in servizio due carri cruiser, l’Mk IV e l’A9, male armati e peggio blindati, ma dalla rilevante velocità. Gli Inglesi durante la guerra dovettero rassegnarsi ad essere tributari degli armamenti americani e le loro divisioni ebbero come carro base lo Sherman M4.
     Il Capo di stato maggiore, nel lontano maggio 1920, scriveva: “Il nostro piccolo esercito è troppo sparso, non siamo abbastanza forti in alcun teatro: non in Irlanda, non in Inghilterra (era l’epoca dei grandi scioperi), non sul Reno, non a Batum, non in Egitto, non in Palestina, non in Mesopotamia, non in Persia, non in India”.
     Inascoltata Cassandra gli si univa l’ammiraglio Keynes nel maggio 1932: “Noi siamo un popolo lento a imparare e svelto a dimenticare. Ricordiamo le nostre vittorie e i nostri successi ma tendiamo a dimenticare le sempre ricorrenti lezioni della storia, che ha registrato con infallibile regolarità le umiliazioni e le sconfitte che abbiamo sofferto quando le nostre forze armate e la marina sono state abbandonate al declino e al decadimento solo perché gli orizzonti politici apparivano al momento sereni”.
     Non va mai dimenticato che per molti secoli il paese considerò, per la sua posizione geografica, l’esercito un lusso facoltativo.

Intorno al 1930, con l’esclusione di quello indiano che contava 160.000 uomini di cui 60.000 britannici, gli effettivi dell’Esercito erano di 150.000 uomini. La sua missione consisteva nel presidiare l’India, l’Egitto, le colonie, i nuovi mandati e tutti i territori, con esclusione di quelli “bianchi”, sotto il controllo britannico. Con britanniche capacità l’ordine era mantenuto con le autoblindo e l’aeronautica e con grandi capacità diplomatiche. Ad esempio del pragmatismo efficientista del carattere britannico basti pensare che nel 1939 l’India con 400 milioni di abitanti era amministrata da 1384 funzionari civili.

Vi erano poi i territoriali, 140.000 uomini, che prestavano servizio per circa dieci giorni all'anno. Dobbiamo arrivare al 1936 per il primo consistente aumento delle spese militari, ma il bilancio fu inferiore a quello italiano e solo un terzo o un quarto di quello tedesco. Per le preoccupazioni del Tesoro e dei politici, un affannoso riarmo cominciò effettivamente solo nel 1938, ma era tardi: anni di sclerosi non possono essere recuperati rapidamente. Va aggiunto che solo nell’aprile 1939 fu ristabilita la coscrizione obbligatoria con la tradizionale opposizione del partito laburista e dei sindacati; e solo nel tragico maggio 1940 si costituì la prima divisione corazzata, l’Armoured division, a quella data fortunatamente ancora in Inghilterra.

La potenza militare della Gran Bretagna e del suo Impero al primo settembre 1939 era ben poca cosa. La povertà degli armamenti era anche la conseguenza della Ten Years rule, la dottrina stabilita nell’immediato dopoguerra dal potere politico. Una grande guerra non era prevedibile per i prossimi dieci anni, e questa Istruzione venne ribadita sino al 1933, con i relativi effetti sui piani di armamento.
     L’esercito regolare, guidato da generali sempre più anziani e sempre più soddisfatti delle tradizionali dottrine che avevano portato alla passata vittoria, composto da volontari comandati da ufficiali formatisi per la Fanteria nella Royal Military Academy di Sandhurst e per l’Artiglieria e il Genio nella Royal Military Academy di Wolwich, e di cui facevano parte i contingenti femminili del Women Auxiliary Corps W.A.C., era un esercito perfetto nelle parate e nella rigida etichetta reggimentale. Più che un esercito, un insieme di reggimenti rigorosamente ordinati, ciascuno compatto come una famiglia, inadatti a combattere in formazioni complesse, incapaci di assumere iniziative, un esercito mal visto da un’opinione pubblica pacifista. L’arruolamento era quasi sempre per zone, come gli Alpini in Italia. Schierava 4 divisioni motorizzate e una blindata i cui materiali erano in corso di rinnovamento. Si aggiungeva a questo l’esercito territoriale, composto da 9 divisioni di fanteria, 3 divisioni motorizzate e una divisione di cavalleria in corso di trasformazione in divisione blindata. Il 25 marzo 1939 era stato disposto il raddoppio degli effettivi, ma questa trasformazione era ancora in corso all’inizio delle ostilità.
      In una nota del 2° Bureau del G.Q.G. francese si sosteneva che la Gran Bretagna non era in grado di produrre un serio sforzo militare prima di sei mesi dall’inizio del conflitto. Prima di questa data il corpo spedizionario in Francia non poteva superare 8 divisioni di fanteria e una divisione di cavalleria. A queste forze vanno aggiunti 460 aerei, di cui 160 Hurricane, bombardieri leggeri e aerei da ricognizione che furono quasi interamente perduti. Sul suolo patrio rimasero 650 caccia Hurricane e Spitfire, che avevano volato per la prima volta, rispettivamente, il 6 novembre 1935, sei mesi dopo il primo Bf 109, e il 5 marzo 1936, oltre ai bombardieri pesanti che negli anni a venire “strapperanno i visceri alla Germania”.
      Fare un identikit dell’ufficiale britannico è piuttosto arduo.

Lo storico Barnett lo descrive: “Ottuso, elegante, un po’ lento, onesto, convenzionale, compìto, coraggioso e privo di immaginazione”. Gli ufficiali superiori erano anche usi attribuirsi dei curiosi soprannomi: Wilson, comandante delle truppe in Egitto era “Jumbo”, Gott “Strafer”, Montgomery “Monty”, Dowding “Stuffy” e Higgins “Blum and eyeglass”.

Il duca di Cambridge, alla fine dell’Ottocento sosteneva che: “L’ufficiale britannico doveva prima essere un gentiluomo e poi un ufficiale”13, era comune sentimento che la guerra fosse l’occupazione per eccellenza della grande e della piccola nobiltà, che costituivano la classe dei guerrieri. Nel tempo si ebbero continue trasformazioni che divennero incisive quando, siano intorno agli anni Settanta dell’Ottocento, il grado non venne più attribuito per il censo e dietro pagamento, ma attraverso esami di ammissione alle scuole militari. Ma erano aristocratici i due comandanti che si succedettero nella guerra dei Boeri, Neville Lyttelton, capo di stato maggiore nel 1904, Henry Wilson, capo di stato maggiore dal 1918 al 1922, Alan Francis Brooke,capo di stato maggiore imperiale, mentre Bernard Law Montgomery era considerato il cadetto più povero del suo anno a Sandhurst. Non va però dimenticato che il contributo di sangue che i nobili versarono nelle due guerre mondiali fu imponente. Erano gentiluomini di buona famiglia, professionisti che coniugavano gli sport con un’elaborata vita sociale, conservatori, snob, poco inclini alle novità tecnologiche, uniti da una straordinaria omogeneità sociale e ideologica, legati a rigidi schemi dai quali erano incapaci di allontanarsi.

Gli ufficiali britannici formavano una conventicola dalla quale venivano esclusii quelli che non si piegavano al conformismo dell’ambiente. Il feldmaresciallo sir Bernard Law Montgomery, visconte di El Alamein, ne fu il massimo epigono. Napoleone sosteneva che preferiva i generali fortunati, e il visconte di El Alamein lo era sicuramente. Scampato alla rotta del giugno 1940, assunse il comando dell’Ottava armata dopo la morte per incidente aereo del generale Gott. Se fosse arrivato prima si sarebbe aggiunto al malinconico elenco di generali liquidati da Rommel:: lo sfortunato O’Connor, caduto prigioniero con Philip Neame, comandante del fronte cirenaico, sir Archibald Percival Wavell, comandante in capo del Medio Oriente, sir Noel Beresford Perse, comandante della Western Desert Force, sir Claude Auchinleck, forse il meno peggio, sir Alan Gordon Cunningham, aureolato dalla vittoria sul fronte etiopico, il maggiore generale sir Neil Methuen Ritchie, forse il più inetto. Va notato che Richard N. O’Connor, liberato dai partigiani italiani, partecipò al comando dell'VIII Corpo d'Armata all’Operazione Goodwood sul fronte occidentale con esito infausto.

Tratto distintivo di tutti i summenzionati fu l’incapacità di risolvere le problematiche dettate dal mezzo corazzato nell’Africa settentrionale, una palestra ideale per la mancanza di agglomerati urbani, di fiumi, di rilievi montuosi, con una visibilità a giro di orizzonte.

Tutte le offensive di Montgomery avevano come base un’assoluta, schiacciante superiorità di uomini e mezzi. L’inseguimento delle forze italotedesche in Libia dopo la battaglia di Alamein iniziata il 23 ottobre 1941 e durata dodici giorni si concluse a Tripoli il 23 gennaio dell’anno successivo. Quando sbarcò in Calabria, Operazione Baytown, schierò 600 pezzi di artiglieria, cui aggiunse 120 cannoni navali. Aveva di fronte due battaglioni tedeschi lasciati in retroguardia. Di lui il maresciallo von Rundstedt, forse non privo di senso dell’umorismo, scrisse: “Il maresciallo Montgomery era molto sistematico. Questo va benissimo se avete forze sufficienti e tempo sufficiente”. Viene alla mente Lawrence d’Arabia il quale descrive l’avanzata su Damasco delle truppe inglesi nel 1918: “[…] gruppi di esploratori percorrevano le valli deserte, pattuglie coronavano ogni collina abbandonata, era un paravento portato avanti accuratissimamente”.

Clausewitz sostiene che i frutti della vittoria si raccolgono nell’inseguimento.

Come in tutti gli eserciti, anche in quello britannico esistevano umane rivalità. Lord Cavan, nominato capo di stato maggiore alla fine del primo conflitto mondiale e che apparteneva alla vasta schiera di ufficiali superiori che considerava Fuller un eretico, sosteneva, chi scrive pensa a buon ragione, di non essere altro che: “un povero soldato qualsiasi, semianalfabeta […] sempre andato a caccia almeno una volta alla settimana”. Concordava il suo predecessore sir Henry Wilson che lo definiva: “ignorante, pomposo, vanitoso e meschino”.
     La rusticità della dottrina sull’uso dei carri si evidenzia nelle parole del generale Gott, novello Nelson: “Questa sarà una battaglia per i comandanti dei carri armati. Nessun ufficiale carrista sbaglierà di molto se porterà il suo cannone a distanza di tiro del nemico”.
     Pur tenendo conto della tendenza, non solo dei militari, a magnificare le proprie gesta, va notato che i generali memorialisti, Monty in testa, descrissero con stile lapidario, monumentale, auto celebrativo e sempre con insopportabile alterigia le operazioni alle quali avevano partecipato, attribuendo le sconfitte alla superiorità del materiale nemico e le vittorie alle loro capacità tattiche.
     Faceva loro da contrappeso una nutrita pattuglia di storici, in testa Liddell Hart, Barnett e Fuller che non ebbero peli sulla lingua a criticare, spesso in modo estremamente pesante, il loro operato. Con ineguagliabile britannico humour Liddell Hart sosteneva che il genio militare è fiorito sul suolo della Gran Bretagna, ma come una pianta esotica.
     A un esercito di dilettanti faceva fronte un’aeronautica la Royal Air Force RAF costituita il primo aprile 1918, il “giorno dei buffoni” “All fool day”, come forza armata indipendente nella quale confluirono la Royal Naval Air Service e il Royal Flying Corps.
     Nel corso dei vent’anni che separarono le due guerre, spesso alle miserabili economie del governo si contrapponeva la liberalità dei privati. Quando nell’ottobre 1929 il governo rese nota la decisione di non finanziare la partecipazione di una squadra inglese alla coppa Schneider del 1931, fu una nobildonna inglese, lady Houston, che offrì 100.000 sterline, permettendo così la terza vittoria con l’attribuzione del prestigioso trofeo aeronautico.

Comandante dell’Arma fu l’Air Marshall Hugh Trenchard, il quale basò la dottrina sul principio della “paralisi strategica”, sostenendo che la guerra poteva essere vinta con il solo potere aereo: “Penalizzare all’inizio i centri di produzione del nemico, arrestare tutti i trasporti e tutte le comunicazioni”. In effetti, non esisteva nessuna remora contro i bombardamenti dei centri abitati, contro i bombardamenti terroristici eufemisticamente definiti bombardamenti strategici. Il premier Stanley Baldwin, alla Camera dei Comuni il 10 novembre 1932, con gelido realismo sosteneva: ”Qualunque cosa si dica i bombardieri passeranno sempre. L’unica difesa è l’offesa, il che significa che dovrete uccidere donne e bambini più velocemente del nemico, se vorrete salvarvi”. Era stato preceduto da Churchill, difensore di un’aeronautica indipendente, che, nel lontano 1921, sosteneva: “Sono certo che se dovesse scoppiare una nuova guerra mondiale dopo un lungo periodo di pace, la nazione che avrà più approfondito i suoi studi e la sua preparazione sulla guerra nell’aria disporrà di un enorme vantaggio iniziale, mentre al contrario la nazione che non avesse seguito questa strada rischierebbe di trovarsi in una situazione pericolosa. Ecco perché sono convinto che la politica della Gran Bretagna deve mirare ad ampliare il concetto di un potere aereo indipendente, che sia costituito in forza a se stante, unica garanzia per la sicurezza futura del paese”.

Fu alla luce di questi principi che, nel 1936, il governo prese la decisione di costruire quadrimotori per il bombardamento strategico della Germania. Lo scontro tra le due aeronautiche fu una guerra nella guerra, uno scontro tra giovani uomini di straordinario valore con la migliore tecnologia esistente. Il duello si chiuse con la totale distruzione delle città tedesche e con 800.000 civili, in gran parte donne, vecchi e bambini, che non videro la fine del conflitto.

La Germania
Col Trattato di Versailles che aveva abolito il grande stato maggiore e proibito carri armati, sommergibili, artiglieria pesante, aggressivi chimici e aeronautica, il nuovo esercito, nato nell’autunno 1919 col nome di Reichswehr, con una ferma di 12 mesi fu ridotto a 100.000 unità con 4.000 ufficiali. Termine più preciso sarebbe stato Reichheer perché il primo termine indica le forze armate di terra, mare e cielo.
     L’esercito imperiale era uscito gravemente falcidiato dalla passata guerra. Su 46.000 ufficiali di carriera ne caddero 11.400, su 226.000 ufficiali della riserva 35.000. Lo stesso pesante contributo di sangue fu versato dai sottufficiali che costituivano l’ossatura dell’esercito, 300.000 non ne videro la fine. Nella selezione per il nuovo esercito tra circa 34.000 ufficiali, i criteri si basarono su capacità fisiche, intellettuali e morali, dando la preferenza agli ufficiali dello stato maggiore nei confronti di quelli combattenti. La selezione accuratissima fu simile a quella del 1806, quando rimase in servizio solo il 23% degli ufficiali prussiani. Furono scartati ufficiali di complemento anche con un brillante comportamento sul campo ma privi di conoscenze strategiche, e si diede la preferenza a ufficiali che sul fronte orientale avevano combattuto una guerra di movimento come Manstein, Kesserling, Rundstedt e Kleist.
      Di questa selezione lo storico inglese Simpkin nel suo Race in the swift, edito a Londra nel 1985, sostiene: “La selezione e l’addestramento dei quadri della Reichswehr hanno prodotto un’eccezionale concentrazione di talento manageriale, sia ai massimi livelli (stati maggiori) sia a livelli intermedi (sottufficiali e sergenti)”. In seguito si diede sempre la massima attenzione alla meritocrazia, con promozioni basate sulle reali capacità e non in base a scatti di anzianità o a simpatie politiche.

Il generale Hans von Seeckt (1866-1936), figlio di un generale, assunse il comando il 18 aprile 1920 col titolo di Chef der Heeresleitung e il primo gennaio 1921, in un ordine del giorno proclamò l’orgoglio di essere ufficiale: “L’esercito è il primo strumento della potenza del Reich. Ciascuno dei suoi componenti deve penetrarsi dell’idea che, in servizio o fuori servizio, è il rappresentante e l’agente esecutivo di tale potenza. La sua condotta e la sua attitudine in tutte le circostanze della vita debbono provare che egli è pienamente cosciente della funzione che esercita e delle responsabilità che ne derivano”.

Entrato a far parte del prestigioso Corpo di stato maggiore a 33 anni, in guerra fu Capo di stato maggiore delle armate che avevano sconfitto nel maggio 1915 i Russi a Gorlice-Tarnow, i Serbi nell’inverno dello stesso anno, i Romeni nel 1916. Il colonnello Carrias lo descrive come un tipico ufficiale prussiano, elegante col suo monocolo, cortese, ironico, taciturno, grande lavoratore, grande volontà, paragonandolo a Moltke il Vecchio. Nel dopoguerra aveva duramente criticato i concetti operativi dello stato maggiore generale che alla “pietrificazione” del fronte non aveva opposto un’efficace alternativa, scriveva nel suo “Pensieri di un soldato”: “Lo sbaglio sta nell’opporre una massa umana immobile e quasi indifesa all’azione bruta del materiale bellico. Il materiale è superiore alla vivente e mortale massa umana, ma non è superiore alla vivente e immortale mente umana”. Dai fronti balcanici e russi trasse per la guerra mobile i migliori insegnamenti, da quello francese esperienze sull’abilità tattica con la quale erano state affrontare le offensive, sulle capacità decisionali degli ufficiali subalterni e dei sottufficiali nella pianificazione delle azioni di assalto. Venne preservata la consuetudine dell’esercito prussiano di portare ufficiali e sottufficiali ad esercitare le funzioni di grado superiore. Scrive il generale Bernhardi nel suo “La guerra dell’avvenire” edita in Italia nel 1923: “[…] essere altresì tatticamente istruiti al punto tale da poter in ogni momento disimpegnare le funzioni di grado immediatamente superiore”.

Nel primo regolamento Führung und Gefecht der verbundenen Waffen, “Condotta e combattimento coordinato di tutte le armi”, composto da due volumi per un totale di 609 pagine, edito il primo nel 1921 e il secondo nel 1923, von Seeckt espone i suoi principi con teutonica chiarezza: “Solo conservando un vivo ricordo dei mezzi che ci furono tolti noi troveremo, ad onta della loro mancanza, la strada e i mezzi che ci permetteranno di lottare contro un esercito moderno” e, ancora: “[…] dare ai capi e alle truppe la possibilità di mettere in pratica un’istruzione che tenga conto delle lezioni della guerra e di apprendere intimamente tutte le armi […] Economia di forze con ricerca dello schwerpunkt (punto decisivo)”.
      La Prefazione del Regolamento di von Seeckt è uno squillo di guerra: “Il regolamento prende per base gli effettivi, l’armamento e l’equipaggiamento dell’esercito di una grande potenza militare moderna e non solo l’esercito tedesco dei 100.000 uomini, formato in virtù del trattato di pace”.
      Capovolgendo i principi del suo predecessore generale Reinhardt, fautore della guerra difensiva, il Regolamento è prevalentemente dedicato alla guerra di movimento (128 pagine) condotta con grandi unità, e ai nuovi mezzi di combattimento compresi i gas, con caratteristiche e prescrizioni per trarne il miglior uso. La divisione, ma il concetto è comune a tutti i grandi eserciti, resta l’unità fondamentale del combattimento, con il comandante sempre in testa. La cavalleria ha gli stessi compiti del periodo prebellico: ricerca del nemico, eliminazione della cavalleria avversaria, avviluppamento delle ali dell’armata nemica, rapidi colpi di mano e incursioni nelle retrovie. Viene esclusa la possibilità di combattimenti a cavallo da parte di grosse unità. L’organigramma della divisione di fanteria fu la base di quella della futura Wehrmacht. La divisione di cavalleria, con artiglieria, genio e autoblindo, diverrà la base della divisione motorizzata degli anni Trenta.
      Nel 1920 gli ufficiali di origine aristocratica della Reichswehr erano il 21% degli effettivi; aumentarono al 28% nel 1932. Nel 1927, tra quelli usciti dai corsi ufficiali, la metà erano figli di ufficiali di carriera. L’esercito continuava a rimanere un microcosmo chiuso in se stesso, ed ogni reggimento raccoglieva le tradizioni di un reggimento imperiale. Le promozioni di sottufficiali erano rare, nel reclutamento di sottufficiali e truppe, i provenienti dalla classe contadina vengono preferiti agli operai ed ai borghesi.
     Nella scelta della filosofia operativa von Seeckt esaminò e rifiutò la “scuola psicologica” sostenuta da ex ufficiali di complemento come Ernst Jünger, autore di Nella tempesta di acciaio, che, celebrando lo spirito indomito del soldato tedesco, sostenevano che una guerra futura sarebbe stata vinta solo con la disponibilità al sacrificio delle truppe prima ancora di un perfetto addestramento. Lo stesso fece per i fautori della “guerra di popolo”, la Volkskrieg, non avendo fiducia nei Freikorps, che pure avevano dimostrato le loro possibilità nell’immediato dopoguerra.
     La ricerca delle cause della sconfitta fu affidata negli anni 1919 e 1920 a gruppi di studio di circa 400 ufficiali di ogni grado e specialità; contemporaneamente si ava inizio ad un ininterrotto dibattito tattico-operativo, basato sullo studio e l’addestramento a tutti i livelli. Eludendo la stretta vigilanza della Commissione che controllava l’applicazione delle clausole dell’armistizio, iniziava anche il riarmo clandestino, trasferendo presso società estere lo studio e la sperimentazione tecnica di prototipi di nuove armi. Costretto a rinunciare allo Stato Maggiore, la Reichswehr ne trasferì le funzioni al Truppenamt (Ufficio truppe), per non perdere l’esperienza acquisita, i cui ufficiali conservavano le bande rosse dei pantaloni, che era appunto la distinzione dello Stato Maggiore. Sugli armamenti scrive von Seeckt nel 1930: “[…] definire i modelli, e poi preparare tutto il necessario per una produzione di massa, in caso di bisogno. L’Esercito, in collaborazione con la scienza tecnica, è in grado di stabilire i migliori tipi di armi momento per momento, mediante uno studio costante e con esperimenti pratici e di laboratorio. Bisogna concludere accordi con l’industria, in maniera che i tipi prescelti possano essere sicuramente prodotti subito e nella quantità necessaria”.

A titolo di esempio si può citare la ditta Flossboot (successivamente divenuta Hans Scheibert), che all’esposizione di Berlino del 1922 espose quattro tipi di natanti pneumatici, per il mercato privato. L’anno successivo la ditta ottenne un contratto dal Ministero della Guerra per impiegare questo tipo di natante come zattere per attraversare i fiumi con truppe e mezzi d’artiglieria in sostituzione dei pontoni del Genio, il cui uso era stato limitato dalla Commissione di controllo alleato per il disarmo.

Nell’ottobre 1926 Von Seeckt fu costretto a dimettersi per insanabili contrasti col presidente della Repubblica Hindenburg. Aveva però raggiunto il suo obiettivo: un esercito ben addestrato, di rapida mobilitazione, con armamenti moderni, pronto ad entrare immediatamente in azione. Egli aveva forgiato non un piccolo esercito, ma un grande esercito in miniatura, un microcosmo capace di illimitata espansione.
     Wheeler Bennett lo definisce: “Un artista nel cavar sangue dalle rape, nel trasformare in spade le lame degli aratri”, Lord d’Albernon “una volpe in veste di generale”.
     Gli successe sino al 1930 il generale Wilhelm Heye, suo braccio destro, che all’atto della nomina gli dichiarava: “Vostra eccellenza ha rimesso la Germania in sella, io non dovrò che mantenerla”, Kurt von Hammerstein-Equord sino al 1934 e Werner von Fritsch sino al 1938, quando dovette dimettersi a seguito di una congiura ordita dai massimi dirigenti nazisti. Di poi, scagionato da una commissione di inchiesta, non fu reintegrato e si farà uccidere, alla testa del suo antico reggimento del quale aveva chiesto il comando, sotto Varsavia.
     Agli inizi degli anni Trenta, accordi segreti con l’Unione Sovietica permisero di esperimentare presso Kazan diversi “trattori“ ricavandone preziose esperienze. La cooperazione militare tra i due Paesi risaliva all’inizio degli anni Venti. Il servizio segreto francese l’aveva segnalata nel novembre 1922 in una nota intitolata L’infiltration allemande en Russie. Il maresciallo Tuchacevskji, secondo una segnalazione del primo marzo 1923 del britannico War Office, aveva avuto abboccamenti a Berlino con i massimi esponenti dell’esercito tedesco. Tornerà nell’ottobre 1932 alla testa di una delegazione di sette generali per assistere alle grandi manovre della Reichswehr. Nel novembre 1935, a 42 anni, sarà il più giovane maresciallo dell’Unione Sovietica, due anni e un mese dopo sarà fucilato come traditore, nel 1960 sarà riabilitato.
     Hitler intanto, nel gennaio 1933 diventa Cancelliere del Reich. Dopo la morte di Hindenburg assume anche la Presidenza della Repubblica conservando quella di Cancelliere con il titolo di Führer und Reichskanzler, e il due agosto 1934 riceve il Reichsgesetzblatt, un personale giuramento di fedeltà di tutti i componenti delle Forze Armate, che dichiarano “[...] di obbedire incondizionatamente a Adolf Hitler [...]“.
     Nel 1933 lo sconosciuto Guderian ebbe la possibilità di far sfilare davanti al nuovo Cancelliere reparti che, in embrione, costituivano già una divisione corazzata, con carri, autoblindo e fanteria su autocarri. Va riconosciuta a Hitler la capacità di afferrare subito le possibilità dell’arma e di appoggiare pienamente le nuove idee imponendole a un recalcitrante Alto Comando. Quando una divisione corazzata partecipò alla “passeggiata“ di 700 chilometri con la quale venne occupata l’Austria, il 30% dei carri si bloccò, spesso per mancanza di rifornimenti, pur procedendo su strade asfaltate e senza avversari. Grande fu il malcelato compiacimento degli oppositori della nuova arma, i quali si fecero forti della certezza che le divisioni corazzate non erano in grado di operare in profondità. Ma i carristi afferrarono la lezione, e vennero formati quadri scelti per la manutenzione e il rifornimento. Nelle operazioni in Africa Settentrionale gli Inglesi scoprirono che la maggioranza dei carri immobilizzati viene riparata sul posto.

     Nel 1934 venne pubblicata la nuova normativa “Manuale 300” Truppenführung (Guida delle truppe), stilato da Ludwig von Beck (1880-1944) Capo di stato maggiore dell’esercito suicidatosi nel 1944; manuale secondo le cui norme l’esercito avrebbe combattuto la prossima guerra: “Le lezioni sulla maniera più opportuna di condurre una guerra non possono essere compilate esaustivamente sotto forma di regolamenti. I principi enunciati in teoria devono poi essere applicati sul campo in sintonia con la situazione operativa concreta. […] Die Leere des Schlachtfeldes (Il vuoto sul campo di battaglia) esige Kampfer (combattenti) che pensano e agiscano autonomamente, che sanno valutare ogni situazione, la sfruttano decisamente e audacemente, permeati dalla convinzione che il successo è responsabilità di tutti”. Si continua invitando i comandanti a tutti i livelli a: “concedere libertà d’azione ai loro subordinati, nella misura in cui non reca pregiudizio agli intenti perseguiti”.

Lo storico Luigi Emilio Longo parla di: “Una delle più note pubblicazioni militari tedesche”. In essa vi è un accenno alla ritirata descritta come: “tendente a sottrarre la truppa alla continuazione della lotta per riprenderla altrove in condizioni più favorevoli”. Dieci anni dopo il problema sarà più approfondito. L’adddetto militare generale Efisio Marras esaminò dettagliatamente l’ordinamento militare nel 1939 profondendosi in valutazioni positive, ma aggiunse una nota involontariamente comica: “Nel complesso l’ufficiale tedesco conosce praticamente bene il proprio esercito, per quanto di cultura generale e militare inferiore a quella dell’ufficiale italiano“.

Nell'ottobre 1935 si formarono le prime tre divisioni corazzate e Guderian cominciava a far valere le sue idee: fanteria e genio sono motorizzati con semicingolati, lo stesso avviene per l’artiglieria, i mezzi di ricognizione sono potenziati in velocità e potenza di fuoco, i cingoli li rendono adatti a tutti i terreni.

L’organigramma della formazione-tipo del 1940 - dopo le diverse modifiche maturate nel tempo - è di seguito riportato:

ORGANIZZAZIONE DIVISIONE PANZER (1940)

 Comando e QG

Brigata Carri (Pz.Brigade)

Brigata Fanteria

Reggimento Artiglieria Motorizzata

 Abt. Artiglieria Controcarro

Abt. Artiglieria Flak

Abt. Esploratori

Abt. Pionieri

Abt. Trasmissioni

Oltre ai reparti di supporto e servizi ed una squadriglia aerea, introdotta nel 1939.

 Brigata Panzer 

1° Reggimento Panzer

2° Reggimento Panzer

Supporto e servizi

Su due battaglioni carri, ciascuno su:

Su due battaglioni carri, ciascuno su:

 

Due compagnie carri leggeri

Due compagnie carri leggeri

 

Una compagnia carri medi

Una compagnia carri medi

 

 Brigata Fanteria 

1° Reggimento Fanteria

2° Reggimento Fanteria

Battaglione Motociclisti

Su tre battaglioni, ciascuno su:

Su tre battaglioni, ciascuno su:

 Due compagnie motociclisti

Tre compagnie fucilieri

Tre compagnie fucileri

 Una compagnia mitraglieri

Una compagnia armi pesanti

Una compagnia armi pesanti

 Una compagnia mista

 Reggimento Artiglieria (Motorizzata) 

1° Gruppo Artiglieria

2°Gruppo Artiglieria

3° Gruppo Artiglieria

Su tre batterie da 105 mm

Su tre batterie da 105 mm

Su tre batterie da 150 mm

  Abt. Artiglieria Controcarro 

 1a Compagnia

 2a Compagnia

 3a Compagnia

4a Compagnia

 Su 12 pezzi da 37 mm

 Su 12 pezzi da 37 mm

 Su 12 pezzi da 37 mm

Su sei pezzi pesanti

Abt. Esploratori

Compagnia carri

Compagnia carri

Compagnia motociclisti

Compagnia mista

Sezione Pionieri

Su 10 carri

Su 10 carri

     

Abt. Flak (Artiglieria contraerea)

1^ Batteria leggera.

2^ Batteria leggera

3^ Batteria pesante

Su 12 pezzi

Su 12 pezzi

Su 9 pezzi

Abt. Pionieri (Genio)

2 Compagnie motorizzate

1 Compagnia corazzata

2 colonne ponte e 1 colonna leggera

Abt. Trasmissioni

1 Compagnia radio

1 Compagnia telefoni

Squadriglia aerea

Su 9 – 12 aerei leggeri da ricognizione

Abt: abbreviazione di "Abteilung", reparto equivalente ad un battaglione.

 I carri armati tedeschi disponevano tutti di un radioricevitore, e quelli comando di una radiotrasmittente. Nel corso di tutta la guerra l’industria bellica inglese e statunitense, a differenza di quella sovietica, non riuscì a produrre un solo modello all’altezza di quelli tedeschi; si dovette supplire con la quantità alla qualità.

Già nel 1935 i primi quattro modelli panzer erano sviluppati. Ad essi fu dato il numero romano da I a IV e la sigla PzKpfw (Panzerkampfwagen) che in italiano si può tradurre con “veicolo corazzato da campagna” . I primi modelli avevano tutti lo stesso motore, un Maybach a sei cilindri per i modelli I e II, a 12 cilindri per i modelli III e IV e per i successivi V e VI. Gli scafi permettevano l’installazione di cannoni più potenti e di piastre aggiuntive. Ne è un esempio il modello III il cui cannone da 37 mm fu sostituito nell’ultimo modello da un cannone da 75. I tedeschi schierarono anche tre modelli di autoblindo. La più pesante può essere paragonata all’A.M.D. Panhard, che aveva però un cannone più potente. A questo complesso vanno aggiunti i carri cecoslovacchi incorporati nell’esercito tedesco senza colpo ferire. I carri Skoda LT35 e TNHPS presero la sigla Pzkpfw 35 (t) e Pzkpfw 28 (t) ove la lettera t sta per Cecoslovacchia. Espressione dell’avanzata tecnologia ceca, vanno a formare la 6a, la 7a e l’8a Divisione panzer.

Va notato che, mentre i Polacchi offrirono una feroce resistenza, i Cecoslovacchi preferirono aprire le porte all’invasore senza opporre difesa. A differenza della Polonia, il Paese uscirà dalla guerra quasi intatto ma con la perdita della Rutenia subcarpatica a favore di Mosca. Unico Stato ad uscire diminuito da un conflitto al quale non aveva partecipato.

Le specifiche dei carri risalivano agli anni precedenti la guerra. Al 1932 il PzKpfw I, primo carro della serie. Con due uomini di equipaggio, due mitragliatrici, scarso armamento e debole corazzatura, aveva notevoli limitazioni tecniche. Il PzKpfw II è dello stesso anno: misura di transizione per carri più pesanti, aveva tre uomini di equipaggio, un cannoncino da 20 mm., una mitragliatrice 7,92 mm, peso circa doppio del precedente. Di poi furono declassati il primo all’addestramento, il secondo all’esplorazione. Il PzKpfw III, carro medio standard dell’esercito dal 1940 al 1942, fu sviluppato e prodotto dal 1935. Con cinque uomini di equipaggio, era armato di un cannone e due mitragliatrici. Il PzKpfw IV, la cui specifica risaliva all’anno precedente, aveva cinque uomini di equipaggio, era armato di cannone e due mitragliatrici. Il III e il IV avevano stessi cingoli e stesso tipo di motore.

La selezione, estremamente accurata, avveniva tra prototipi presentati da varie ditte, la relativa produzione veniva distribuita tra più società. I modelli I e II dovevano servire solo per l’addestramento, ma per il ritardo nella produzione dei modelli III e IV costituirono il nerbo delle forze corazzate in Polonia e in Francia. Negli anni 1941 e 1942 ne cessò la produzione, in quanto si era afferrata la prima lezione della guerra: il carro leggero non ha possibilità di sopravvivenza sul campo di battaglia. Il modello II verrà relegato a compiti di esplorazione che svolse brillantemente per la sua velocità, 40 chilometri nella seconda versione. Il ricordo va all’italiano L/35 da 3,5 tonnellate che, armato di due mitragliatrici, sostenne sanguinosi scontri in Africa Settentrionale e in Russia con prestazioni su terreni vari di 15 chilometri l’ora.

La stessa esperienza varrà per la moto con sidecar. Non passerà molto tempo che verrà sostituita dalla Kubelwagen, di più facile conduzione, con un carico superiore, con superiori possibilità di muoversi su terreno accidentato, fangoso o innevato.

Le riparazioni venivano effettuate in massima parte sui campi di battaglia o nelle immediate retrovie. L’autonomia veniva potenziata dalla possibilità di portare al seguito carburante per 150-200 chilometri, conservato in latte piatte da 25 litri, che gli Inglesi chiamavano Jerrycan, disegnate in modo che il carburante potesse essere versato fino all’ultima goccia. I carri avevano a bordo razioni per tre giorni, con altre tre nella colonna rifornimenti reggimentali e tre nella colonna rifornimenti divisionale. Nelle successive operazioni le divisioni venivano ritirate dal fronte quando le perdite erano pesanti e le reclute si addestravano con i veterani lontano dai campi di battaglia. Come per un aereo da bombardamento, l’errore di un uomo portava infatti alla morte di tutti.

Gli avvenimenti intanto si succedono su un piano inclinato in cui sprofonderà l’Europa e il mondo.

Il più formidabile strumento bellico del XX secolo, la Wehrmacht, “Forza di difesa” che sostituiva la Reichswehr, nasce il 16 marzo 1935. Anche per la Wehrmacht va precisato che non si intende solo l’Esercito, ma tutte le Forze Armate divise in Heer (Esercito), Kriegsmarine (Marina) e Luftwaffe (Aeronautica), rette da un Oberkommando. Segue l’organigramma:

Comandante supremo: Hitler

Oberkommando der Wehrmacht (OKW) (Alto comando delle forze armate)

Capo di stato maggiore

Keitel

 

Capo ufficio operazioni

Jodl

 

Oberkommando der Heeres (OKH)
(Comando Supremo dell’Esercito)

Oberkommando der Kriegsmarine (OKM)
(Comando Supremo della Marina)

Oberkommando der Luftwaffe (OKL)
(Comando Supremo dell’ Aeronautica)

Comandante in capo: Brauchitsch

Comandante in capo: Reader

Comandante in capo: Goering

Capo di Stato Maggiore: Halder

Capo di Stato Maggiore: Schniewind

Capo di Stato Maggiore: Jeschonnek

Lo stesso 16 marzo, approfittando dell’aumento a due anni della ferma in Francia, è sancita la coscrizione generale obbligatoria sulla base di 36 divisioni con la ferma di un anno. Il Truppenamt si trasforma ad agosto in Generalstab. Sotto il comando del generale Oswald Lutz, protettore di Guderian, operano insieme carri e fanteria motorizzata, supportati da reparti del genio in grado di operare anche ome fanteria, tradizione che risaliva a Federico II. Il 15 settembre è promulgata la legge sulla nuova bandiera, il 15 ottobre è riaperta la Kriegsakademie, l’Accademia di guerra, fondata nel 1810. Il 7 marzo 1936 l’esercito entra nella Renania, Strasburgo è sotto i cannoni tedeschi. Il 24 agosto il servizio di leva è portato a due anni, il 13 marzo 1938 è annessa l’Austria, segue la fine della Cecoslovacchia.

Il primo settembre 1939 inizia la fine dell’Europa.

Per gli ufficiali in servizio si aprono nuovi orizzonti e invoglianti carriere, se si pensa che nessun ufficiale entrato nella Reichswehr quale aspirante raggiunse il grado di capitano prima del 1935. Tutti, esclusi i 3200 ereditati dalla Reichswehr, dovevano il loro stato a Hitler al quale professavano la massima lealtà. Con l’attuazione della leva obbligatoria del 1935-36 l’organico fu raddoppiato. Furono assorbiti 2.500 ufficiali di polizia, 1.200 sottufficiali della Reichswehr, 800 ex ufficiali di carriera congedati nel 1918-1919. Nel 1936 furono introdotti gli ufficiali di complemento, vietati dal trattato di Versailles. Nel 1938 l’organico degli ufficiali era di 21.700; il 1° settembre 1939, tra ufficiali di carriera e di complemento, era salito a 89.075. Il 1° settembre 1943 erano 243.453 di cui 40.000 di carriera. Gli ufficiali delle Waffen-SS passarono da 1.203 alla fine del 1938 a 15.777 nel giugno 1944. La Marina aveva nel 1932 1.100 ufficiali, nel 1944 28.000. La Luftwaffe da 900 alla fondazione, avvenuta il primo marzo 1935, quasi tutti provenienti dall’esercito, a 80.688 nel 1944.

L’elenco delle opere che un ufficiale doveva studiare comprendeva nelle opere generali Clausewitz e Schlieffen, nella sezione storica la relazione ufficiale della prima guerra mondiale Die Weltkrieg e le memorie di Seeckt, Hindenburg, Ludendorff, Mackensen, dell’austriaco Conrad von Hötzendorf e, in seguito, quelle tecniche di Guderian con Achtung-Panzer! e Walter Nehring con Panzerabwehr.

Contemporaneamente al riarmo ed all’aumento degli organici per le nuove esigenze si procedette all’epurazione dei generali non allineati: così 29 alti Comandi su 40 cambiarono titolare anche se, a differenza dell’Unione Sovietica, non si aprivano i campi di concentramento. Con l’ampliamento dei quadri vennero ammessi alla carriera i migliori sottufficiali e giovani di tutte le classi sociali; i nobili, che avevano formato con gli Junker l’ossatura dell’esercito imperiale, diventarono minoranza. Hitler infatti aveva sempre sostenuto che l’essenza del nazionalsocialismo consisteva nell’eguaglianza incondizionata delle possibilità per tutti i maschi tedeschi razzialmente puri. Cominciava in tal modo a venire meno la tradizionale omogeneità della classe militare, sostituita da una nuova fanaticamente legata al Führer, il quale estese i suoi poteri imponendo la sua volontà in tutte le circostanze. Quando il generale Ritter von Leeb nell’inverno 1942 comandava lo Heeresgruppe Nord davanti a Leningrado, ordini, suggerimenti, osservazioni del caporale Hitler erano giornalieri; e quando il generale lo invitò a non trattarlo come un caporale fu dimissionato senza indugi. Lo stesso accadde a Guderian, tre volte privato del comando: la prima nella campagna di Francia al passaggio della Mosa; la seconda alle porte di Mosca; la terza, quando rifiutò, nell’ultima fase, della guerra di obbedire a un ordine.
      Si legge in Fighting power - German military performance 1914-1945 dello storico israeliano Martin van Creveld: “La selezione operata per il reclutamento dell’esercito (un ufficiale ammesso per 20 candidati) aveva raggiunto un’efficienza non riscontrabile altrove. Teams misti di ufficiali, psicologi, psichiatrici avevano stabilito un metodo severissimo di selezione che seguivano poi personalmente e che, a una analisi condotta negli Stati Uniti, era risultato efficacissimo. La stima della sua accuratezza variava fra l’80 e il 98%”. Cossé- Brissac parla di “penseurs militaires audacieux et sensés […] techniciens éprouvés […] État-Majors méthodiques et studieux […] chefs rompus à leur métier […] La troupe savait […] tirer, combattre et mourir!”.

I generali, dei quali Liddell Hart sosteneva che erano il miglior prodotto della loro professione in assoluto rispetto a ogni altro paese, non avevano avuto negli anni 1917 e 1918 un grado superiore a quello di maggiore, e nel 1940 la loro età media era sui 54-55 anni. Von Brauchitsch, comandante in capo nel 1940, era un capitano addetto allo stato maggiore nella passata guerra. Gamelin in una conversazione con Jules Romains con compiacimento aveva sostenuto: “Pochi dei loro generali attuali hanno occupato dei comandi importanti nel 1914- 1918 […] si tratta di un’esperienza per così dire intrasmissibile”. Infatti, la stragrande maggioranza degli ufficiali tedeschi non avevano coperto posti di responsabilità nella Grande Guerra e affrontavano perciò i problemi che la nuova guerra portava senza pregiudizi. Per inciso, tutti i marescialli francesi nel 1926 avevano più di 70 anni. Vanno ricordate le parole di Tocqueville: “Quando un paese democratico intraprende una guerra dopo un lungo periodo di pace, tutti i vertici delle gerarchie sono anziani. E non solo i generali, ma anche i sottufficiali la cui carriera è stata ancora più lenta. Non deve quindi destare sorpresa se, negli eserciti democratici, dopo una lunga pace, tutti i soldati sono molto giovani, e tutti gli ufficiali superiori avanti negli anni; così che i primi mancano di esperienza e i secondi di vigore”.

Le capacità dei generali non dipendevano dall’Arma di appartenenza. Esaminando lo studio condotto da un gruppo di ufficiali e storici nel volume I Generali di Hitler a cura di Correlli Barnett si osserva che, dei 25 generali esaminati, fior fiore dell’esercito, 9 provenivano dall’artiglieria, 13 dalla fanteria e 3 dalla cavalleria. A prova delle loro capacità va osservato che gli alti comandi delle divisioni corazzate furono assegnati ad ufficiali provenienti in massima parte dalla fanteria: Hoth, Guderian, Schmidt, Reinhardt, von Wietersheim, Rommel. Dalla cavalleria proveniva Hoeppner e dall’artiglieria von Kleist. Wheeler Bennett osservava che “gli ufficiali di stato maggiore […] conservavano la più completa libertà di espressione all’interno della casta su tutte le questioni attinenti al servizio”.
     Le capacità combattive dell’esercito sono esaminate in un articolo di Lucio Ceva che riporta le valutazioni dello storico MacGregor Knox: “[…] gli studi degli anni sessanta e settanta concludono riconoscendo alla Wehrmacht (Waffen SS comprese) un primato di efficienza combattiva di 1,2 nei confronti di Americani e Britannici e di 3 a 1 rispetto ai Russi. Anche in termini di capacità di infliggere perdite per uomo, la preminenza era di 1,55 a 1 verso gli occidentali e sarà poi di quasi 6 a 1 rispetto all’Armata Rossa”.

Dupuy e Van Creveld giungono alle stesse conclusioni. Il primo scrive: “I tedeschi a parità di uomini sono stati superiori ai loro avversari nelle due guerre mondiali” e attribuisce tale superiorità all’addestramento e alle capacità di comando degli ufficiali. La leadership, la guida degli uomini, alla cui mancanza è fatta risalire la sconfitta dell’esercito americano in Viet Nam, è dote costante dell’ufficialità e ad essa è dovuto il mancato sfascio dell’esercito pur sottoposto a un dissanguamento spaventoso e a una serie continua di sconfitte. Con perdite altissime i tedeschi pagano tale capacità. Il 30 % del corpo ufficiali cade sul campo di battaglia a fronte del 26 % dei soldati. Su 675 generali elencati nell’annuario dell’esercito, 223 cadono in azione”. Il secondo: “Un esercito che fu sopraffatto da forze tre, cinque, sette volte superiori. Ma che non fuggì, non si disintegrò. Anzi ostinatamente continuò a battersi”. La disposizione del Truppenführung 1936: “I comandanti devono vivere con le truppe e condividerne i rischi e le privazioni, la fatica, la gioia e la sofferenza” non restò lettera morta.

La filosofia bellica tedesca si basava sull’auftragstaktik, che si può liberamente tradurre con “Comando e controllo decentralizzato”, maturata e sviluppata nei secoli precedenti ad opera principale di Federico Secondo, che riteneva essere preferibile impiegare male gli uomini piuttosto che non impiegarli, e Helmuth Moltke. Questa filosofia si adattava in modo particolare a un paese sui cui confini gravitavano tre grandi potenze europee, Francia, Russia e Austria-Ungheria, spesso alleate.

Ai comandanti in subordine si indicavano l’obiettivo da raggiungere, le forze disponibili e i limiti temporali dell’azione, lasciando loro piena libertà d’azione. Ad esempio il regolamento del 1847 autorizzava gli ufficiali a modificare gli ordini ricevuti quando la realtà si appalesava diversa. Tale principio era applicato a tutti i livelli fino al comandante di squadra ed era fondato sull’iniziativa personale e sulla reciproca fiducia supportate da una grande preparazione professionale a tutti i livelli. I comandi superiori intervenivano solo quando subentravano fattori che non potevano essere a conoscenza dei subordinati. Gli ufficiali venivano incitati a sfruttare tutte le possibilità che gli avvenimenti che si succedevano sul campo di battaglia creavano.

I regolamenti parlavano di: “percezione tempestiva della circostanza e del momento in cui è opportuna una nuova e diversa decisione”. Nel suo testamento spirituale il vecchio Moltke scriveva: “Bisogna fissare come regola che un ordine deve contenere tutto quello che l’inferiore non può decidere da solo per raggiungere l’obiettivo fissato, ma nulla oltre”.

Questo decentramento delle funzioni permetteva ai comandanti, in particolare quelli di divisioni corazzate, di avanzare alla testa delle prime unità, con la possibilità, di assumere le decisioni con la massima velocità. Il capo di stato maggiore, in posizione arretrata, era in grado di prendere decisioni indipendenti nello spirito dell’auftragstaktik Tutto era fondato su velocità e movimento, con l’assunzione di rischi enormi. Guderian sul suo carro comando, un SdKfz Hanomag 251 appositamente attrezzato ,e Rommel col veicolo corazzato battezzato Mammuth, erano dovunque. A quest’ultimo veniva addebitato dagli alti comandi italiani nell’Africa Settentrionale di “scomparire” dal campo di battaglia e di non essere facilmente raggiungibile. Il generale Mancinelli, suo collaboratore, sosteneva invece che era molto pericoloso avvicinarlo essendo sempre in prima linea.

Nella dolorosa, indimenticabile memoria della passata guerra di trincea, si pose la velocità di movimento alla base di tutta la dottrina, velocità di movimento sempre enfatizzata e che si sublimerà nel Blitzkrieg, procedimento devastante in Polonia e in Francia, la cui micidiale efficacia fu resa possibile da condizioni temporali eccellenti, dall’assenza di grandi fiumi, dalla mancanza di profondità strategica dei due paesi, dall’esistenza di un’ottima rete stradale in Francia, tutti fattori che vennero meno nella campagna di Russia, tomba della panzerdivision che poteva vincere una battaglia, più battaglie, ma non la guerra. Il generale Halder, nel suo Diario che è una miniera di dati, sconsolatamente osserva che: “[i russi] non sono in grado di capire che sono stati sconfitti”, ma questo scarso “capire” li portò a una grande, sanguinosa vittoria. Sulle forze armate sovietiche l’alto comando tedesco aveva le stesse notizie che avevano i Francesi nel 1812 quando attaccarono la Russia. Non va dimenticato, è una comune considerazione storica, che i Tedeschi, eccellenti in campo tatticooperativo, erano incapaci di pensare in termini strategici. Le componenti del Blitzkrieg, che fecero nascere il mito dell’invincibilità, possono schematicamente essere così riassunte: velocità potenziata dal motore, avanzata su terreni rotti grazie ai cingoli, protezione data dal blindaggio, appoggio di fuoco dell’aeronautica tattica, uso di apparecchiature radio, e, straordinaria sorpresa tattica, attacchi verticali di paracadutisti e di truppe avioportate. Il tutto supportato da un’estrema audacia che porta ad affrontare rischi estremi. Basti pensare alle Panzerdivisionen che sfondano a Sedan e si spingono verso la Manica per 400 chilometri col rischio sempre esistente di essere tagliate fuori da improvvisi attacchi alle linee di comunicazioni. Si legge nelle memorie del generale Gamelin che il capo dei Servizi segreti in una deposizione al processo di Riom scriveva: “Il grande pericolo corso da queste divisioni, che potevano essere attaccate sul fianco senza essere sostenute, è stato riconosciuto più tardi dagli stessi comandanti di divisione. Il generale comandante della 10ª corazzata ha recentemente confessato che essa era allora scaglionata su oltre 100 chilometri di profondità e che egli non si capacitava ancora di avere potuto eseguire il suo movimento senza subire un grave scacco”. Dei servizi francesi va ricordato che la raccolta di informazioni era affidata alla Section Ib, mentre l’analisi e l’interpretazione era riservata alla Section D (Deutschland).
     Quando la prima guerra mondiale finì, un ignoto pilota tedesco scrisse dell’arma aerea Im Krieg geboren, im Krieg gestore (Nata con la guerra, morta in guerra) e sembrava che l’aeronautica espressamente vietata dal Trattato di Versailles del 28 giugno 1919 non avesse avvenire. Invece, clandestinamente rinacque nel 1920 con un apposito reparto del Truppenamt agli ordini del capitano poi maggiore Helmut Wilberg, che, in aeronautica dal 1910, aveva comandato reparti in guerra, sviluppando nuove tattiche. Aveva ai suoi ordini circa 180 ufficiali con uomini del calibro di Hugo Sperrle, Kurt Student, Wilhelm Wimmer e Helmuth Felmy.
     La Luftstreitkräfte aveva portato la guerra sulle grandi città, con i bombardamenti di Londra nel periodo tra la primavera del 1917 e quella del 1918, dando agli Inglesi la raggelante certezza che la Gran Bretagna non era più un’isola, ed aveva raggiunto il predominio nel cielo per lunghi periodi per merito di piloti da caccia tra cui una leggenda: il capitano Manfred von Richthofen, abbattuto a 26 anni.

L’aeronautica del dopoguerra fu subito organizzata come arma indipendente agli ordini del Comando Supremo. Quando si pensa alle sfibranti diatribe e stanchevoli querelle che infiammarono gli ambienti militari inglesi, statunitensi e, in modo particolare, francesi, si apprezza ancora di più la capacità germanica nel trovare la soluzione giusta. Va a merito di Mussolini di essere stato da subito e risolutamente un assertore dell’aeronautica indipendente.

Principi base furono la superiorità aerea e una stretta collaborazione con le altre armi. Nei confronti del bombardamento strategico le perplessità, lo scetticismo erano grandi, alla luce degli scarsi risultati ottenuti su Londra e altre città inglesi, a cui si aggiungevano la pochezza di quelli britannici sulla Germania, contrastata da una contraerea che, secondo il capitano Seydel, comandante del Flakgruppe 20, aveva abbattuto 420 aerei alleati.

L’aeronautica civile fu affidata a ex piloti militari, il capitano Ernst Brandeberg, comandante dello stormo che aveva bombardato Londra, ne diventerà il capo, mentre Erhard Milch, strettissimo collaboratore di Wilberg, sarà nominato direttore della compagnia Deutsche Lufthansa, costituitasi nel 1926. Le possibilità di diventare pilota civile erano estremamente limitate, la Lufthansa aveva 58 piloti nel 1928 che salirono a 300 nel 1930, ma l’aviazione era al centro di molte attenzioni, e l’ex ispettore dell’arma aerea maggiore Siegert a lungo insisté per un’intensa campagna propagandista attraverso il cinema e la stampa.
     I piloti volavano all’estero, non potendolo fare in patria. 120 piloti da caccia e 100 osservatori si addestrarono segretamente in Russia nella base di Lipetsk a 370 chilometri da Mosca; altri furono ospiti dell’aviazione americana; nel luglio 1933 arrivano in Italia e si addestrano con la Regia Aeronautica a Udine e a Grottaglie. Tra essi vi era uno sconosciuto volovelista di 19 anni Adolf Galland, il futuro asso dell’aviazione tedesca con 104 vittorie. In un clima di fervida attività, dall’agosto 1919 fu pubblicato Luftfahrtnachrichten, e si provvide alla traduzione e diffusione di pubblicazioni estere, all’organizzazione di wargames sulla battaglia aerea, la difesa del Reich, l’attacco alle infrastrutture industriali francesi. Quando in Germania si sviluppò un’allarmata attenzione per la minaccia aerea e il generale in ritiro Schwarte lanciò l’allarme ipotizzando 14.000 gli aerei, di cui 4000 da bombardamento, che Francia, Belgio, Polonia e Cecoslovacchia avevano in forza pronti a distruggere le grandi città, lo Stato Maggiore fu più rassicurante calcolando in 6300 gli aerei disponibili e non ritenendo possibile, alla luce dello sviluppo tecnico, tale ipotesi.

 Seeckt, accanito sostenitore della guerra di movimento, scrive nel suo Gedanken eines Soldaten del 1929 che, come primo obiettivo, l’aeronautica doveva colpire non le città o le installazioni industriali, ma la forza aerea nemica, e solo in un secondo tempo distruggere gli altri obiettivi.

Il primo marzo 1935 nasce finalmente la Luftwaffe, in cui transitano ufficiali di grande valore come Kesserling. Quando il maggiore generale Walther Wever divenne comandante dell’Arma, dette impulso agli studi sui quadrimotori da bombardamento. Ma la sua morte, avvenuta nell’estate 1936 per un incidente aereo, fu un colpo durissimo, mentre la cooperazione con l’esercito faceva notevoli passi avanti. Nel 1935 nasce la dottrina ufficiale, Luftkriegführung, che si può tradurre con “Condotta della guerra aerea”. Si afferma chiaramente che la distruzione della volontà del nemico è il primo obiettivo e si dà grande importanza alla mobilità dei servizi terrestri per un sempre più rapido spiegamento. Fu una dottrina sempre e incessantemente rimodellata e aggiornata alla luce delle nuove esperienze. La cooperazione con l’esercito era resa necessaria anche alla luce degli obiettivi generali, in quanto il paese non era in grado di sostenere una guerra a lungo termine, e la memoria del primo conflitto mondiale era sempre presente. Si fece così la scelta di bombardieri tattici come il Do-17, lo Ju-86 e lo Ju-87.

Si dovrà arrivare alla guerra civile di Spagna perché la dottrina della Luftkriegführung si sviluppasse rapidamente alla luce della straordinaria opportunità di misurarsi in combattimento. Moltke il Vecchio sosteneva infatti che alle grandi manovre manca il sangue e il ferro. La Condor, costituita formalmente da volontari, aveva in dotazione circa cento aerei e 5000 unità che si avvicendano nei cieli spagnoli. Obiettivo principale il supporto alle truppe e la distruzione del sistema logistico e di trasporto, mentre il bombardamento delle grandi città, alla luce di quelli effettuati dagli Italiani su Barcellona che non scalfirono il morale delle popolazioni, sollevava notevoli perplessità. In effetti l’aeronautica diventa “l’artiglieria volante” dell’esercito. I cacciatori invece si accorgono che la formazione a “V”, adottata all’epoca da tutte le aeronautiche, è inefficace data la velocità degli aerei che portava a frequenti scontri e difatti venne sostituita dalla coppia di due piloti, la Rotte, che volano a 180 metri di distanza con il capo sezione più avanti. In questo modo ciascuno avrebbe protetto gli angoli morti dell’altro. Una formazione di due coppie, che volavano come quattro dita della mano destra escluso il pollice, era detta Schwarm. Il pilota volgeva la sua attenzione al nemico senza preoccupazioni di mantenere la formazione.
     La tattica può così essere riassunta: acquisizione della supremazia sul campo di battaglia, distruzione dell’aviazione in cielo o nelle basi, impiego combinato dell’aviazione e dei blindati per operare lo sfondamento nel punto decisivo, accompagnamento delle forze terrestri nell’avanzata, blocco delle vie di comunicazioni impedendo l’afflusso di forze terrestri. Si aggiunge la sorpresa tattica rappresentata dalle formazioni paracadutiste e dalle truppe aviotrasportate, che dettero un potente avallo alle vittorie in Norvegia, Belgio, Olanda e Creta.

Sapientemente propagandata la Luftwaffe, unica arma aerea che entrò in guerra con una dottrina nella quale si dava spazio alle aviotruppe, si affacciò alla seconda Guerra Mondiale, la rivincita secondo i Tedeschi, con uomini che erano il prodotto dello Stato Maggiore Generale, con una dottrina che, va ripetuto, si basava sulla superiorità aerea e sulla distruzione della logistica e dei trasporti. Un classico esempio di close air support fu la battaglia di Sedan, quando la Luftwaffe coprì il campo di battaglia, interdicendone lo spazio aereo alle aeronautiche francesi e inglesi e dando un forte supporto di artiglieria alle panzerdivisionen avanzanti, con eccellenti sistemi di comunicazioni radio. Fu altresì un esempio di Entscheidungschlacht (Battaglia decisiva) secondo Clausewitz.

L’Arma dimostrò invece i suoi limiti nella Battaglia d’Inghilterra, prima battaglia aerea il cui impatto fu decisivo sul seguito delle operazioni, quando si evidenziò l’assenza di una forza aerea di quadrimotori da bombardamento, mentre quelli angloamericani avrebbero dal 1943 squarciato il ventre della Germania. I Tedeschi cantarono, ma non per molto tempo, Wir Fahren gegen England (Noi moviamo contro l’Inghilterra).
     Gli aerei che restarono in servizio per tutto il conflitto, con l’eccezione dello Ju 52, avevano un’età media di circa tre anni, erano pochi e tutti di ottima qualità L’industria aeronautica tedesca, che partiva da una pagina bianca senza essere appesantita da una passata produzione, ebbe la capacità di produrre pochissimi eccellenti modelli. Quello, estremamente propagandato, che rappresentò l’Arma nell’opinione pubblica mondiale, fu sicuramente il bombardiere d’assalto in picchiata Junkers Ju.87 Stuka, veterano della guerra di Spagna, facilmente riconoscibile per l’ala a “gabbiano invertito”. Con un equipaggio di due uomini poteva piazzare una bomba nel raggio di 50 metri. L’urlo della sirena che accompagnava la picchiata rimase per sempre nelle orecchie dei soldati. I suoi limiti furono evidenziati nella Battaglia d’Inghilterra quando, per la sua lentezza, fu facile preda della R.A.F. e delle batterie antiaeree. Avrà una nuova vita in Russia nell’impiego anticarro.

L’asso tedesco Adolf Galland osserva: “La loro precisione di tiro e l’efficacia delle loro bombe erano state, allora, certamente sopravvalutate. Ben presto si vide che gli Stuka erano adattissimi per attaccare obiettivi caratteristici, quali navi, nodi ferroviari, ponti, fabbriche eccetera, ma che gli effetti durevoli si potevano ottenere soltanto con il bombardamento a “pieno tappeto” mediante lo sganciamento orizzontale di una formazione attaccante ad alta quota. Sotto l’aspetto difensivo si manifestò il grave inconveniente che gli Stuka per attaccare dovevano uscire dalla loro formazione e spingersi molto all’interno nella sfera d’azione della difesa terrestre, offrendo così le migliori occasioni all’artiglieria contraerea e ai caccia. […] In queste azioni apparvero gli enormi svantaggi della lentezza degli Ju 87. Dato il sistema di agganciamento esterno del carico di bombe, che ne riduceva la velocità, essi non riuscirono, durante il volo di andata, a superare i 200 chilometri orari. […] la loro quota massima, all’andata stava tra i 3500 e i 5200 metri”.

I progetti di un bombardiere in grado di attaccare con un alto angolo di picchiata negli anni tra le due guerre avevano impegnato le principali aviazioni. Gli Inglesi, malgrado vari tentativi prolungati nel tempo, non arrivarono a niente, troppo forte era la pressione dei fautori del bombardamento strategico; gli Americani partirono dal Martin BM-1, migliorarono con il Vought SB2U "Vindicator”, i cui problemi ai freni furono risolti con americano pragmatismo estraendo il carrello nella picchiata, e arrivarono al mitico Douglas SBD Dauntless. I Giapponesi, parimenti interessati passarono dall'Aichi D3A "Val" all’Yokosuka D4Y "Judy" che diedero prova delle loro capacità a Pearl Harbor e alle Midway.
     L’industria aeronautica italiana produsse l’indecente Breda 65 definito da Alain Bru “grossier et laid”, e dal generale Pricolo, comandante della Regia Aeronautica allo scoppio della guerra: “Inutilmente complicato oltre che sprovvisto delle qualità di volo necessario per il particolare impiego” con conseguente radiazione.
     Vale la pena di riportare l’errato giudizio dello sconosciuto tenente colonnello americano Jones sulla Revue de l’armée de l’air del maggio 1936: “Gli esercizi di picchiata hanno dimostrato gli effetti disastrosi prodotti sul motore. La picchiata di un monoplano a pieno gas su 2500 metri […] è sufficiente per metterlo fuori servizio”.
     Uscendo dal tema si consiglia vivamente la lettura di La Regia Aeronautica nella seconda Guerra Mondiale novembre 1939-novembre 1941, a chi fosse interessato allo spessore culturale e alla professionalità della nostra classe militare dell’epoca.
     In Germania si ebbe lo scontro tra Ernst Udet, accanito sostenitore della necessità di un bombardiere in picchiata e von Richthofen, ma la volontà del primo ebbe la meglio, anche perché il sostegno aereo alle divisioni Panzer era considerato indispensabile.

Lo Junkers Ju.88, l’Heinkel He.111 e il Dornier Do.17, detto “matita volante”, gli ultimi due nati come aerei da trasporto commerciale veloce, erano i bombardieri medi in servizio. Il primo evidenziò i suoi limiti nella Battaglia d’Inghilterra. Il migliore fu sicuramente lo Junkers Ju.88, straordinariamente versatile, adattato a bombardiere in picchiata, caccia notturno, silurante.
     Per la caccia era in servizio il magnifico Messerschmitt Bf 109 che: “portò la Germania all’avanguardia in campo aeronautico militare e divenne il capostipite di tutti i moderni aerei da combattimento puri che sarebbero emersi dalla seconda guerra mondiale”. Con successive modifiche, sarà in servizio per tutto il conflitto. Su questo caccia va spesa qualche parola. Volò per la prima volta a fine maggio 1935. Fu costruito in ben 35.000 esemplari in varie nazioni tra il 1937 e il 1947 e restò nell’aeronautica spagnola in linea fino al 1965. Amatissimo dai piloti, competitivo fino alla fine della guerra,aveva un unico grosso difetto, la manovra di rullaggio che portava a numerosi incidenti in fase di atterraggio e decollo. Secondo Walter J. Boyne22 il dieci per cento degli aerei andò perduto in tali incidenti. Terrà testa allo statunitense Mustang, miglior caccia della seconda generazione di guerra. Dotato dei formidabili motori DB- 601 e DB-605 della Daimler Benz, spiccava per le manovre ad alta quota e per l’armamento.

Cocente delusione fu il Bf 110 Zerstörer (distruttore) Messerschmitt, caccia strategico a lungo raggio, dal possente armamento, quattro mitragliatrici e due cannoncini da 20 mm fissi in avanti, due mitragliatrici brandeggiabili rivolti all’indietro, incapace di fronteggiare i caccia inglesi. Dotato di radar fu adibito al combattimento notturno contro i bombardieri alleati.

L’Heinkel He-111 e il Dornier Do-17 erano bombardieri medi di buon rendimento ma, errore gravissimo, mancava un bombardiere a largo raggio paragonabile al Lancaster o all’americana Fortezza Volante.

Secondo Fuller, nel maggio del 1940 la forza ammontava a 4162 aerei di cui 308 da trasporto. Killen li valuta a circa 430024, Baker nella sua “biografia autorizzata” di Galland, a circa 4000, su un totale sulla carta di circa 5000.

Dati più recenti, calcolati dallo storico Alain Bru, valutano la forza della Luftwaffe sul fronte occidentale al 10 maggio a un totale di 3450 aerei con 1120 bombardieri di cui 380 Stuka, 355 Me 110, 860 Me 109, 475 Ju 52 da trasporto, 640 ricognitori, divisa nella Luftflotte 2 agli ordini di Kesserling e nella Luftflotte 3 agli ordini di Sperrle, oltre a reparti paracadutisti, fanteria aeroportata e reparti alianti.

L’unità di servizio di base era lo Staffel con 10-12 velivoli, 3 Staffeln formavano un Gruppe e 3 Gruppen formavano un Geschwade con circa 100 velivoli dello stesso tipo. I Fliegerkorps erano invece raggruppamenti operativi con caccia, bombardieri e ricognitori per una determinata missione. Dalla Luftwaffe dipendeva una divisione di parà agli ordini del generale Student, una divisione di fanteria aviotrasportata con alianti e trimotori Ju 52. Sempre in forza all’Arma era l’artiglieria contraerea con i famosi cannoni da 88. Va ricordato che l’uso controcarro fu una felice intuizione del generale austriaco Ludwig Ritter von Eimannsberger.

Nel 1939 si sosteneva che la Germania aveva una Marina imperiale, un Esercito tedesco e un’Aeronautica nazionalsocialista.

Gli schieramenti
Gli eserciti contrapposti si fronteggiavano dal Mare del Nord fino al confine svizzero.

Schieramento alleato.
1) A nord-ovest, dal mare del Nord a Longwy, 1° Groupe d’Armées (G.A.1) al comando del generale Billott, composto da:
    a) 7ª Armata del generale Giraud, tra la costa e Lille.
    b) Corpo spedizionario britannico agli ordini del generale Gort, nella regione di Lilla.
    c) 1ª Armata del generale Blanchard, al confine col Belgio.
    d) 9ª Armata del generale Corap, di fronte alle Ardenne.
    e) 2ª Armata del generale Huntinzger, di fronte alla porta d’Arlon.
     Il Groupe era forte sulla sinistra, che doveva avanzare nel Belgio, e debole sulla destra, particolarmente nella cerniera tra la 9° e la 2° Armata nel settore delle Ardenne tra la Mosa e Sedan.

2) Al centro, da Longwy a Sélestat, in Alsazia, 2° Groupe d’Armées (G.A.2) del generale Prétélat, composto da:
    a) 3ª Armata del generale Condé, nella regione di Metz.
    b) 4ª Armata del generale Réquin, di fronte alle Sarre.
    c) 5ª Armata del generale Bourret, nella regione di Strasburgo.

3) All’est, da Sélestat alla porta di Belfort, 3° Groupe d’Amées (G.A.3) del generale Besson, composto da:
    a) 8ª Armata del generale Garchery, che copriva la porta di Belfort.
    b) 6ª Armata del generale Touchon, in riserva nella zona di Belfort, per parare l’eventuale minaccia di una invasione dalla Svizzera.

La linea Maginot era presidiata da 43 divisioni, che raggruppavano il 23% degli ufficiali, il 31% dei sottufficiali, il 20% dell’Armée. A posteriori sembra, ma a posteriori, uno sperpero di forze. La riserva generale ammontava a sole 13 divisioni disperse sull’intero arco del fronte.

La comune frontiera con la neutrale Svizzera e il pericolo della violazione dei suoi confini creava altri problemi. Confortato anche da fonti svizzere, il Servizio Segreto riteneva estremamente probabile un’invasione della Svizzera e le truppe francesi nello Jura erano state messe in stato d’allarme già dai primi giorni del novembre 1939. Ancora alla data del 16 maggio 1940, 37 divisioni su un totale di 144 restano bloccate sulla Maginot in attesa di un nemico che non sarebbe mai arrivato.

Schieramento germanico.
1° Al nord,dal mare a Aix-la-Chapelle, Gruppo di armate B di von Bock, composto da:
    a) 18ª Armata del generale von Küchler ai confini con l’Olanda, potenziata dalla 9° panzerdivision.
    b) 6ª Armata del generale von Reichenau, ai confini col Belgio, a ovest della Mosa, con la 3ª e la 4ª panzerdivision. Due flotte aeree
Missione: offensiva attraverso l’Olanda e il Belgio per attirare le forze alleate.

2° Al centro, da Aix-la-Chapelle a Trèves, Gruppo di Armate A del generale von Rundstedt, composto da:
    a) 4ª armata del generale von Kluge tra Namur e Givet con la 5° e la 7° panzerdivision.
    b) Gruppo corazzato di von Kleist composto da: 41° Panzerkorps del generale Reinhardt con la 6ª e 8ª Panzerdivision, 19° Panzerkorps del generale Guderian composto dalla 1ª, 2ª e 10ª Panzerdivision.
        Corpo motorizzato del generale Wietersheim su tre divisioni.
        Una flotta aerea
    c) 12ª Armata del generale List
    d) 16ª Armata del generale Busch
        Due flotte aeree
Missione: avanzare attraverso le Ardenne, superare il fiume Mosa occupandone i ponti e i guadi, spingersi verso nord-ovest verso Amiens, Abbeville e la costa della Manica.

3° A sud dalla linea Maginot, alla frontiera svizzera, Gruppo di Armate C del generale Ritter von Leeb composto da:
     a) 1ª Armata del generale von Witzleben che fronteggiava la linea Maginot
     b) 7ª Armata del generale Dollmann sul Reno Una flotta aerea.
Missione: impegnare le difese della Maginot e, se possibile, sfondarle.

La riserva comprendeva circa 47 divisioni, 20 delle quali come riserva immediata dietro i Gruppi d’Armate e 27 come riserva generale.

Allo scopo di disorientare il nemico si attuò un’imponente campagna, simulando l’esistenza di forze imponenti e un’attività inesistente. Nell’ottobre 1939 ordine speciale: “Il Gruppo di armate C dovrà tenere con forze minime le fortificazioni nel suo settore. Una direttiva speciale seguirà sulla simulazione di intenzioni aggressive […] Preparare una accresciuta attività combattiva nel settore del Gruppo di armate C a partire dal momento ancora da fissare dall’OKH”.

La segretezza era massima, solo i generali e gli ufficiali degli stati maggiori venivano a conoscenza delle direttive reali, i reparti venivano addestrati per un imminente attacco, nelle retrovie si simulavano movimenti di truppe, artiglierie e blindati e la preparazione di alloggi per truppe in arrivo. La pianificazione “T” che stava per Tauschung (disegno) era avviata con la simulazione di un attacco attraverso la Svizzera, per trattenere forze nemiche.

I tre gruppi di armate nei quali era organizzato l’esercito, Belgio-Olanda, Ardenne e linea Maginot erano di valore diverso in relazione alle missioni che dovevano eseguire.

I Comandi alleati
Il generale Maurice Gamelin cumulava dal 1935 le cariche di Chef d’état major général de l’Armée e Commandant en chef désigné des le temps de paix, pour toutes les théâtres d’operations, cariche alle quali si aggiunse, con la legge del 25 marzo 1938, quella di Chef d’état major général de la défense nationale. Con decreto del successivo 7 settembre si precisava: “Il Capo di stato maggiore della Difesa nazionale assicura, per delegazione del Comitato di guerra, il coordinamento superiore delle forze terrestri e aeree, in tempo di guerra”.

La stima in Maurice Gamelin era grande. Nell’ottobre 1939 la Revue des deux mondes gli dedicava una Silhouette de guerre tracciandone un favorevole ritratto. Collaboratore da giovane capitano del generale Joffre, un macellaio del quale la Revue stende gli elogi, allievo di Foch all’École de guerre, vicino a Weygand, Vice-Président du Conseil supérieur de la guerre, discendente di una famiglia di guerrieri, esce da Saint-Cyr a 19 anni, primo del suo corso. Capitano a 29 anni, maggiore a 31, viene cooptato da Joffre e resta al suo fianco allo Stato Maggiore fino a quando lo Chef d’état-major général viene silurato. Passa al comando di una divisione, poi di un gruppo di divisioni, sfoggia una “calme remarquable et un grand esprit de décision” nell’ultima e quasi decisiva offensiva tedesca del 1918, arrivando poi sino alla Mosa, il fiume che distruggerà la sua fama vent’anni dopo. Nel 1925 soffocherà la rivolta in Siria, fiancheggerà Weygand nello Stato Maggiore Generale e ne prenderà il posto nel gennaio 1935. L’articolo conclude definendolo uomo di “vaste compréhension des événements”.

Purtroppo gli événements furono invece troppo “vasti” per lui.

Secondo il generale Legarde, comandante dell’esercito francese negli anni 1975-1980: “Comandare è prevedere, ordinare e controllare, la prima azione consiste, dopo l’analisi della situazione, a definire una politica e a dotarsi dei mezzi necessari alla sua realizzazione”. Erano tutte qualità che mancavano al generalissimo.

Di fatto i Capi di stato maggiore delle altre due Armi conservavano la direzione delle operazion,e per la fortissima volontà di Darlan, vero despota della Marina nella quale aveva neutralizzato gli ammiragli che lo potevano ostacolare, e per il proposito del generale Vuillemin di rendere indipendente l’aeronautica.

Colpisce a questo punto l’assonanza con la situazione italiana.

In effetti Gamelin era il comandante in capo delle forze di terra di tutti i teatri operativi: Nord-Est, Alpi, Africa del Nord, Levante, e aveva l’altissimo incarico di definire i piani delle operazioni da applicare nel corso della guerra.

La dislocazione del Grand Quartier Général G.Q.G. durante il periodo tra le due guerre, aveva formato oggetto di numerosi studi e aveva seguito l’evoluzione delle attribuzioni del comandante in capo. Fino alla fine degli anni Venti l’orientamento era per la costituzione di un Grand Quartier Général per il teatro metropolitano agli ordini del Commandant in chef. Siamo arrivati al 1938, Gamelin aumenta il suo potere con la nomina a Chef d’État-major général de la défense nationale afin d’assurer la coordination de l’ensemble des forces armées, e in una nota del 28 settembre si dettagliano la composizione e le attribuzioni del GQG., tenuto conto della designazione del generale Georges al comando del teatro di Nord-Est. Agli ordini di Gamelin si instituisce un Major général, quattro aides-majors général, un gruppo d’inspections e un nucleo di truppe addette. Con un macroscopico errore si statuisce che il Grand Quartier Général deve affiancare non solo il comandante in capo ma anche il comandante del settore Nord-Est diventando stato maggiore delle forze terrestri, stato maggiore del teatro di operazioni del Nord-Est e stato maggiore della Défense nationale. Per quest’ultimo ruolo Gamelin forma un gabinetto personale e installa il suo comando fuori dal GQG.

La scelta delle sedi viene fatta tenendo conto della rete stradale, dei servizi telefonici, del servizio di sicurezza e delle possibili offese aeree. Se negli anni Venti il comando è stabilito a Metz nelle vicinanze del confine con la Germania, nel tempo se ne allontana. Gamelin sceglie il castello di Vincennes vicino Parigi, nel quale erano stati fucilati il duca di Enghien e Mata Hari. Joffre invece si era sistemato a Chantilly, ben lontano dai centri di potere parigini. Lo stato maggiore si installa a Montry, in una villa di proprietà dei Rothschild, a media distanza tra Vincennes e La Ferté-sous-Jouarre. L’irrazionalità di quest’organizzazione balza agli occhi ed è sottoposta a pesanti critiche dei politici e dei militari.

Il generale Georges, comandante del fronte Nord-Est, aveva il suo quartiere generale nel sontuoso castello di Bondons a 1500 metri dalla città di La Ferté sous Jouarre ed a 65 km. da Parigi. I comandi dipendenti vennero assurdamente sparpagliati in 70 edifici della città e dei dintorni.
Lo Stato Maggiore era diretto dal generale Aimé Doumenc, uno dei pochi cervelli dell’Armée. Per sostituire il precedente Capo di stato maggiore generale Bineau, giudicato baissé, Gamelin, aveva approfittato dell’abbassamento dei limiti d’età dei Generali d’Armata, di Corpo d’Armata e di Divisione a 67, 65 e 62 anni. Georges pensava invece che Bineau fosse in piena forma e che Gamelin non poteva emettere giudizi avendolo visto solo due volte in quattro mesi. Fu un altro motivo della conflittualità che esisteva tra i due capi e che si estendeva ai loro ufficiali.

Il quartier generale del generale Vuillemin era sistemato a Saint-Jean-les- Deux-Jumeaux, tra Meaux e La Ferté Seine-et-Marne, quello dell’ammiraglio Darlan a Maintenon tra Rambouillet e Chartres.

Si era creata così una catena di comando complessa, poco efficiente, lenta a mettersi in movimento, fatalisticamente passiva, con una cultura di un’ortodossa obbedienza normativa.

Si contravveniva in questo modo a uno dei canoni strategici enunciati da Clausewitz: “Su un unico teatro di guerra non vi dovrebbe essere che un comando, e al comandante di un teatro d’operazioni a se stante non dovrebbe mai mancare un conveniente grado di autonomia operativa […]. Ogni nuovo gradino gerarchico indebolisce l’energia del comando superiore in due modi: per effetto della perdita intrinseca derivante dall’inserzione e per effetto del maggior tempo necessario all’esecuzione dell’ordine”.

Il Comando Supremo venne giustamente definito “un sottomarino senza periscopio”.

Lo storico Duroselle stigmatizza questa organizzazione: “Pendant tout l’hiver, la machine fonctionna bien, puisqu’elle tournait à vide. Dès que la vraie guerre commencera, elle s’avérera catastrophique. Á la lenteur manoeuvrière de l’Armée française telle qu’elle avait été conçue, s’ajouteront la confusion et la formidable perte de temps causées par cette pyramide d’institutions micomplémentaires, mi-rivales”.

Quando Weygand assumerà il comando, resterà esterrefatto accertando che i comandi di Vincennes, Montry e La Ferté sous Jouarre non dispongono di posti radio e che le comunicazioni avvengono a mezzo di linee telefoniche e staffette. Nel suo Come si perde una battaglia, Alistair Horne scrive: “In una lettera alla stampa, dopo la guerra (L’Aurore, 8 nov. 1949) Gamelin difese questa mancanza affermando:Che cosa ne avremmo fatto, a quel livello, di una trasmittente? e aggiunse che, in ogni caso, ve ne era una al Quartier Generale dello Stato Maggiore, a una trentina di chilometri. Ma evitavamo di usarla per non tradire la nostra posizione”, posizione che, secondo chi scrive, non doveva essere ignota ai Tedeschi.

Di Joseph Georges il generale de Castelnau, uno dei più prestigiosi comandanti del passato conflitto, traccia un quadro a tutto tondo. Aveva ottimi precedenti. Di modesta famiglia, nel 1897 si classifica al terzo posto nella graduatoria della scuola di Saint-Cyr, combatte in Africa Settentrionale, supera l’École supérieure de guerre, diventa aiutante di campo del ministro della Guerra Picquart, poi torna a combattere nella turbolenta Algeria agli ordini di Lyautey.
     Addetto al gabinetto del ministro della Guerra nel 1913, subordinato di de Castelnau all’inizio della guerra, è ferito in Lorena. Dopo essere stato addetto allo Stato Maggiore dell’Armata d’Oriente, aveva ricoperto nel primo conflitto mondiale la carica di Capo di stato maggiore della seconda Armata e diretto l’ufficio operazioni dello Stato maggiore di Foch. Promosso generale di divisione, fu capo dei servizi economici della Ruhr e Capo di stato maggiore di Pétain durante le operazioni in Marocco. Nel 1932, entrato nel Consiglio superiore di guerra, partecipò agli studi per la linea Maginot. Promosso Generale d’Armata entrò a far parte del Conseil supérieur de la guerre nel 1933. Nell’attentato di Marsiglia a re Alessandro di Jugoslavia, seduto al suo fianco, fu gravemente ferito. Nel 1935 assunse il posto di adjoint del generale Gamelin major des armées en temps de guerre, poi, nel settembre 1939, fu nominato adjoint del général Gamelin per il fronte del Nord-Est e in dicembre comandante del fronte Nord.
     A chi gli diceva: “C’est un cerveau”, Castelnau rispondeva: “Oui, certes, ai-je répondu et c’est une volonté” e aggiungeva che il destino dell’Armée e del paese erano in buone mani, tanto prudenti quanto energiche. Weygand era dello stesso parere. Ne ammirava, unitamente ad altri ufficiali superiori, la chiarezza dell’intelligenza. Racconta che, richiesto dal ministro della guerra Pétain di un nome per il comando dell’esercito, aveva fatto il suo. Il generale Fagale, nel suo Journal de marche, sostiene che anche Gort ne aveva alta stima e si considerava felice di essere un suo subordinato. Di parere opposto il generale Maurin, successore di Pétain al ministero della Guerra: “Ritenendolo più brillante che sicuro e consigliandolo [Gamelin] di guardarsi dalle sue mire arriviste”. Churchill riferendosi ai rapporti con Gamelin parla di: “Una penosa rivalità per il comando […] Il generale Georges, secondo me, non ebbe mai la possibilità di attuare il piano strategico nella sua integrità e in base alla sua responsabilità”.
     L’Aeronautica, la più antiquata delle tre Armi, aveva ancora l’organizzazione del tempo di pace. Vi era stato un decreto nel settembre 1938 per assegnare al Capo dello stato maggiore generale dell’Armée de l’Air il comando delle truppe e quello dei servizi, ma all’inizio della guerra non era stato ancora applicato.

Vuillemin, Chef d’état-major général de l’armée de l’Air, aveva a suo principale sottoposto il generale Têtu, col titolo di Ufficiale comandante le Forze di cooperazione dell’Aria, che aveva l’incarico di coordinare le operazioni con il Quartiere generale dell’esercito del fronte nord-orientale. Tre armate aeree fiancheggiavano le forze terrestri. La prima sotto il comando del generale Mouchard per il teatro del Nord-Est, la terza agli ordini del generale Houdemont per il teatro del Sud-Est, la quinta nell’Africa del Nord agli ordini del generale Bouscat. Queste armate avevano reparti di riserva e reparti di cooperazione con l’esercito.

Vuillemin aveva autorità solo sulla zona di operazioni mentre lo Stato maggiore generale presso il ministero dell’Aeronautica, senza nessuna subordinazione allo Chef d’état-major général de l’armée de l’Air, era competente per la produzione dei velivoli, le scuole, il reclutamento e l’addestramento. Non bastando il conflitto che per vent’anni aveva lacerato i rapporti tra l’Esercito e l’Aeronautica, se ne aggiungeva un altro all’interno dell’Arma stessa.

Il capo dell’Aeronautica aveva un pletorico stato maggiore generale, il Grand quartier générale aérien (G.Q.G.A.), composto da 250 ufficiali che in pratica si sovrapponeva al comando della 1ª Armée del fronte del nord-est. Altre violente diatribe si ebbero quando fu costituito il 4 settembre il Comando superiore delle Forces terrestres antiaérienne (F.T.A.), col quale si affidava, a differenza della Germania, a comandi dell’esercito la direzione della D.C.A.

Del comando supremo de Gaulle traccia una icastica descrizione: “Prima ero andato a visitare il generale Gamelin, dal quale ero stato convocato al suo quartiere generale, al castello di Vincennes. Ve lo trovai in una cornice simile a quella di un convento, circondato da pochi ufficiali, mentre lavorava e meditava senza impicciarsi del servizio normale. Lasciava che il generale Georges comandasse il fronte sud-orientale. La cosa poteva andare sinché non vi fosse accaduto nulla, ma sarebbe senza dubbio divenuta insostenibile, qualora la battaglia avesse avuto inizio. […] Il comando supremo era tagliato in tre tronconi. Nella sua tebaide di Vincennes il generale Gamelin mi fece l’impressione di uno scienziato che procedesse nel suo laboratorio a combinare le reazioni della propria strategia. […] di attendersi prossimo l’attacco dei tedeschi. Secondo le sue previsioni, sarebbe stato diretto principalmente contro l’Olanda e il Belgio, […] Vari indizi lo inducevano a pensare che, prima, il nemico avrebbe eseguito un’operazione di copertura o divergente verso i paesi scandinavi. Egli stesso si dimostrava, non soltanto fiducioso nelle proprie misure e nel valore delle proprie forze, ma soddisfatto, e anche impaziente di vederle messe alla prova. Ascoltandolo, mi convinsi che a furia di portare in sé un certo sistema militare e di dedicarvisi, se n’era fatta una fede. […] rifacendosi all’esempio di Joffre del quale era stato all’inizio della Grande Guerra il diretto collaboratore e in un certo grado l’ispiratore, si fosse convinto che l’essenziale era, per chi occupasse un posto di quella levatura, fissare la propria volontà su un piano determinato senza lasciarsene quindi distogliere, da alcun mutamento. Con l’intelligenza, l’acutezza di ingegno, il dominio di sé che raggiungevano in lui un altissimo livello, non dubitava minimamente di aver partita vinta, alla fine, nella battaglia ormai vicina”.

L’Armée, considerata nel suo insieme, era di valore diverso. Le divisioni erano ripartite in tre tipi di unità. L’esercito “attivo” era composto da 7 divisioni motorizzate, dieci divisioni di fanteria mantenute a ranghi completi, sette divisioni regolari dell’esercito coloniale e le divisioni nordafricane. Con i più giovani soldati e quadri permanenti costituiva un buon strumento militare. Seguivano le divisioni tipo A con soldati tra i 24 e i 32 anni e un discreto numero di quadri permanenti, e quelle B con soldati più anziani e pochissimi quadri permanenti. Vi erano poi reparti territoriali, formati da soldati d’età matura, per le quali il combattimento non era la missione principale.

Allo scoppio delle ostilità l’Armée schierava 180 squadroni di cavalleria per un totale di 27.000 uomini a cavallo. 90 squadroni erano organizzati su 18 reggimenti su cinque squadroni di cui uno di armi di accompagnamento. I reggimenti formavano a loro volta nove brigate. I restanti squadroni erano suddivisi tra i corpi d’armata e le divisioni di fanteria di cui formavano i reparti di ricognizione.
     Le forze corazzate costituivano un insieme senza una dottrina all’altezza di quella tedesca, con concezioni che si rifacevano alla dottrina difensivistica dello stato maggiore. Sui mezzi vanno però sfatate molto leggende nate nel dopoguerra. Nel 1939 la Francia possedeva il miglior carro armato del mondo, il Char B-1 di 33 tonnellate, un mezzo robusto con una buona meccanica e un potente blindaggio, che non aveva rivali nella Panzerwaffe. Racconta sir Alan Brooke nelle sue memorie: “[…] udii dalla sede del mio comando due colpi sparati in rapida successione da un pezzo da 25. Siccome provenivano proprio dalle postazioni difensive del Comando immaginai che stavamo per ricevere un visita dei carri armati tedeschi che si trovavano ad Arras e nelle vicinanze. Ma, dopo essermi informato, seppi che i nostri avevano fatto fuoco su un carro armato francese, uno dei pesanti char B. I proiettili avevano danneggiato la corazza, ma nessuno era stato ferito e dopo uno scambio di saluti il carro armato aveva ripreso la sua strada”. Speculare era l’esistenza di una sola division cuirassé, malamente raffazzonata con quattro battaglioni di carri pesanti B-1 bis in due demi-brigades e due battaglioni di fucilieri motorizzati. Si dovrà arrivare al gennaio 1940 per la formazione di una seconda DCR e a marzo per la terza. La Commissione d’inchiesta formata nel dopoguerra la definì: “en corse de constitution et de rassemblement […] Aucune des unités n’etait complète”. Si stimava necessario: “un délai d’environ un mois encore avant qu’elle puisse être considerèe comme mobilisable”.

L’alto comando del Regno Unito era strutturalmente articolato in modo diverso. Esisteva un Gabinetto di 20 membri che, presieduto dal primo ministro, era responsabile davanti alla Camera del Comuni. Comprendeva i tre ministri militari e dal 1936 il ministro incaricato della Coordinazione della difesa nazionale e trattava tutti i problemi della difesa, sotto la direzione del Primo Ministro, ma senza potere esecutivo. Allo scoppio della guerra si formò un Gabinetto di guerra di nove ministri, davanti ai quali i Capi di stato maggiore erano direttamente responsabili. Dopo le ripetute prove di inefficienza, Churchill, diventato primo ministro e assunto il ministero della Difesa, istituì un Comitato della difesa diviso in due sezioni, una incaricata delle operazioni e l’altra degli approvvigionamenti. La prima riuniva i tre ministri militari e i capi di stato maggiore. Nel tempo, con tipico empirismo britannico, i rapporti si restrinsero tra Churchill, i Capi di stato maggiore e personalità diverse che di volta in volta si riteneva interpellare.

Obiettivo del pensiero strategico britannico era la difesa dell’Impero e delle sue vie di comunicazione, fondata su una potente flotta. Si basava su forti aiuti economici alle nazioni alleate e su operazioni anfibie nei punti periferici delle future potenze nemiche. Nel 1932 iniziò lo studio delle operazioni belliche del passato conflitto, con l’istituzione, da parte del War Office, di un apposito comitato, mentre la Royal Air Force approfondiva il problema della difesa della madrepatria e lo studio del bombardamento strategico. Bombardamento che, sosteneva il generale Trenchard rifacendosi alle teorie dell’italiano Douhet, avrebbe evitato la guerra di trincee del passato conflitto. Negli anni Trenta si profilò sempre più evidente la minaccia del Giappone nel Pacifico e della Germania in Europa contro la quale, per guadagnare tempo iniziò la politica dell’appeasement, definito “approccio ragionevole” dimenticando che Hitler, l’unico leader in Europa pronto a combattere, era “irragionevole”. Si riteneva che la prossima guerra sarebbe stata una guerra di usura per la quale si faceva grande conto su un futuro intervento americano. 

Conseil Suprème allié
Il 26 aprile 1938 Gamelin, in una seduta del Secrétariat général du conseil supérieur de la défense nationale, raccomandò, in mancanza di uno stato maggiore alleato, la creazione di un consiglio interalleato per la conduzione della guerra. Quando gli eventi precipitarono, le remore britanniche furono superate e l’undici settembre si tenne la prima seduta. La Francia e la Gran Bretagna costituirono un Conseil suprème allié composto da militari e politici, nel quale, baloccandosi in progetti fantasiosi si studiavano, di bloccare i reciproci piani d’azione. Le riunioni furono poche, la strategia di attesa e di inazione che si seguiva, il senso dell’inferiorità militare scaturito dall’impreparazione, non invogliava a disegni napoleonici. I Francesi si opposero ad ogni offensiva aerea, gli Inglesi ad azioni nei Balcani. Quando Churchill, con l’accordo dei militari francesi, propose il minamento aereo delle acque del Reno, “Operazione Royal Marine”, i politici si opposero temendo rappresaglie sulle città, facendo seguito al rifiuto di bombardare la Ruhr. Causticamente Churchill osservava: “Non siate cattivi col nemico, non riuscirete che a renderlo più furioso!”. Anche i politici inglesi non brillavano per furore bellico e venne opposto un categorico rifiuto all’offensiva aerea sulle città tedesche. Il 3 settembre infatti i bombardieri volarono per la prima volta sulla Germania scaricando non bombe, ma 13 tonnellate di manifestini di propaganda. In una barzelletta si sosteneva che gli equipaggi erano stati formalmente invitati a non lanciare interi pacchi ancora pressati per evitare di ammazzare qualcuno. Il maresciallo Harris, comandante del Bomber Command, che passerà alla storia con l’appellativo di butcher, diceva che servivano a pulire il culo ai Tedeschi.

Nell’autunno 1939 vi furono tre riunioni del Conseil suprème allié: l’11 e il 22 settembre, e il 17 novembre. Nel successivo inverno altre due (19 dicembre e 5 febbraio), seguite da quattro in primavera (28 marzo, nove, 22, 23 e 27 aprile). Alle prime riunioni partecipano i primi ministri assistiti da due o tre responsabili militari, per arrivare a 41 nella seduta del 22/23 aprile 1940 con la partecipazione di tre polacchi e un norvegese. Gamelin considera soddisfacente lo svolgimento delle sedute delle quali erano stesi processi verbali in entrambe le lingue. L’ammiraglio Auphan le paragonava invece a consigli di amministrazione con lunghi monologhi dei primi ministri, e osservava: “Quale sia stata la buona volontà dei suoi membri la guerra non si conduce come un conclave”.

L’11 settembre, alla prima seduta, il Consiglio proponeva di fare arrivare aiuti alla Polonia attraverso la Romania, di non provocare con attacchi aerei il nemico per timore delle temutissime rappresaglie e approvava la proposta di Gamelin di cessare la debole offensiva nelle Sarre. Gamelin, secondo Daladier, sosteneva che le forze corazzate germaniche erano “senza fiato” e che le divisioni di fanteria non erano in grado di seguirle e suggeriva al moribondo alleato polacco di trasformare in guerriglieri i reparti travolti dall’attacco. In una lettera dell’8 ottobre a Chamberlain, condensò il suo pensiero, incredibilmente ottimistico: “La mia politica è sempre la stessa. Tenere fermo. Sviluppare la pressione economica. Nessuna offensiva a meno che Hitler non inizi. Se siamo in grado di tenere questa linea stimo che a primavera avremo vinto la guerra”.

Nella seduta del 4 febbraio 1940 fu delegato il comando delle forze in Norvegia allo stato maggiore britannico. Il 28 marzo fu presa la decisione di non porre fine alla guerra se non con un accordo comune e di non iniziare negoziati per un armistizio senza il consenso dell’alleato, decisione aspramente criticata dal futuro collaborazionista Benoist-Mechin che la considerava senza precedenti negli annali diplomatici.

Le decisioni delle autorità militari non venivano aiutate dai rapporti del Deuxième Bureau del G.Q.G. i Comptes rendus de renseignements militaires che dal 17 gennaio al 16 febbraio descrivevano con ottimismo la situazione in Germania: “Lassitudine del soldato che pensava a una guerra di cinque o sei settimane […] Previsto attacco per il 15 febbraio rimandato per la situazione interna […] Le ragioni che potrebbero motivare un attacco contro il Belgio e l’Olanda sarebbero dettate dalla disperazione […] Morale del soldato troppo basso […] 7000 ufficiali hanno due mesi e mezzo di istruzione […] Un eccellente informatore sostiene che l’esercito tedesco non sarebbe pronto a una grande offensiva”.

Triplice missione dello spionaggio è di fungere da collettore di notizie con successive analisi e valutazioni. Tutte furono svolte mediocremente. L’americano Ernest May così si esprime: “Il servizio segreto francese era un organismo autonomo incaricato di collazionare e sintetizzare la massa delle informazioni ma non era un organo di analisi e di collaborazione alla presa di decisioni. Soffriva di mancanza di considerazioni, fattore aggravante aveva la tendenza dall’anteguerra di sopravalutare largamente il potenziale militare avversario”, in questo gareggiando con i Servizi italiani. Clausewitz dei servizi non aveva una grande opinione: “Un buon numero di informazioni che si ricevono in guerra sono contraddittorie, un più gran numero sono false, la più parte di esse sono incerte”.
    Dal 28 al 31 agosto 1940 si riunirono gli Stati maggiori per discutere il problema dell’aeronautica. Stabilita la subordinazione della R.A.F. al comando francese, furono accreditate due missioni presso i rispettivi comandi. Non si raggiunsero grandi risultati: le opinioni sulla condotta della guerra erano contrastanti e l’aviazione francese era conscia della sua inferiorità. Dopo la dichiarazione di guerra, entro il 10 settembre 10 squadroni di bombardieri Fairey Battle con 160 aerei arrivarono in Francia; a metà novembre si aggiunsero 4 squadroni con 80 aerei da caccia Hurricane. I Francesi continuarono incessantemente nei mesi successivi a chiedere un maggior aiuto, gli Inglesi a nicchiare osservando che non si sapeva come e dove l’attacco tedesco si sarebbe sviluppato. Secondo il generale Armengaud, il tono di Daladier, chiamato il “Toro della Vaucluse” o irriverentemente il “toro con le corna spuntate”, divenne addirittura supplice: “Se non vi saranno almeno 200 aerei inglesi da caccia in Francia, tanto vale fare la pace”. Gamelin, che il primo aprile 1936 aveva dichiarato: “Ci farebbe piacere un distaccamento simbolico sbandierante un vessillo britannico sul nostro suolo, ma non abbiamo bisogno di nessun concorso per difendere la frontiera franco-germanica”, il successivo 15 marzo 1938, prevedendo il futuro, al Consiglio superiore dell’Aria aveva affermato: “È poco probabile che [la Gran Bretagna] consenta di inviare in Francia le unità dell’aviazione da caccia incaricate della difesa del territorio”.

Le analisi della campagna di Polonia
Sul sostegno all’alleato polacco, Gamelin glacialmente osservava: “Non possiamo apportare alla Polonia un aiuto diretto, rapido; dobbiamo organizzarci in vista di una guerra lunga”. All’unisone il generale Georges, il 10 settembre 1941, al processo di Riom affermò: “Io ritenevo che il nostro aiuto alla Polonia non poteva essere che simbolico”. Della breve guerra furono attenti osservatori il generali Musse, addetto militare, il generale Faury, capo della missione militare e il generale Paul Armengaud, capo della missione dell’aviazione per l’Europa centrale. A Gamelin che chiedeva di conoscere i: “Faits nouveaux qu’apportent au point de vue des procédés de combat et de la conduite des opérations, le jeu des engins modernes et la forme qui l’ennemi donne à la guerre”, già il 4 settembre Musse preoccupato telegrafava: “Nessun attacco senza carri, appoggio intenso dell’aeronautica, forte difesa antiaerea, ricercata la rottura dalle divisioni blindate”. La risposta a Faury, vecchio amico della Polonia, che chiedeva quando sarebbe iniziata l’offensiva fu: “Un silence“, poi il generale Georges, presente al colloquio, aggiunse che l’Armée non era in condizioni di prendere l’iniziativa, mentre il comandante in capo raccomandava: “Il faut que la Pologne dure”. L’analisi di Armengaud, vecchio aviatore, fu particolarmente acuta: ”Il sistema di combattimento tedesco consiste essenzialmente nel produrre una breccia nel fronte mediante l’utilizzazione dei carri armati e dell’aviazione. Subito dopo, colonne meccanizzate e motorizzate si fanno strada nella breccia, mentre distaccamenti corazzati, guidati, protetti e rinforzati dall’aviazione, avanzano davanti alle divisioni di supporto in maniera tale da ridurre all’impotenza la capacità di manovra dei difensori”. Aggiunse che la Luftwaffe si era limitata ad attaccare solo obiettivi militari, disinteressandosi di quelli civili. Ottimisticamente propose bombardamenti della Germania partendo alternativamente dal suolo francese e dalla Polonia, non rendendosi conto che gli anacronistici bombardieri non avevano nessuna capacità operativa. Gamelin, nel suo autoreferenziale Servir, escludeva tale possibilità perché la decisione di non bombardare la Germania era stata presa d’accordo con il governo britannico: “Dans le but d’éviter la réaction de l’aviation allemande, qui aurait pu avoir des graves répercussions dans la période de concentration des forces terrestres françaises”.

Il tredici settembre Gamelin torna alla carica: “Avete novità da segnalarmi concernenti i procedimenti di attacco tedeschi? È esatto che essi attaccano su un certo punto con carri a piccola distanza fra di loro? Quale sarebbe questa distanza? Qual è l’effetto sui carri dei cannoni anticarro?”. Il 23 settembre, da Bucarest, dove si era rifugiato, Faury gli indirizza un raggelante rapporto intitolato Ruolo giocato dalle grandi unità blindate nella campagna di Polonia - loro azione combinata con l’aviazione: “La caratteristica essenziale della campagna di Polonia è il ruolo preponderante delle grandi unità corazzate che agiscono in collegamento con l’aviazione. È la collaborazione tra queste due armi che ha determinato il successo della battaglia delle frontiere e l’affondamento dei dispositivi successivi che i polacchi si sforzarono di realizzare”. Seguiva una minuta descrizione dell’organizzazione tedesca, sottolineando l’azione di rottura sulle ali seguita da un movimento avviluppante. Particolarmente acuta era l’osservazione che il carro armato si era rilevato un avversario temibile per i carri.

A fine mese il Deuxième bureau presenta allo stato maggiore uno studio “La campagne de Pologne”, frutto anche di interrogatori di ufficiali, sottufficiali e soldati fuggiti dalla Polonia, e diviso in tre parti: svolgimento generale delle operazioni, specifiche operazioni dell’esercito tedesco dalla Prussia orientale, insegnamenti della campagna, arrivando alla conclusione che la vittoria era conseguenza dell’effetto sorpresa, della decisiva influenza della superiorità aerea e della “possibilité d’un emploi stratégique des unités blindées”.

La distruzione delle forze armate, preferita all’occupazione della capitale avvenuta solo 27 giorni dopo l’inizio dell’invasione, era l’applicazione di un concetto clausewitziano: “La distruzione delle forze armate avversarie è il principio essenziale e la via più diretta che conduce agli scopi della guerra” e, ancora: ”La distruzione della forza armata nemica è dunque sempre il mezzo per raggiungere lo scopo del combattimento […] si presenta dunque sempre come il mezzo preponderante e più efficace, davanti al quale ogni altro deve passare in seconda linea”. Alla conseguente domanda: La campagna di Francia sarebbe stata differente da quella di Polonia si diede una risposta rassicurante. Armamenti più potenti e in numero maggiore, capi più capaci portavano alla conclusione: “Nous vaincrons”, che ricordava il mussoliniano “Vincere!”.

Il generale Dufieux, Ispettore generale della fanteria e dei carri, era sulla stessa linea: “L’esempio della Polonia non convince, chi può pensare che sarà così tra forze materiali e numeriche comparabili? Come immaginare che unità corazzate come in Polonia si lanceranno nel dispositivo nemico senza correre il rischio di una distruzione totale?”. Il generale Delestraint, dotato di un forte senso dell’umorismo, mette il sigillo allo spessore culturale dell’Armée: “Noi abbiamo 3.000 carri, come i Tedeschi. Noi li abbiamo utilizzati in mille blocchi da tre, i tedeschi in tre blocchi di 1.000”. Entrambi non avevano letto l’opera del generale Heinz Guderian Achtung panzer!, tradotta dal Servizio segreto nel 1938 e distribuita ai membri del Consiglio superiore della guerra, alle direzioni e agli altri Bureaux, senza nessuna reazione.

Conclusione unanime e rincuorante: vittoria dovuta ai procedimenti di combattimento, all’assenza di frontiere fortificate con linee continue, alla superiorità dei mezzi tecnici. Sul fronte occidentale le operazioni avrebbero senza dubbio altri aspetti: “Tuttavia per molteplici ragioni (fedeltà tradizionale dei comandanti tedeschi a certi principi strategici e tattici, identità dei mezzi, riflessi acquisiti dalle truppe) è possibile che in qualche parte del fronte i metodi della campagna di Polonia siano nuovamente applicati. La conoscenza deve permetterci in tempo utile di preparare le parate appropriate”.

Gli accadimenti non portarono a trasformazioni dello strumento militare, il generale Georges attuò contromisure che si riducevano alla messa in opera di ostacoli contro gli attacchi dei carri, ad ipotizzare attacchi contro le fanterie che li seguono, a punti di difesa sistemati in profondità appoggiati a ostacoli naturali, esaltando il cannone anticarro, mentre l’impiego strategico delle formazioni corazzate diventava una semplice possibilità. Con la minimizzazione della portata delle straordinarie novità tattiche introdotte, le cause della sconfitta furono interpretate alla luce della dottrina ufficiale. La lunghezza delle frontiere con un tracciato sfavorevole, la mancanza di ostacoli naturali, le condizioni climatiche eccezionali che favorivano la marcia dei corazzati, la sproporzione delle forze in mezzi e unità, erano fattori: “qui suffirait à expliquer, à lui seul déjà, la défaite polonaise”.

Il rifiuto delle cause della sconfitta polacca è di natura fortemente psicologica, si basa sul necessario ottimismo dei quadri per sostenere il morale delle truppe. Lo storico Thierry Sarmant parla della politica dello struzzo.

L’offensiva francese
La linea fortificata Westwall, chiamata Linea Sigfrido in Italia e dagli Alleati, sulla carta la risposta alla Linea Maginot, fu iniziata nel 1936 dopo l’occupazione della Renania, con una serie di forti e casematte che andavano dalla frontiera svizzera ai Paesi Bassi. Nella zona di Sarrebruck, classica via di invasione, furono sistemate le opere più potenti, ma nel 1939 solo il 30% delle fortificazioni era stato portato a termine. La Sigfrido era invece valutata dal comando supremo francese come un sistema fortificato di notevole spessore che andava affrontato con molta prudenza per evitare altissime perdite, mentre il commandant de Vitrolles del servizio segreto affermava che: “Non vi erano che ordinarie opere di campagna […] certamente nessun sistema fortificato che poteva essere comparato alla linea Maginot”. Gamelin, che aveva a disposizione 85 divisioni, per salvare la faccia di fronte all’opinione pubblica inscenò una parodia di offensiva battezzata Operazione Sarre e ribattezzata dalla stampa drôle d’offensive o baby-offensive, tra i Vosgi e la Mosella con obiettivo Sarrebruck e Pirmasens. Il 7 settembre reparti esploranti iniziarono ad avanzare cautamente su un fronte di 25 chilometri e occuparono una ventina di villaggi. Le perdite furono leggere e dovute principalmente ad estesi campi minati e a trappole esplosive. I Tedeschi arretrarono senza combattere e l’avanzata si trasformò in una passeggiata, sempre in vista della frontiera. La calma glaciale di Hitler, formidabile giocatore di azzardo, sicuro dell’impotenza nemica e capace di correre un rischio calcolato, avendo il grosso della forza schierato ad Est, si contrappose alle preoccupazioni del Comando supremo per un fronte praticamente sguarnito, presidiato da 43 divisioni, di cui 32 della riserva. Nella Sarre, agli ordini del generale von Witzleben, la 1ª Armata era composta da sole 13 divisioni di seconda qualità. Lo storico svizzero Eddy Bauer calcola in 34 le divisioni tedesche presenti allo scoppio della guerra, portate a 43 entro il 10 settembre.

Gamelin, turbato dalla passività nemica, ordina di avanzare con prudenza. In verità la disposizione non è necessaria: basta una mitragliatrice per fronteggiare in un villaggio l’avanzata per un giorno. Il generalissimo, che non è considerato un fighter dagli Inglesi, ha lo sguardo rivolto verso l’Est, le notizie che arrivano diminuiscono ancora l’aggressività dell’Armée il cui élan si affievolisce a vista d’occhio. La penetrazione raggiunge gli 8 chilometri ma l’avanzata è sospesa con l’Instruction personnelle secrète n.1 del Comando supremo in data 21 settembre. L’arrivo sul teatro di guerra dei Russi, la minaccia di un intervento dell’Italia non invitano all’ottimismo. Vanamente il generale Giraud, comandante della 7ª Armata, insiste per la continuazione dell’offensiva: il 17 ottobre le forze di copertura francesi riguadagnano il confine.

Nel dopoguerra il coro di critiche fu unanime. Goebbels nelle sue memorie commenta: “[…] la ritirata dei Francesi è più che sbalorditiva, del tutto incomprensibile”. Il generale Westphal sostiene che la Francia poteva in due settimane arrivare al Reno, che vi erano munizioni sufficienti per tre giorni e nessun carro armato. Guderian manifesta grande sorpresa per il mancato sfruttamento della situazione.

Sfuma una grande occasione che non si ripeterà.

I disegni operativi degli Alleati
Tutti i disegni operativi degli Alleati erano caratterizzati da debolezze nelle concezioni e carenze nell’esecuzione.

Lo Stato maggiore francese iniziò la guerra in stretta difensiva con l’obiettivo di preservare il paese da una nuova prova di sangue, sapendo che nel tempo il superiore potenziale economico delle due democrazie, supportate dagli Stati Uniti d’America sarebbe prevalso. Lo slogan creato dalla propaganda è semplice: “Noi vinceremo perché noi siamo i più forti”, ma restando dietro le fortificazioni, contrapponendo il fuoco al movimento.

Sui disegni operativi nemici si avanzavano tre ipotesi: ripetizione del Piano Schlieffen, attacco dalla Svizzera, attacco frontale alla Linea Maginot

Di queste ipotesi nessuna si avverò.

La dottrina francese si basava su tre dogmi: Inespugnabilità della Maginot che correva fino a Longwy; impraticabilità per grosse formazioni corazzate delle Ardenne settentrionali che si estendevano da Longwy e Namur; impossibilità per l’Armée di entrare nel Belgio senza la richiesta del sovrano, che aveva proclamato la neutralità assoluta.

Le ipotesi operative che si profilavano erano: attendere l’attacco sulle frontiere del Nord. Se il Belgio fosse stato invaso attuare il Piano D (Dyle) con l’avanzata fino al fiume Dyle, in pratica un largo ruscello, e resistenza su un fronte da Anversa a Givet passando per Lovanio, Gembloux e Namur. Ultima e più audace ipotesi col Piano E: portarsi sulla linea Dyle, Meuse, Namur, Anversa con una variante che prevedeva un’ulteriore avanzata dell’ala sinistra fino a Breda e alle isole Zelande (Walcheren e Beverland) per coprire Anversa.

Nella seduta del 17 novembre 1939 fu scelto dal Conseil de défense nationale, in effetti da Gamelin, il Piano D, nella sicura certezza della ripetizione del Piano Schlieffen. col duplice. L’intento del piano era duplice: portare da un lato la guerra lontano dai dipartimenti nord-orientali della Francia e soccorrere l’esercito belga, ma dall’altro di lanciare anche un messaggio politico di credibilità ai paesi neutrali come la Romania, la Turchia, la Grecia e la Jugoslavia, in quanto un’ulteriore passività dopo la rioccupazione della Renania e la sparizione dell’Austria, della Cecoslovacchia e della Polonia, sarebbe stata interpretata come finale prova di debolezza.

Nel piano era previsto l’impiego del fior fiore delle forze: tutte le divisioni D.L.M., due delle tre divisioni corazzate, tra l’altro non ancora organizzate, cinque delle sette divisioni motorizzate. All’estrema sinistra la 7ª Armata del generale Giraud, di cui faceva parte la 1ª D.L.M., la migliore, avrebbe dovuto avanzare nel Belgio a tutta velocità per raggiungere l’Olanda.

Cyril Falls parla di un’offensiva strategica con una difensiva tattica.

A questo punto cominciava a delinearsi una frattura tra Gamelin da una parte e Georges dall’altra. Il secondo disapprovava il piano, perché si gettavano tutte le riserve nel Belgio su una linea insufficiente. Scriveva infatti in una nota del 5 dicembre: “Indubbiamente la nostra manovra offensiva in Belgio e in Olanda deve essere condotta con la misura prudenziale di non lasciare coinvolgere la maggior parte delle nostre riserve in questo teatro di operazioni, di fronte a un’azione tedesca che potrebbe essere solo una diversione. Ad esempio, nell’eventualità di un attacco in forze attraverso il centro, sul nostro fronte tra la Mosa e la Mosella, potremmo trovarci privi dei mezzi necessari per un contrattacco”. Più prudentemente, Georges era per l’occupazione di una parte ridotta del Belgio fino a, referendo una solida sistemazione difensiva a una battaglia d’incontro, a una battaglia manovrata inconcepibile per la dottrina francese e per i suoi esecutori. In effetti Georges, che acutamente aveva rilevato la mancanza di una riserva generale, sosteneva a buona ragione che tutta la strategia francese era basata sulla difensiva, su una linea preparata da tempo, mentre in questo modo alla bataille d’arrêt si sostituiva la bataille de rencontre che si temeva in modo eccessivo anche alla luce dei concetti espressi nella dottrina: “[…] d’une façon générale, surtout au début de la guerre, et tout en réservant la part des justes initiatives, il importe de livrer des batailles conduites et d’éviter les batailles de rencontre”.

Il comandante del corpo spedizionario britannico generale Gort è d’accordo e manifesta forti perplessità per la mancanza di unità di intenti tra i capi francesi. Sulla stessa linea era Paul Reynaud quando sosteneva: “La contrapposizione di due comandanti in capo, di cui uno esercita il vero potere, l’altro ha la responsabilità della condotta delle operazioni definite dal primo, ha creato equivoci e confusioni e gettato il dubbio negli spiriti”.

Di diverso avviso era il generale Victor Bernard Derrégaix, comandante in seconda dell’École supérieure de guerre, che nel suo La guerre moderne del 1885 sosteneva: “La bataille de rencontre est (donc) la règle, et la bataille préméditée l’exception”.

Nel 1937 il Belgio, dopo la rimilitarizzazione della Renania, aveva proclamato una stretta neutralità, pudicamente battezzandola politique d’indépendance, schierando a controprova in attitudine difensiva 10 divisioni ai confini con la Francia, sei contro l’Olanda e sei contro la Germania, salvo a modificare il dispositivo dopo la rotta polacca. La Francia e la Gran Bretagna il 24 aprile, e la Germania il 13 ottobre, avevano preso atto della determinazione belga di: a) difendere con tutte le sue forze le frontiere del Belgio contro tutte le aggressioni e invasioni e di impedire che il territorio belga fosse utilizzato, in vista di un’aggressione contro un altro Stato, come passaggio o come base per operazioni terrestri, per mare e per aria. b) di organizzare a questo effetto in maniera efficace la difesa del paese.
     Il problema del Belgio e della sua politica era estremamente arduo alla luce della proclamata neutralità. Nel 1937 il tema dell’esercitazione annuale del Conseil supérieur de la guerre fu l’avanzata in Belgio a seguito di un’aggressione germanica. Si stabilì che il dispositivo doveva essere “soudé et cohérent”, appoggiato su una posizione fissata a sinistra della piazza di Anversa, ossia su Anversa, Dyle e Namur, o in forma più riduttiva sull’Escaut. In entrambi i casi si riteneva necessario un prudente piano di operazioni concertato con i Belgi e un sistema fortificatorio preparato a loro cura.
     Nello scacchiere del Mediterraneo orientale la situazione era più tranquillizzante. Forze inglesi e francesi stazionavano agli ordini dei generali Wavell e Weygand a protezione del canale di Suez e dei giacimenti petroliferi e del Levante francese. Nel luglio 1939 nel corso di colloqui tra Gamelin e Lord Gort, capo di stato maggiore imperiale, forti delle alleanze con Polonia, Romania, Grecia e Turchia, si studiò, ma sarebbe meglio dire si fantasticò, sull’apertura di un fronte operazionale orientale con la Polonia, la Romania e l’Unione Sovietica e un fronte balcanico con Grecia, Jugoslavia e Turchia. Dopo un mese, l’improvvisa alleanza dell’Unione Sovietica con la Germania e il crollo della Polonia facevano precipitare le simpatie delle piccole potenze per gli Alleati, considerati imbelli. L’unica nota positiva fu il trattato anglo-turco del maggio 1939, seguito nel successivo ottobre da un trattato anglo-franco-turco strettamente difensivo, trattato che sarebbe rimasto sulla carta perché la paura delle piccole potenze nei confronti del gigante tedesco era altissima. I Francesi, purché si trattasse di scenari distanti, erano per l’apertura di fronti alle spalle della Germania, mentre gli Inglesi, con un esercito praticamente inesistente, prospettavano le oggettive difficoltà di proiettare un corpo di spedizione nell’Europa orientale, anche alla luce dell’imminente intervento dell’Italia. Ciò risultò evidente quando l’11 dicembre i capi alleati si riunirono nuovamente a Parigi. Gamelin, spalleggiato da Weygand e Wavell, insistette per l’apertura di un fronte balcanico con l’occupazione di Salonicco, ma il generale Ironside, l’ammiragliato inglese e Darlan si opposero decisamente sempre alla luce di una possibile entrata nel conflitto dell’Italia, di cui veniva grandemente sopravvalutata la potenza. Il successivo 26 febbraio, Gamelin tornò sull’argomento e insistette ancora sulla necessità di aprire un secondo fronte perché su quello occidentale non era possibile: “prendre l’initiative d’offensives de grande envergure”.
     Colpisce l’irrealismo delle proposte di Gamelin, con l’idea di poter mettere insieme da 60 a 100 divisioni nei Balcani con la pochezza delle forze disponibili. Weygand nelle sue memorie parla di 6 divisioni con effettivi di 40.000 uomini di cui 2 divisioni inferiori in dotazioni: ”à la plupart des divisions balkaniques”. Colpisce la persistente memoria della passata Grande Guerra quando gli Alleati aprirono un secondo fronte nei Dardanelli e a Salonicco Colpisce l’incapacità di comprendere che la guerra era diversa da quella che si era combattuta vent’anni prima.
Vi erano tutte le premesse per il crollo del giugno 1940.

I disegni operativi tedeschi
Il pensiero strategico germanico era basato sull’offensiva, perché era viva l’esperienza della passata guerra quando lo stallo delle operazioni aveva portato al tracollo. L’esercito era quindi organizzato su questa direttiva, una “testa di ariete” come lo definisce Fuller: “che sotto la protezione di aerei da caccia e da bombardamento, impiegati come artiglieria a lungo braccio, potesse sfondare il fronte, nei punti prescelti”.
     Lo Stato maggiore, dopo la fine della campagna di Polonia, ricevette l’ordine di preparare il Fall Gelb, il Piano Giallo per la campagna occidentale. Il comando si orientò sulla ripetizione di quello della prima Guerra Mondiale, un’offensiva attraverso il Belgio, l’Olanda e il Lussemburgo. L’attacco doveva essere sferrato dal Gruppo di armate B al comando del generale Bock, mentre Rundstedt doveva compiere un attacco complementare attraverso le Ardenne, senza impiego dei corazzati per la povertà dello sviluppo stradale. Il generale Halder, Capo di Stato maggiore dell’Oberkommando des Heeres (O.K.H.), che Guderian definiva: “[…] uomo di routine, ufficiale della vecchia scuola”, in una lucida disamina del problema, era pervenuto alla conclusione che gli Alleati sarebbero entrati in Belgio, la Gran Bretagna per parare la minaccia marittima e aerea, la Francia perché: “Sempre in preda al complesso della sua inferiorità demografica non doveva dare all’aggressore tedesco la chance di distruggere isolatamente l’esercito belga numericamente inferiore”. Il piano era confortato dalla ricognizione aerea e dal servizio segreto, che avevano accertato che nell’inverno 1939 le migliori unità francesi e l’intero corpo britannico erano schierati sul confine belga. Veniva esclusa un’offensiva francese attraverso il Lussemburgo e le Ardenne per l’esiguità delle forze schierate tra la Mosa e la Mosella, mentre il comando belga, conscio di dover riservare le sue forze alla difesa dei centri industriali del nord, non attribuiva alle Ardenne nessun valore.
      Il generale Erich von Manstein, Capo di stato maggiore di Rundstedt, il miglior cervello della nuova generazione maturata nel secondo conflitto mondiale, resosi conto della pochezza del piano e prevedendo che era quanto si aspettava il comando anglo-francese, sollevò una decisa opposizione. Scrisse nelle sue memorie: “Questo progetto mi pareva essere la copia del piano Schlieffen applicato nel 1914. Mi umiliava vedere che la nostra generazione non sapeva immaginare altro che la ripetizione di una vecchia ricetta, anche se emanava da un uomo eminente come Schlieffen. Che si poteva ottenere da un piano estratto da un armadio dove aveva dormito vent’anni, che l’avversario aveva cominciato a conoscere nello stesso tempo che noi, e alla ripetizione del quale doveva essere preparato? […] D’altronde la situazione era diversa. Nel 1914 si poteva contare, come aveva fatto Schlieffen, su un effetto di sorpresa. […] Nel 1939 le intenzioni simili di Hitler non potevano passare inosservate. Inoltre non si poteva sperare come nel 1914 che il nemico ci gratificasse di una offensiva prematura in Lorena. Nel 1939, per contro, non potevamo attendere un favore del genere. L’avversario avrebbe gettato forze considerevoli in Olanda e Belgio per rallentare la nostra avanzata e, contrariamente a quello che si era passato nel 1914, ci saremmo obbligati a batterci per attacchi frontali. […] Il piano di operazione del 1939 non contemplava assolutamente l’idea di arrivare a una decisione finale. L’obiettivo prescritto non era che una vittoria parziale contro le forze alleate operanti in Belgio. Si trattava di assicurarci il possesso di un settore costiero sufficiente per permettere la prosecuzione della guerra contro l’Inghilterra”.

Studioso di Clausewitz, von Manstein ricordava che: “In un combattimento in cui sono ingaggiate forze considerevoli, non è necessario di respingere il nemico su tutto il fronte, sarà sufficiente sfondare in un punto qualunque per fare cadere tutta la linea”.

Concordava Liddell Hart, i Tedeschi nella migliore delle ipotesi: “Non sarebbero riusciti altro che a risospingere indietro le armate alleate sino alla frontiera francese”.

Per inciso, a proposito della Lorena si sente il bisogno di trascrivere quanto un abitante confidava a Jean Hurstel: “Mio nonno francese è stato fatto prigioniero dai prussiani nel 1870, mio padre tedesco è stato fatto prigioniero dai francesi nel 1918. Io, francese, sono stato fatto prigioniero dai tedeschi nel giugno 1940 per essere arruolato nella Wehrmacht nel 1943 e fatto prigioniero dai russi nel 1945. Vedete signore, abbiamo un senso della storia molto particolare. Le guerre le abbiamo sempre terminate con l’uniforme dei prigionieri. È la nostra sola uniforme permanente”.

Nell’ottobre 1939 Manstein preparò un nuovo piano, che, sosteneva, non nasceva come Pallade Atena dalla testa di Giove. Parte dal principio che la vittoria deve essere totale, con la conquista non di un settore sull’Atlantico ma di tutto il litorale, con l’accerchiamento dell’insieme delle forze francesi, inglesi belghe e olandesi. Era quindi necessario spostare il centro di gravità dell’offensiva, il tedesco schwerpunk, dalla destra del dispositivo tedesco, settore tenuto dal maresciallo von Bock, alla sua sinistra nel settore di von Rundstedt. Dovendo provocare un effetto sorpresa, occorreva sferrare un colpo di maglio nella regione di Sedan, dividendo in due tronconi le forze francesi e accerchiando l’ala sinistra alleata.

Nei primi giorni di novembre von Manstein convocò Guderian che, nelle sue memorie, scrive: “Avevo avuto occasione di conoscere quella regione durante la prima guerra mondiale e dopo aver esaminato con attenzione le carte della zona mi dissi d’accordo con lui”. Guderian avanzò una sola condizione: tutte le forze corazzate dovevano partecipare all’operazione. Manstein espose le sue idee in un memorandum che Rundstedt, approvando, rimise al Comando supremo il 4 dicembre 1939. I piani furono considerati insensati, la sola idea di assegnare a un corpo di armate tutte le divisioni corazzate disponibili sembrava, così come lo sfruttamento del successo con le sole panzerdivisionen, senza il supporto della fanteria. Alle sue insistenze Manstein fu, attuando il collaudato “promoveatur ut admoveatur”, trasferito in data 27 gennaio 1940 al comando del 38° Corpo d’Armata a Stettino. Manstein parla senza mezzi termini di un trasferimento: “[…] dovuto al desiderio dell’OKH di liberarsi di un seccatore importuno che aveva osato elaborare un piano in contrasto con il suo”. Guderian commenta: “E così il nostro miglior cervello operativo parteciperà alla battaglia in un corpo piazzato in terza linea, quando il successo dell’operazione sarà dovuto, in massima parte a sua iniziativa”.

La mattina dell’11 gennaio 1940 un aereo tedesco per difficoltà tecniche deve effettuare un atterraggio di fortuna in Belgio nei pressi di Mechelen-sur-Meuse. A bordo vi è un ufficiale con i piani di operazione disposti dall’O.K.H che cadono nelle mani degli Alleati. Gamelin pensa ad un trucco e non modifica lo schieramento, Churchill è di opinione opposta, Manstein sostiene che il cambiamento dei piani non avvenne a seguito dell’incidente. Il führer è furibondo e il piano di Manstein assume nuovo valore.

Convocato a Berlino il 17 febbraio con un gruppo di nuovi generali per una visita di protocollo, ebbe la possibilità di illustrare il suo piano a Hitler che ne afferrò con prontezza gli elementi base, sorpresa, velocità e potenza. Il piano, denominato Sichelschnitt (Colpo di Falce), si basava sull’ipotesi che gli Alleati si sarebbero spinti in Belgio, permettendo l’aggiramento attraverso le Ardenne. Sorpresa nella scelta del terreno, velocità e potenza dei corazzati, sussidiati da aviazione d’appoggio, prima aviazione tattica del mondo. Liddell Hart parla di: “Uno dei più impressionanti esempi offertici dalla storia dell’effetto decisivo di una nuova idea, tradotta in pratica da un esecutore dinamico”. Lo spostamento del punto di gravità a sud nella regione delle Ardenne ebbe un devastante effetto psicologico.

Se il Piano Schlieffen era un colpo di falce con obiettivo Parigi, il Piano Manstein era un colpo di falce che portava alla Manica, circondando il fior fiore delle armate francesi.
     Manstein era l’erede di una famiglia di uomini d’arme, espressione della casta militare prussiana, Hillgruber lo definisce: “Senza dubbio la personalità più significativa della Germania nella seconda guerra mondiale”. Berlinese, sottotenente nel 1907, ferito gravemente sul fronte orientale combatte nell’insensato carnaio di Verdun. Ufficiale di stato maggiore nel 1919, nel settembre 1929 è addetto al Truppenamt, che clandestinamente sostituiva lo stato maggiore generale abolito dal Trattato di Versailles. Nel 1939 partecipa alla rapida liquidazione della Polonia come capo di stato maggiore del generale von Rundstedt. La vita lo ferirà con la morte del figlio Gero sul fronte russo. Feldmaresciallo dopo la conquista di Sebastopoli nel luglio 1943 si dimise da ogni incarico, per contrasti con Hitler, ritirandosi a vita privata.
     Guerra durante la propaganda attribuì il disegno operativo al capo supremo, al forgiatore del Reich che avrebbe dovuto durare un millennio. Costantino Hierl capo del Servizio del lavoro del Reich scrive sul Volkischer Beobachter del 10 maggio 1941: “Questa impresa che quanto a progetto e quanto all’accuratissima preparazione è opera personale del Fuhrer, fu eseguita dalla valorose truppe il 10 maggio ed ebbe notoriamente pieno e splendido successo”.
    Occorre riportare il piano germanico datato 24 febbraio 1940 col n.130/40 Secret in una approssimativa traduzione:
      “La direttiva del Piano Fall Gelb attualmente in vigore per la concentrazione (Istruzione n.074/40 Secret del 30 gennaio 1940, emanato dal Comandante in capo dell’Esercito, Stato maggiore generale, Ufficio operazioni) è rimpiazzata dalle nuove disposizioni allegate, che corrispondono al mio esposto di quel giorno ai comandanti di Gruppi d’armate e di Armate.
F.to Brauchitsch

NUOVE DIRETTIVE PER IL PIANO FALL GELB DI CONCENTRAZIONE

1° Il piano d’offensiva Fall Gelb si propone:
a) una rapida occupazione dell’Olanda, per evitare che il territorio nazionale olandese cada nelle mani della Gran Bretagna;
b) un’offensiva lanciata attraverso i territori belgi e lussemburghesi per battere una frazione la più importante possibile delle forze terrestri francobritanniche e preparare così la distruzione della potenza militare dell’avversario. Lo sforzo principale di questa offensiva eseguita attraverso il Lussemburgo e il Belgio sarà spinto a Sud della linea Liegi-Charleroi. Le forze ingaggiate a Nord di questa linea sfonderanno le fortificazioni della frontiera belga. Proseguiranno la loro avanzata in direzione Ovest e pareranno tutte le minacce dirette esercitate sul bacino della Ruhr dal Nord-Ovest del Belgio e fisseranno il maggior numero possibile di truppe franco-britanniche. Le forze ingaggiate a Sud della linea Liegi-Charleroi forzeranno il passaggio della Mosa tra Dinant e Sedan (queste due località incluse) e si apriranno la strada attraverso le fortificazioni della frontiera francese del Nord in direzione della bassa Somme.

2° L’offensiva a Nord della linea Liegi-Charleroi sarà eseguita dal Gruppo d’armate B con la 18ª e la 6ª Amata; quella a Sud di questa linea dal Gruppo d’Armate A con la 4ª, 12ª e 16ª Armata. Il Gruppo d’Armate C fisserà le forze nemiche che lo fronteggiano e si terrà pronto a respingere tutti gli attacchi diversivi.

3° (Seguono i limiti delle zone.)

4° L’articolazione dei mezzi, la messa in opera per l’offensiva e le modalità di azione sono regolate dalle mie istruzioni verbali del 24 febbraio. La ripartizione delle forze è indicata negli allegati.

5° Missioni dei Gruppi d’Armate e delle Armate.

La missione del Gruppo d’Armate B consiste, impegnando truppe rapide, ad occupare rapidamente l’Olanda e ad opporsi alla giunzione dell’esercito olandese e delle forze anglo-belghe. Spezzerà con un attacco rapido e violento le difese della frontiera belga e rigetterà il nemico aldilà della linea Anversa- Namur. Investirà la piazza d’Anversa dal Nord e dall’Est, quella di Liegi dal Nord-Est e al Nord della Mosa. La 18° armata occuperà rapidamente tutta l’Olanda, compreso il “ridotto” olandese, interdirà al nemico di prendere piede sulle coste olandesi. Delle forze marceranno al Nord del Waal, contro il fronte del “ridotto”; simultaneamente elementi rapidi lanciati a Sud del Waal raggiungeranno la costa tra la Hollandsch Diep e l’Escaut Occidental, per opporsi alla congiunzione delle truppe anglo-belghe con l’esercito olandese e realizzare le condizioni necessarie al rapido sfondamento del fronte Sud del “ridotto”, in cooperazione con le unità aeroportate. Si sbarrerà la foce dell’Escaut faccia ad Anversa. Simultaneamente la provincia di Groninga sarà occupata da forze poco importanti, utilizzando dei treni blindati. Si sforzerà di raggiungere con la sorpresa la strada sulla diga del lago di Ijssel. La rapida occupazione delle isole della Frisa occidentale è importante per l’aviazione. La sesta armata, partendo dalla linea Venlo-Aix-la-Chapelle (queste due località incluse) supererà rapidamente la Mosa e sfonderà nel minor tempo le fortificazioni della frontiera belga. Continuerà il suo movimento a Nord della linea Liegi-Namur in direzione generale Ovest. Gli ordini per l’investimento d’Anversa e di Liegi saranno dati dal Gruppo d’armate B.

La missione del Gruppo d’Amate A consisterà nel forzare il più rapidamente possibile il passaggio della Mosa tra Dinant e Sedan (queste due località incluse) e coprendo il fianco sinistro dell’attacco generale contro un’azione proveniente dalla zona fortificata Metz-Verdun. Si sforzerà inoltre, coprendo i suoi fianchi, di spingersi il più rapidamente possibile in direzione dell’imboccatura della Somma, con il massimo dei mezzi, prendendo alle spalle la zona fortificata della frontiera del Nord della Francia. Un’armata supplementare, la seconda, sarà messa a sua disposizione a questo scopo. Importanti forze rapide, incolonnate in profondità, saranno lanciate in avanti del fronte del gGuppo d’Armate, contro la interruzione della Mosa tra Dinant e Sedan. Esse saranno incaricate di annientare il nemico che sarà penetrato nel Sud del Belgio e del Lussemburgo, e di guadagnare con un attacco brutale, la riva ovest della Mosa, creando così le condizioni favorevoli al proseguimento dell’offensiva in direzione dell’Ovest. La 4ª Armata romperà la zona fortificata tra Liegi e Houffalize, investirà la piazza di Liegi dal Sud-Est e dal Sud (ordini in dettaglio da darsi dal Gruppo d’armate A) e, portando truppe rapide su Dinant e Givet, forzerà il passaggio della Mosa tra Yvoir e Fumay (escluse) coprendosi di fronte a Namur. Marcerà poi per Beaumont e Chimay in direzione Ovest. La 12ª Armata sfonderà le difese del Belgio da ambo le parti di Bastogne e seguendo da presso le forze rapide lanciate davanti al suo fronte, forzerà il passaggio della Mosa tra Fumay e Sedan (queste due località incluse) in modo da permettere il più rapidamente possibile a delle forze importanti di proseguire il movimento in direzione Ovest aldilà della linea Signy-le-Petit, Signy-l’Abbaye, in contatto con la 4a armata. La 16ª Armata partendo dalla linea Wallendorf- Mettlach, e spingendo fortemente la sua ala destra in avanti, guadagnerà rapidamente la linea Mouzon, Longwy, Sierck; coprirà su questa linea il fianco Sud dell’offensiva generale, e terrà il contatto con la posizione fortificata della Sarre al Sud di Mettlach con l’intesa della 1a armata. Una volta sulla linea fissata l’armata passerà sotto gli ordini del Gruppo d’armate C, con il quale resterà in stretto contatto all’inizio del movimento.

Il Gruppo d’Armate C fisserà le forze che lo fronteggiano con misure d’inganno e con la minaccia di un attacco in forze; sforzo principale all’ovest della foresta del Palatinato; si terrà pronto a sostenere la formazione rapida di un solido freno difensivo nella zona della 16a armata. Il ricongiungimento ulteriore della 16a armata al gruppo d’armate C è previsto.

6° Inizio del piano Fall Gelb
a) Il Comando in Capo dell’Esercito invierà ai gruppi d’armate, la vigilia dl giorno J prima di 13 ore, il messaggio convenzionale d’applicazione del piano sotto la seguente formula: “Fall Gelb, data, ora”.
b) Inoltre, invierà alla vigilia del giorno J prima di 24 ore i messaggi attualmente previsti: “Danzig ou Augsboureg”
c) Il messaggio convenzionale mirerà a fare iniziare all’alba la messa in marcia delle divisioni di fanteria e delle unità rapide di PRIMA LINEA per il superamento delle frontiere al’ora fissata. Si allerteranno le unità al più tardi possibile. Per allertare e mettere in movimento gli altri elementi dei gruppi d’armate, le riserve generali e la direzione dei servizi di trasporto non saranno allertate e messe in marcia che all’ora del superamento della frontiera. Certe unità da portare rapidamente alla frontiera potranno, su decisione dei gruppi d’armate, essere allertate e messe in marcia più presto. Tuttavia l’allerta non dovrà loro essere comunicato che sotto una forma anodina e solamente quando le comunicazioni di queste aldilà della frontiera non sarà più a temere prima che queste siano state superate.

7° Un ordine ulteriore fisserà la cooperazione e la missione della Luftwaffe.

8° Un esemplare della presente istruzione sarà spedita a ciascun dei Gruppi d’armate A. e B. La ritrasmissione scritta del testo integrale è interdetta. Sono solo autorizzati brevi estratti per un numero strettamente limitato di destinatari.

9° Rendiconti.
I Gruppi d’Armate invieranno all’Ufficio Operazioni dell’Esercito per il 1 marzo 1940, i loro rendiconti:
a) sullo stazionamento previsto per le loro unità (carte 1/300.000 in doppio esemplare);
b) sui loro piani di manovra e la ripartizione dei loro mezzi con le indicazioni dei limiti delle zone delle Armate (carta al 1/300.000 in doppio esemplare);
c) sulle loro proposte di ripartizione delle riserve generali, conformemente all’allegato 3.

Il 6 marzo è convocata una conferenza alla quale sono invitati il generale von Kleist, comandante dell’omonimo gruppo corazzato, il generale Guderian e il generale von Rundstedt comandante del Gruppo d’Armate A e i generali dipendenti. Tutti illustrano in quale modo porteranno a termine la missione affidata, Guderian afferma con sicurezza, che superata la frontiera col Lussemburgo, avanzerà verso Sedan su tre colonne. Stabilisce anche i tempi dell’operazione. Il primo giorno entrerà in Belgio, il secondo avanzerà su Neufchâteau, il terzo arriverà a Bouillon e attraverserà la Semois, il quarto arriverà alla Mosa, il quinto la supererà e la stessa sera stabilirà una testa di ponte sull’altra sponda. Quando il generale Busch, che comanda la 16ª Armata schierata alla sua sinistra, avanza delle perplessità, Guderian arrogantemente risponde: “Fate il vostro lavoro e non vi preoccupate del mio”. Nelle sue memorie annoterà che nel piano credevano solo Hitler, Manstein e lui. Dotato di uno spirito estremamente caustico osservava dei suoi oppositori: “Abituati da cinque secoli a tirare i loro cannoni con le bocche rivolte indietro, si opposero con successo a questa proposta (di un veicolo con la bocca di fuoco puntata in avanti)”.

Sul piano vengono alla mente le parole di Vegezio: “Tutti concordano nel dire che il buon comandante sa che gran parte della vittoria dipende dallo stesso luogo nel quale si deve combattere. Cerca dunque nell’imminenza della battaglia, di ricevere i primi aiuti proprio dall’occupazione del luogo adatto. […]”.

Il piano, che obiettivamente presentava rischi altissimi, fu approvato da Hitler, che però dispose che le forze tedesche avanzanti attraverso l’Olanda e il Belgio fossero supportate da divisioni corazzate e quindi tre divisioni furono distolte dal settore di Sedan. Una panzerdivision a sostegno della 18ª Armata di von Rüchler che avrebbe dovuto avanzare su Rotterdam, altre due a sostegno della 6ª Armata di von Reichenau che puntava su Maestricht e Liegi. Il provvedimento provocherà le rimostranze di Guderian, che sarà l’unico generale che litigherà col führer in tutte le circostanze in cui non condivideva le sue valutazioni tattiche e i giudizi strategici. Sarà messo a riposo il giorno di Natale dell’anno 1941, richiamato in servizio nel febbraio 1943 come ispettore generale delle forze corazzate, e nel gennaio successivo nominato Capo dello stato maggiore generale.

La scelta del disegno operativo era nata dalla certezza che il comando franco-britannico si aspettava la ripetizione del piano Schlieffen ed aveva concentrato le migliori unità al confine con il Belgio per penetrarvi alla notizia dell’avanzata. Nel settore di Sedan, di conseguenza, lo schieramento era più debole. Si diede grande importanza al fattore sorpresa e alla velocità di esecuzione e la preparazione fu accurata anche per il tempo disponibile. Si svolsero kriegspiele e si addestrarono truppe nell’altipiano dell’Eifel, che aveva caratteristiche orografiche simili alle Ardenne. Gli ordini erano stati previsti per tutti i cinque giorni della durata dell’operazione e dal 5 al 10 maggio non vi furono cambiamenti.

La drôle de guerre
I primi mesi di guerra nel confine franco tedeso passarono alla storia con l’espressione “drôle de guerre”, che ben definiva la situazione di stallo in Occidente. Gli Inglesi la definivano phoney war e i Tedeschi Sitzkrieg, mentre la stampa americana usava l’espressione “guerra di coriandoli” per la strategia britannica di inondare la Germania con manifestini propagandistici.
     Dopo le scaramucce settembrine cominciò una guerra caratterizzata dall’assoluto immobilismo, con sporadici colpi di mano di pattuglie che si addentravano nella terra di nessuno e rari duelli di artiglieria, mentre agli ufficiali francesi più anziani venivano alla mente i sanguinosi scontri dei primi mesi della guerra passata, la sorpresa tattica, la scoperta dell’arma automatica, le perdite inattese, la lunga ma ordinata ritirata che aveva sottoposto l’esercito a una prova durissima. Goebbels nei suoi Diari commenta: “Questa è la guerra più strana che la storia abbia mai visto” ma aggiunge in data 11 e 12 febbraio 1940: “Dobbiamo cercare di calmare un poco la popolazione che congela […] il freddo atroce continua. Stiamo già chiudendo scuole e teatri”.
     Tutto taceva, la Francia intera tratteneva il respiro in attesa della prevista offensiva aerea che avrebbe dovuto spianare le città, e intanto lontano si consumava il dramma della tradita Polonia. I “barbari” non erano arrivati, anzi il führer il sei ottobre al Reichstag aveva pronunciato parole di pace: “Perché si dice che la guerra debba aver luogo all’ovest? Per la ricostruzione della Polonia? La Polonia del trattato di Versailles non resusciterà mai. Ci sono i due più grandi stati della terra a garantirlo” e con un ritornello che ancora incantava i tardi pacifisti di elezione o professione aggiungeva che, eccetto le rivendicazioni coloniali, non chiedeva nulla. Gli Alleati respinsero ogni trattativa.

Una delle previsioni di de Gaulle si era avverata. Dalle feritoie della Maginot l’Armée assistette alla sorprendente débâcle di un esercito per il quale il capo di stato maggiore generale Gamelin aveva preventivato una resistenza minima di sei mesi. Il 26 gennaio 1940 de Gaulle, nuovamente alla carica, in un memoriale “L’avènement de la force mécanique” lanciava l’allarme contro l’ormai imminente offensiva e, paventando uno sfondamento, richiedeva che fossero riunite tutte le formazioni corazzate in un corpo di riserva. Lo spedì alle “ottanta personalità più importanti dello Stato” sollevando insofferenze tra i militari e indifferenza fra i politici. Inutilmente scrive: “A nessun costo il popolo francese deve cedere all’illusione che l’attuale immobilismo militare è conforme al carattere della guerra in corso. È vero il contrario. Il motore conferisce ai mezzi di distruzione moderni una potenza, una velocità, un raggio d’azione tali che il presente conflitto sarà, prima o poi, contraddistinto da movimenti, da sorprese, da irruzioni, da inseguimenti, l’ampiezza e la rapidità dei quali supereranno di gran lunga quelle delle più straordinarie azioni del passato.[…] Le stesse istituzioni militari che il 9 marzo 1936 ci costringevano all’immobilità, che, al momento dell’annessione dell’Austria da parte della Germania, ci colpivano d’inerzia totale, che, nel settembre 1938, poi nel marzo 1939, ci imponevano di abbandonare i cecoslovacchi, dovevano fatalmente costringerci, nello scorso settembre, ad assistere da lontano all’invasione della Polonia, senza poter far altro che seguire sulla carta le tappe vittoriose del nemico. […] Nella guerra moderna non esiste ormai una sola iniziativa attiva, al di fuori della forza meccanizzata […]”. Aggiungeva: “[…] una massa di mezzi corazzati appoggiati da una massa aviatoria […] l’immenso vantaggio di potere concentrarsi, scattare, agire, in spazi estremamente brevi e proseguire la progressione rapidamente e profondamente mentre all’artiglieria occorre molto tempo per mettersi in azione, trasportare le munizioni, aprire il fuoco […] Quando i carri e l’aviazione superano il dispositivo nemico l’artiglieria è impotente […]. Quindi il difensore che tenderà alla resistenza sul posto con elementi tradizionali è votato al disastro. Per spezzare una forza meccanizzata solo la forza meccanizzata possiede una efficacia certa. […] Nel conflitto presente, come in quelli che lo hanno preceduto, essere inerti significa essere battuti”.

Taceva sibillino il Comandante in capo di tutte le forze francesi.

Ormai era tardi per tutto.

Reynaud, novella Cassandra, il 13 dicembre aveva sostenuto: “È facile, molto facile, per noi perdere la guerra” e ancora, parlando al Senato: “Certi paiono credere che la vittoria sarà assicurata, bisogna solo attendere pazientemente la fine della guerra. Noi non abbiamo bisogno di pazienza ma d’ardore. Non si tratta di subire la guerra ma di guadagnarsela. A quelli che sostengono che il tempo lavora per noi io rispondo: Il tempo è neutrale, “un neutre qui ira a la force”. Daladier in un discorso alla Camera del 22 dicembre era stato più ottimista sostenendo che nel dicembre 1914 la Francia aveva perso 450.000 soldati mentre nel dicembre 1939 l’esercito aveva perso 1136 uomini, la marina 256 e l’aeronautica 42. Aggiungeva: “Io continuo a preferire la situazione del dicembre 1939 a quella del 1914”. […] Non domando di meglio che fare una guerra minima e il più a lungo possibile. In questo tempo la produzione di aerei e di armamenti migliorerà”. Insiste con Chamberlain: “Davanti a noi vi è una linea fortificata, avremo in Francia una guerra di posizione e abbiamo prese le opportune misure”. Churchill non era da meno. Il 27 gennaio 1940 proclamava: “Hitler si è lasciato sfuggire la sua grande occasione”.

Nel gennaio 1940 a una cena in casa Reynaud, de Gaulle incontra Léon Blum. Scrive nelle sue memorie: “Quali sono le vostre previsioni mi chiese. La questione risposi è di sapere se a primavera i tedeschi attaccheranno ad occidente per prendere Parigi o ad oriente per raggiungere Mosca. Lo pensate disse Léon Blum sorpreso. I tedeschi attaccare verso oriente? Ma perché andrebbero a smarrirsi nell’immensità delle terre russe? Attaccare ad occidente? Ma che potrebbero fare contro la linea Maginot?”.

Liddell Hart riporta due interpretazioni di una perplessa stampa internazionale di fronte a una guerra non combattuta: “Nonostante avessero dichiarato guerra alla Germania per rispettare l’impegno preso con la Polonia, Gran Bretagna e Francia non avevano alcuna seria intenzione di combattere questa guerra e aspettavano quindi l’avvio di negoziati di pace”. L’altra era che le due superpotenze occidentali stavano giocando d’astuzia e la stampa americana ospitava spesso servizi giornalistici nei quali si sosteneva che l’Alto Comando alleato aveva deliberato adottare un ingegnoso piano strategico difensivo e che stava preparando una trappola per i tedeschi. Nessuna di queste due spiegazioni aveva il benché minimo fondamento. In realtà durante l’autunno e l’inverno, invece di dedicarsi a piani difensivi per neutralizzare l’imminente attacco, l’Alto Comando e i governi alleati si diedero un gran da fare per elaborare fantomatici piani offensivi contro i fianchi della Germania. Di certo vi era che finalmente si era costituita la prima divisione corazzata britannica con 328 carri, ma era al sicuro in madrepatria”.

Segno dei tempi, l’Operazione Royal Marine, il minamento del Reno e di canali interni da iniziare il quattro aprile, fu proposta da Churchill alle autorità francesi ma decisamente respinta. Daladier comunicò che il Presidente della Repubblica in prima persona era intervenuto paventando feroci rappresaglie aeree tedesche. Lo statista inglese nelle sue memorie annotò :“L’idea che non si dovesse irritare il nemico mi parve poco persuasiva”.
     Nel tempo l’euforia si propagò all’opinione pubblica, sintetizzandone il pensiero sembra necessario esporre giudizi, opinioni e valutazioni degli organi di stampa.

Il direttore del Figaro, organo di stampa tra i più influenti che già si era distinto per la decisa opposizione ai disegni di de Gaulle, proclamava trionfalmente: “Abbiamo vinto una nuova battaglia della Marna senza combattere”.

In sintonia era la Revue des Deux Mondes, autorevole pubblicazione quindicinale, espressione della borghesia benpensante, che spaziava dalla letteratura, alla storia, alla scienza, agli spettacoli, alla musica, alla pittura, agli avvenimenti politici con particolare attenzione alla vicina Germania. I suoi opinionisti, molto stimati, si prodigarono nel tranquillizzare l’opinione pubblica che, d’altronde, non voleva altro. Nell’ottobre 1939, dopo il crollo della Polonia, il generale Duval, commentatore militare in pianta stabile, in un volo d’orizzonte riteneva che un attacco al Belgio, il cui esercito era stato potenziato, all’Olanda o alla Svizzera fosse improbabile perché le condizioni non erano così favorevoli come nel 1914. Una strategia difensiva era superiore all’offensiva alla luce degli armamenti moderni e sotto la protezione della Maginot che permetteva grande libertà di movimento. Giustificava la sconfitta polacca per il terreno favorevole ai corazzati e l’intervento sovietico, necessario per porre fine alla campagna. Quanto al patto russo-tedesco non avrebbe portato un solo soldato in più sul nostro fronte anche per la necessità di presidiare il territorio polacco. Concludeva con un tacitiano: “Stiamo calmi, assistiamo senza ottimismo e senza pessimismo agli avvenimenti”.

Più imprudente, alla luce dei fatti futuri, era nello stesso mese di ottobre Serrigny, il quale sosteneva la decrepitezza del sistema viario e ferroviario della Germania, con strade trascurate, autostrade ancora inesistenti, ferrovie inefficienti. Concludeva domandandosi come avrebbe potuto il governo spostare grandi masse di soldati al fronte, per “le désordre créé par le nazis?” e, dubbioso, continuava: “Questa disorganizzazione non si estenderà all’apparato industriale, alla pubblica amministrazione, all’esercito?”. Promuovendosi ad esperto di economia, tornato sulla Germania il mese successivo, si poneva il problema dell’alimentazione delle popolazioni, aggravato dal’attacco alla Polonia senza attendere il raccolto dei cereali. Audacemente affermava che la situazione poteva paragonarsi a quella del 1916 e pensosamente si domandava: “La Germania potrà trovare nei paesi vicini Ungheria, Belgio, Romania, Russia “le complement” necessario alla sua vita? Abbiamo il diritto di dubitarne”. Nel gennaio 1940 estendeva le sue valutazioni all’esercito di cui riteneva eccellenti i sottufficiali mentre il giudizio sugli ufficiali era assolutamente negativo: “Hativement formé, mal instruit”, inferiori a quelli del 1914. Henry Bidou nel successivo novembre riportava senza imbarazzo le previsioni del generale tedesco von Metzsch che nel 1932 aveva sostenuto nella sua opera “Wie Würde ein neuer Krieg Aussehen?” (Come sarà una nuova guerra?), problema che in verità aveva impegnato diecine di scrittori militari e non delle nazioni europee nel ventennio fra le due guerre, che quella precedente era stato un fenomeno unico e che solo la superiorità delle forze meccanizzate partenti da una linea fortificata poteva portare alla vittoria. Bidou, di diverso avviso, era certo che i difensori di una linea fortificata potevano attendere con sangue freddo un tentativo di sfondamento senza riflettere su quello che sarebbe stato il comportamento dei difensori privi di una linea fortificata.

Albert Rivaud, nello stesso mese, si abbandonava a un lirico ottimismo. I sottomarini tedeschi: “sien vont un à un par le fond”, l’aeronautica britannica volava sulla Germania impunemente mentre la Luftwaffe non osava eseguire bombardamenti sui paesi alleati per tema “de terribile représailles”. Valutava in centinaia di migliaia gli uomini che sarebbero morti nell’attacco alla Maginot e concludeva che il popolo tedesco, in preda a un’agonia che era già iniziata, sarebbe sprofondato nella Comune e nell’anarchia.

Qualcosa però lentamente cambiava.

Perfino Duval nel dicembre 1939 cominciava ad avere qualche dubbio sulla solidità dell’Armée. I capi lontani dalle truppe, le divisioni: “mal entraînées a la manoeuvre”, istruzione solo a livello di battaglione con manovre dei quadri a livello superiore, l’aviazione da caccia che non evitava gli scontri ma non li cercava, il tutto fronteggiando un esercito di 2.500.000 soldati. Nel gennaio 1940, instancabile, nella rubrica La Situation Militaire sosteneva che se una sottile linea può essere superata, per una linea spiegata in profondità la sua strutturazione permette di sostenere un iniziale insuccesso per sorpresa e la sua solidità può essere messa a rischio solo dalla defaillance dei suoi difensori. Nel febbraio successivo comincia a vaticinare. La Germania non avrebbe a primavera interesse ad intraprendere operazioni militari, che accrescerebbero i suoi nemici. Si parla della ripetizione della manovra Schlieffen ma mancherebbe l’effetto sorpresa e sembrava impossibile un attacco attraverso il Belgio e la Svizzera. Avrebbero sempre di fronte le divisioni alleate, d’altronde era inutile pretendere dai tedeschi operazioni geniali. Duval continua nell’esposizione delle sue tesi. Nel secondo numero dello stesso mese spiegava che i combattimenti al confine franco-tedesco non erano ancora iniziati per le perplessità dei comandi di una decisione della guerra sui campi di battaglia. È fiancheggiato da Serrigny il quale difendeva a spada tratta Gamelin accusato di non avere iniziato durante l’inverno “une grande bataille”.

Sull’aeronautica dopo sei mesi di guerra il generale Bertrand Pujo si esibiva in grossolane valutazioni. Prima della guerra i tedeschi schieravano 4.800 aerei con una chiara superiorità nei bombardieri, contro 1.500 aerei francesi e 1.500 inglesi, ma era mancata la paventata offensiva aera ad oltranza secondo i canoni di Douhet, mentre in Polonia la Luftwaffe aveva affiancato le operazioni terrestri. In Francia le condizioni erano diverse. La caccia e la D.C.A. “briserà leur offensive” con perdite rilevanti, in quanto, dopo sei mesi di guerra, era a disposizione materiale da caccia superiore per certi versi a quello tedesco.

Sullo stesso metro era lo stimato “ingegnere aeronautico” Camille Rougeron il quale nel gennaio 1940 sosteneva che i piloti tedeschi non erano all’altezza delle loro macchine.

Al coro tranquillizzante si unisce nell’aprile un commentatore che si firmava con tre asterischi. Il paese poteva stare tranquillo, protetto dalla Maginot. Gli armamenti grandemente migliorati nei sette mesi passati, la Finlandia aveva dimostrato le capacità dell’Armata rossa e pensiero segreto della Germania era una pace di transizione che andava ovviamente rifiutata.

Quanto al teatro marittimo, l’ammiraglio Darlan, mentre la flotta inglese non usciva dai porti per timore della Luftwaffe, assicurava che solo i “navires de ligne” erano capaci di acquisire e conservare il dominio dei mari. Segno dei tempi che non cambiavano, si legge né L’Illustration del 13 gennaio 1940 a firma di Paul-Ėmile Cadilhac il parere di un ufficiale francese: “Il cavallo passa dappertutto e può uscire di strada […] Conclusione: bisogna servirsi del duo cavallo-motore, cavallo e motore si completano. E alla successiva domanda: “Vedete io non conosco che due motori veramente “tout terrains”: il cavallo e l’uomo”.

Nel successivo aprile scende in campo il primo ministro della Gran Bretagna il quale il giorno 14 assicurava: “Dopo sette mesi di guerra la mia fiducia nella vittoria si è decuplicata […] Qualunque possa esserne la ragione, sia che Hitler abbia deciso di potersi accontentare di quanto ha ottenuto senza combattere, sia che i preparativi tedeschi non fossero completi, una cosa è certo: ha perso l’autobus”. Con queste valutazioni si andava alla guerra contro le divisioni corazzate.

Intanto Gamelin non riposa. Erroneamente valuta i carri tedeschi, sulla base di dati dei Servizi, da 3500 a 4500, in effetti, sono 2600, mentre il ministero della Guerra, una volta tanto non sbaglia sostenendo in una nota del gabinetto del 2 dicembre 1939: “I tedeschi non hanno che carri molto leggeri, inferiori ai nostri per il blindaggio”.

Intanto il morale dei poilus, in ozio da mesi, va deteriorandosi. Dovrebbero dedicare due terzi del loro tempo ai lavori nelle trincee e un terzo all’addestramento, ma il clima rigidissimo non lo consente. Sono in molti a pensare che la guerra finirà con una soluzione diplomatica. Alan Brooke e Spears osservano la lassitudine degli uomini, il disordine delle loro divise. L’alcolismo, da sempre un problema francese, aumenta, i soldati usufruiscono di una razione di tre quarti di vino alla quale si aggiunge un quarto di vino caldo nel durissimo inverno, il più freddo da quasi mezzo secolo. Siamo lontani dalle attente cure che Pétain, visitando continuamente i reparti in prima linea nel corso della Grande Guerra, dedicava ai soldati. La propaganda tedesca ha successo, sostiene che la guerra non è stata voluta e dichiarata dalla Germania, che i Tedeschi non sparano, calca sulla mancanza di truppe britanniche, segnala con precisione i movimenti che avvengono nelle retrovie e, quando la terza DIM arriva al fronte, effettua trasmissioni in arabo.

Vale la pena di anticipare le successive esternazioni degli strateghi da tavolino che nel tempo perdono tutte le loro certezze.

Siamo arrivati a maggio, l’inizio della catastrofe è imminente. Henry Bidou50 critica violentemente la scelta del teatro scandinavo, di un teatro lontano 3400 chilometri senza avere la supremazia sui mari. Nella seconda quindicina di maggio i nodi vengono al pettine anche per l’ineffabile général Duval: “Malamente abbiamo pensato che l’aeronautica esplicasse il suo potenziale solo sulle immense pianure polacche, ha ripetuto le sue prestazioni anche tra le montagne della Norvegia. Bisogna rompere le nostre vecchie idee sull’impiego dei carri. La composizione di grandi unità corazzate si è scontrata negli ultimi dieci anni nell’opposizione tenace e combinata di tutti quelli che non si consolano della sparizione del cavallo dal campo di battaglia e di tutti quelli che non accettano di dare ai carri un compito diverso di quello dell’accompagnamento della fanteria. Per gli uni e per gli altri l’avvenire dei carri era modesto e limitato. La lotta in Norvegia sarà lunga e non avrà termine che con la guerra. Narvik non è in mano tedesca, ma cadrà perché priva di soccorsi”.

Arriva la fine. L’epitaffio di Duval è addirittura patetico. Proclama di avere la massima fiducia nell’avvenire della Francia per la presenza di Pétain e Weygand, avendo avuto l’onore di servire sotto di loro. “Je suis sûr que demain, ou plus tard, ils nous conduiront à la victoire. Ce jour viendrà!”. Terminano con questo numero la pubblicazione della rivista e le fatiche letterarie del generale.

Un ignoto lettore della Biblioteca Nazionale di Napoli in calce all’articolo “La situation militaire. Sur la Meuse et sur l’Oise” a fianco della sottoscrizione “Duval général en retrait” aggiunge a matita con forte umorismo “Vraiment!”.

Nel febbraio Gamelin esponeva per iscritto a Daladier, presidente del consiglio e ministro della Difesa, le sue opinioni sulla situazione del 1940. Non accennava a gravi debolezze qualitative o quantitative nel caso di un prossimo attacco, valutava in 40 le divisioni costitute dai Tedeschi dopo il settembre 1939, per un totale di 160 divisioni. Precisava che si trattava di: “divisions de type normal et non sur les grandes unitées speciales, telles que divisions blindées”; aggiungeva che le nuove divisioni non avevano il valore di quelle costituite in precedenza, “La puissance de choc de l’armée allemande se serait donc pas sensiblement accrue”. Sull’aeronautica riconosceva una superiorità solo per i bombardieri nella proporzione di 2,3 contro 1. Per la caccia vi era addirittura una leggera superiorità degli Alleati 1,6 contro 1,4; mentre al contrario per i primi la superiorità a favore dei tedeschi era di 1 a 5, e per la caccia di 1,4 a 1,6, esattamente il contrario. Gamelin era convinto che la caccia alleata, sia pure divisa tra Inghilterra e Francia, era in grado di infliggere perdite tali da interdire il bombardamento diurno: “amené a renoncer en partie aux attaques de jour”. In caso di una offensiva attraverso il Belgio o la Svizzera era rassicurante: nel Belgio: “les Alliés pourraient avantageusement passer à la contre-offensive car l’ennemi s’offrirait a eux en terrain libre”. Come Darlan, era sicuro che convenisse costringere la Germania all’offensiva. Parlava così di operazioni nella Scandinavia, nei Balcani o in Caucasia, mentre sul fronte francese occorreva insistere nell’usura delle forze nemiche, sperando che presto sarebbero entrate in linea: “des forces armées de nouveaux pays alliés ou associés”.

Il tempo intanto avanza, la minaccia prende forma, e il 16 marzo 1940 Gamelin scrive a Daladier, d’accordo con Darlan, che occorre spingere la Germania all’offensiva perché: “Nous avons plus d’intérêt qu’elle à sortir de cette guerre de siège”, anche perché con una Russia alleata e Stati neutrali favorevoli il nemico poteva continuare per lungo tempo “surtout si la sousconsommation résultant de la forme larvée de la guerre n’augment pas”. Nelle sue memorie Servir insiste: “Ma io speravo che avremmo inflitto ai nostri avversari uno scacco, base di un’ ulteriore ripresa di grandi operazioni offensive”. In pratica tutti gli alti comandi, confondendo i sogni con la realtà, erano sicuri di essere in grado di bloccare la preventivata offensiva.

Ci si consola con una nota della relazione del generale Faury, il quale sosteneva che una brigata corazzata polacca aveva tenuto validamente testa: “depuis le debut des operations jusqu’à à la fin” alle panzerdivisionen tedesche, infliggendo loro gravi perdite. Non era da meno il Deuxième Bureau dai cui rapporti si ricavava la certezza che la popolazione tedesca aveva il morale bassissimo, che le operazioni belliche in Polonia si erano svolte con estrema lentezza, che materie prime e viveri erano insufficienti.

Con il passare del tempo inizia a covare un sottile malessere. Il 19 marzo il deputato Louis Marin deposita una mozione chiedendo una maggiore energia nella conduzione delle operazioni. Daladier è tra due fuochi. Da una parte il partito della pace chiede che siano aperte trattative con la Germania, dall’altra è accusato d’inazione e debolezza nella conduzione della guerra. Dopo un dibattito parlamentare, l’ordine del giorno raccoglie 239 voti favorevoli, 300 deputati si astengono. Il governo cade, il presidente della Repubblica nomina il 21 marzo Paul Reynaud. Il nuovo gabinetto è frutto di un dosaggio politico che porta alla convivenza di uomini favorevoli alla guerra e altri che desideravano una pace di compromesso. I ministri sono 21, tra cui Daladier alla Difesa; i sottosegretari 11. Le Canard Enchaîné causticamente osservava: “Per la prima riunione plenaria del gabinetto ristretto, M. Reynaud ha dovuto affittare il Vélodrome d’Hiver”.

Reynaud, facendo proprie le parole di Clemenceau passate alla storia, sostiene nel discorso d’insediamento che scopo del governo è di fare la guerra. “Obiettivo di questa guerra totale è un obiettivo totale, vincere è salvare tutto, perdere è perdere tutto […] Il Parlamento esprime il sentimento nazionale in tutta la sua realtà. Il governo che si presenta davanti a voi non ha che una ragione di essere: suscitare, raccogliere, dirigere tutte le energie francesi per combattere e vincere; sconfiggere il tradimento da qualunque parte venga. Grazie al vostro voto e con il vostro appoggio noi raggiungeremo l’obiettivo”. De Gaulle, che assiste alla seduta di insediamento del nuovo governo, parla di: “Una seduta atroce […] si udirono nel corso della discussione quasi esclusivamente i portavoce di gruppi e uomini i quali si ritenevano lesi dalla formazione ministeriale”. Ha la netta l’impressione che: “In tutti i partiti, nella stampa, nell’amministrazione, nel mondo degli affari, nuclei influentissimi erano apertamente acquisiti all’idea di porre termine alla guerra”.

Spirito superiore, chi scrive lo ritiene con Churchill uno dei pochi, pochissimi “Grandi” della seconda guerra mondiale, presago della tragedia che andava addensandosi De Gaulle aveva rimesso l’undici novembre una “Note sur l’emploi des char” in Polonia che è un grido di allarme. Ma il generale Keller, ispettore generale dei carri da combattimento, è rassicurante: “Non sembra che i nostri avversari possano ritrovare un concorso di circostanze tanto propizio al Blitzkrieg come in Polonia” e aggiunge che la mancanza di mezzi era l’ostacolo maggiore all’applicazione delle teorie del colonnello Motor, come veniva chiamato de Gaulle, mancando 80-100 battaglioni: “Prima di ciò nessuna modificazione dei nostri metodi attuali potrebbe essere impiegata”. Billotte è d’accordo con de Gaulle e lucidamente si chiede: “Se i Tedeschi non cercheranno di rinnovare sul fronte occidentale una manovra che è loro ben riuscita sul fronte orientale e, nell’affermativa, quale sarebbe la parata più efficace”. Non conoscerà mai la risposta perché morirà in un incidente automobilistico.

Finlandia
Fu nell’ottobre 1939 che Stalin, dopo aver sistemato i Paesi baltici, passò alla Finlandia alla quale chiese una base navale e 7.000 chilometri quadrati nel golfo di Finlandia, offrendo in cambio una superficie doppia nella Carelia sovietica. Le richieste, alla luce degli appetiti dell’orso, non erano eccessive, ma la Russia ispirava una assoluta sfiducia e la Finlandia era forte dell’alleanza con gli altri paesi scandinavi. Goebbels scrive nei suoi Diari in data 13 ottobre 1939: “Ieri: la Finlandia si comporta come se volesse opporre resistenza a Mosca”, di poi il giorno 24: “Noi non abbiamo il minimo motivo per intervenire dalla parte della Finlandia”. Il 13 novembre i negoziati si interruppero, il 27 l’Unione Sovietica accusa il paese di incidenti di frontiera, il 29 avviene la denuncia del patto di non aggressione che risaliva al 1928, il 30 l’Armata Rossa passa all’attacco con quattro armate, 500.000 uomini, 1500 carri armati e 1000 aerei a cui il maresciallo Mannerheim non può opporre che circa 200.000 soldati e 145 aerei. I bombardamenti iniziano il primo dicembre con 40 morti e 120 feriti a Helsinki.

Alla notizia una grande commozione pervase i politici, i militari e gli esperti militari alleati, che, animati da un improvviso furore guerriero, volevano portare guerra alla Russia. Stranamente gli uomini che non avevano voluto morire per Vienna, Praga e Danzica, erano pronti a morire per Helsinki. I militari andavano giù pesante. Weygand voleva rompere le reni all’Unione Sovietica in Finlandia e altrove, inconsciamente anticipando le parole di Mussolini nei confronti della Grecia; l’ammiraglio Darlan ritenne fattibile uno sbarco a Petsamo per isolare il porto sovietico di Murmansk; il professore Bergeret, titolare alla Scuola di guerra, vaneggiava un attacco col fantomatico esercito di Weygand che, partendo dalla Siria, doveva puntare su Baku per interrompere la produzione del petrolio e proseguire su Mosca. Gli intellettuali non erano da meno. Maurras parlava del paese nordico come: “Thermopyles de la civilisation”.

È Alistair Horne a rilevare la: “sbalorditiva irrealtà di tutti i piani e di tutti i progetti alleati”. Hitler, ben valutando la situazione, esclude categoricamente che gli anglofrancesi potessero aprire un secondo fronte nei Balcani. Torna ad onore di Gamelin, insieme ai generali inglesi, di essere, fortunatamente per la causa delle potenze occidentali, contrario a questa avventura.

I Finlandesi resistono validamente, l’offensiva, a 35 gradi sotto zero in Carelia e a 50 a Nord, viene bloccata con una difesa manovrata, infliggendo gravi perdite. Ma una nuova armata proveniente dalla Mongolia scende in campo ed i Russi avanzano lentamente ma inesorabilmente.

A marzo la guerra era finita. 25.000 Finlandesi rimasero sul campo, i Sovietici persero secondo Molotov 48.000 soldati, ai quali si devono aggiungere 158.000 feriti. In seguito Krusciov parlò di un milione di morti, ma tutti i dati, come sempre trattandosi dell’Unione Sovietica, sono inaffidabili. Un generale sovietico, scrive Mario Silvestri, ben tratteggiò la guerra: “Abbiamo ottenuto abbastanza territorio per seppellire i nostri morti”. La sconfitta, dovuta anche alle pesanti “purghe” che si erano abbattute sull’esercito portò a una rivisitazione di tutte le procedure tattiche, degli armamenti e dei rifornimenti, ma la stima verso l’Armata Rossa scese sotto zero non solo presso gli anglofrancesi ma anche presso i Tedeschi, con future funeste conseguenze.

Va ad onore della Finlandia di non essersi piegata, come era avvenuto per la Polonia e come avverrà per la Grecia, alla prepotenza di un paese più forte.

A cose fatte scendeva nuovamente in campo il generale Duval il quale sosteneva essere stato un tragico errore il non aver prestato soccorso alla Finlandia, dichiarando guerra all’Unione Sovietica. E, alle preoccupazioni del Times che ipotizzava una conseguente alleanza russo-tedesca, si domandava se di fatto non esistesse già. 

Norvegia
La pacifica Norvegia salì alla ribalta quando, nei primi giorni dell’aprile 1940, unità navali inglesi e francesi con l’Operazione Wilfred ne minarono le acque territoriali per bloccare il traffico marittimo di materiali ferrosi con la Germania. L’occupazione di punti della costa per costituire basi per sommergibili era stata richiesta nel precedente ottobre dal comandante della Kriegsmarine ammiraglio Raeder ma il führer, impegnato nella preparazione dell’invasione della Francia, aveva soprasseduto per il momento. Il 15 gennaio fu Gamelin a chiedere l’apertura di un secondo fronte avendo come alibi l’aiuto alla Finlandia.

Il 27 Hitler, che aveva assunto il 4 febbraio 1938 ”direttamente e personalmente” il comando delle forze armate, ordina la preparazione dei piani di invasione. Occorre sempre ricordare che nell’uomo si concentrava il potere politico e militare della Germania, come, nel passato, era avvenuto solo per Federico Secondo e Napoleone.

Nello stesso giorno a Parigi si riunì il Consiglio supremo di guerra alleato che arrivò alla stessa conclusione, ma non si prese nessuna pratica risoluzione. Seguì il 6 febbraio l’incidente dell’Altmark, nave-appoggio della corazzata Admiral Graf von Spee che trasportava prigionieri britannici. Abbordata nel fiordo di Jössing furono liberati 229 marinai inglesi.

Il primo marzo Hitler ordina l’Operazione Weserüburg, occupazione della Norvegia e della Danimarca, per le ore 5,15 del nove aprile. Il 12 dello stesso mese il gabinetto britannico riesuma a sua volta il progetto, ma il giorno successivo la Finlandia si arrende e viene meno l’alibi per l’operazione, ossia, come scrive Churchill: “[…] di prendere due piccioni con una fava (vale a dire aiutare la Finlandia e sbarrare il traffico al ferro diretto in Germania”. Caduto il gabinetto Daladier, Reynaud va a Londra e sollecita nuovamente l’operazione che finalmente è fissata. Troppo tardi, il nove aprile la Danimarca è occupata in sole sei ore. Sostiene Liddell Hart: “Avrebbero potuto battersi più a lungo”; anche Shirer è sulla stessa linea: “I danesi erano troppo civili per accettare di combattere in simili condizioni: sta di fatto che non combatterono”. In premio il paese, che uscì quasi indenne dalla guerra, ha un trattamento privilegiato: sarà considerato Munsterprotektorat (protettorato modello) con un regime di sfruttamento economico relativamente leggero e de jure territorio non-occupato perché non aveva opposto nessuna resistenza all’invasore.

Per la Norvegia, alla luce di un terreno estremamente accidentato, il disegno operativo germanico si basa sull’occupazione di città che abbiano un porto di mare per irradiarsi verso l’interno. La sorpresa è, come sempre, alla base di tutto. La Direttiva precisa che si tratta di una reazione militare a una provocazione che andava sviluppandosi. Doveva avere “Il carattere di una occupazione pacifica”, e la Marina e l’Aviazione dovevano fronteggiare le forze inglesi. Si aggiungeva: “Tenuto conto della nostra potenza militare, il numero di effettivi da ingaggiare nell’operazione Fall Weserüburg dovrà essere ristretto al più possibile. Occorrerà compensare la debolezza numerica con l’arditezza e la sorpresa”.

Reparti agli ordini del generale Nikolaus Falkenhorst, già comandante del 21° Corpo d’Armata a Coblenza, trasportatati quasi esclusivamente da navi da guerra e da aerei da trasporto Ju 52, sfruttando l’elemento sorpresa, sbarcano direttamente nei porti e negli aeroporti più importanti occupandoli in brevissimo tempo. Stupì l’occupazione di Narvik, posta a circa 1800 chilometri dai porti tedeschi. Gli Alleati e il mondo furono sorpresi ma Churchill, Primo Lord dell’Ammiragliato, se ne compiacque pubblicamente: “Secondo la mia opinione (che, per altro, è condivisa dai miei preparati consiglieri) Herr Hitler ha commesso un grave errore strategico […] Io penso che la nostra causa abbia compiuto un grande passo avanti grazie […] al grossolano errore strategico in cui il nostro mortale nemico si è lasciato trascinare”. Di questo discorso riportato da Liddell Hart, lo statista non fa cenno nella sua Storia della seconda guerra mondiale. “Il grossolano errore strategico” portò alla conquista della Norvegia in meno di due mesi. L’operazione fu un misto di straordinario dinamismo e abilità tattica con un uso spregiudicato della Marina, contrapposto ad una sesquipedale lentezza anglo francese: una brigata britannica sbarca nei giorni 16 e 17 aprile, il 19 tre battaglioni francesi.

Simbolo di questa filosofia fu il generale Mackesy, comandante delle truppe inglesi a Narvik che, più volte invitato ad attaccare, rispose che avrebbe atteso lo scioglimento delle nevi, ossia una quindicina di giorni. Uomo d’altri tempi, sostenne che non esisteva uno solo fra i suoi ufficiali e i suoi uomini il quale: “non avrebbe provato vergogna per sé e per il proprio paese, qualora migliaia di norvegesi, uomini, donne e bambini, fossero stati sottoposti a [tale] bombardamento”.

Le forze tedesche di prima schiera erano esigue: due incrociatore da battaglia, una corazzata tascabile, sette incrociatori, 14 cacciatorpediniere, 28 sommergibili, unità ausiliarie e 10.000 soldati, avanguardia delle tre divisioni che portarono a termine l’operazione, supportati da 800 aerei da combattimento e 250 da trasporto. Per la prima volta nella storia entrarono però in azione reparti paracadutisti. L’impiego delle nuove formazioni si sviluppò a seguito delle grandi manovre sovietiche svoltesi in Ucraina nel 1935, quando 1.000 paracadutisti si calarono dietro le linee con successivo sbarco di due battaglioni di fanteria e mezzi meccanici. La missione francese sotto la guida del generale Loiseau né restò impressionata e lo stato maggiore formò due gruppi di infanterie de l’air a Reims e a Blida ognuno con un gruppo di dieci aerei per il trasporto, ma tutto si perdette in discussioni senza fine. I Tedeschi invece nel 1936 crearono il primo reggimento parà e nel 1939 la prima divisione aeroportata.

Di fronte alla Wehrmacht vi era l’esercito di uno Stato in pace da 150 anni, privo d’esperienza bellica e colto di sorpresa. Logica conseguenza fu una reazione lenta e disorganizzata, e malgrado i molti segni premonitori l’ordine di mobilitazione fu dato solo nella notte tra l’8 e il 9 aprile.

Sostiene Vegezio: “Queste pratiche erano mantenute in vita dall’esperienza e grazie ai manuali. Ma, essendo state trascurate a lungo, nessuno si interessò più a esse, poiché era lungi la necessità della guerra prevalendo le attività pacifiche”.

Dopo una serie di scontri, nei quali i tedeschi ebbero sempre la meglio, il 7 giugno gli Alleati abbandonarono ingloriosamente il paese, preceduti dal Re e dai membri del governo.

“Tutti devono riconoscere la straordinaria temerarietà che ha spinto l’intera flotta tedesca sui tempestosi mari della guerra” disse Churchill alla Camera e aggiunse: “Nei combattimenti di Norvegia le nostre migliori truppe, le Guardie scozzesi e le Guardie irlandesi, furono sconfitte dall’energia, dall’iniziativa, dall’addestramento della gioventù hitleriana”.

La propaganda tedesca definiva Churchill Lügenlord, ossia Signore della menzogna, ma spesso diceva la verità.

Philippe Masson definisce la campagna: “[…] un chef-d’oeuvre de l’art militaire”.

Le perdite patite dalla Kriegsmarine furono ingenti: gravemente danneggiati gli incrociatori da battaglia Scharnhorst, Gneisenau e la corazzata tascabile Lützow, 3 incrociatori su 8 e 10 cacciatorpediniere su 20 furono affondati. L’incrociatore leggero Könisberg fu la prima nave da guerra affondata dall’aeronautica, ma i tardivi difensori delle navi da battaglia sostennero che era stato affondato all’ormeggio. Quando si prepararono i piani per l’invasione dell’Inghilterra, la flotta tedesca aveva in servizio un incrociatore, due incrociatori leggeri, e quattro cacciatorpediniere. Gli Alleati persero una portaerei la Glorious, l’unica, in tutta la guerra, affondata da una nave da battaglia, 2 incrociatori, 9 caccia e 6 sommergibili.

Viene alla mente la cautelosa tattica usata per tutta la guerra dalla Regia Marina.

La campagna di Norvegia sollevò le prime perplessità nei marinari, i quali avevano sempre sostenuto che le “grandi navi” non avevano da temere l’aeronautica. Quando nel lontano 1921 la brigata aerea del generale Mitchell affondò una corazzata tedesca preda di guerra alla fonda, gli ammiragli unanimi sostennero che la nave non era in movimento e non aveva difese antiaeree.
     Si arriverà all’aprile 1940 e in Norvegia perché i marinai si accorgano che il potere aereo germanico paralizza il potere navale britannico.
     Le inaffondabili certezze degli ammiragli saranno ulteriormente messe in crisi non solo a Taranto e a Pearl Harbour con l’affondamento di “grandi navi” all’attracco, ma anche con l’affondamento di altre corazzate o incrociatori da battaglia, tra cui la Yamato, la Repulse e il Prince of Wales in navigazione, mentre un capolavoro di tecnica navale, la Bismarck, fu immobilizzata da venerandi biplani siluranti. La guerra navale con le classiche battaglie tra flotte contrapposte si trasformò nel Pacifico in battaglie decise da aerei partiti da portaerei, e tutti gli scontri navali, ad eccezione della battaglia di Leyte, furono decisi da aerei che sganciavano siluri o bombe. Dunque solo integrando il potere aereo nel potere navale, quest’ultimo potrà svolgere la sua funzione, perché il controllo del mare richiedeva anche il controllo dell’aria.
     Viceversa, alla sicurezza sulla sostanziale impotenza dell’aeronautica nel misurarsi con le grandi navi, non sfuggivano gli esperti francesi. In un articolo pubblicato sulla Revue des deux mondes nel 1937, l’autore che si sottoscrive con tre asterischi, ma dallo stile sembra Pétain, sostiene che: “Il n’en résultera point, comme le prédisent des théoriciens imaginatifs, que l’avion tuera le cuirassé et lui ravira la maîtrise des mers”. Si univa a tale giudizio l’italiano ammiraglio Cavagnari, massimo esponente della Regia Marina, il quale, siamo nel luglio 1939, assicurava che la corazzata per velocità e protezione era in grado di resistere con successo al siluro e all’offesa aerea.
     Wells in La guerra nell’aria pubblicato nel 1908 quando l’aviazione iniziava i primi stentati passi, dipingeva un quadro terrificante di attacchi devastanti da parte di squadriglie di bombardieri tedeschi che annunciavano “l’inizio della fine” della civiltà. In realtà i tanto paventati bombardamenti che avrebbero dovuto aprire in modo devastante con uso di gas mortali la seconda guerra mondiale non avvennero, e dovranno passare tre anni prima che gli Angloamericani diano inizio ai bombardamenti strategici, eufemistica definizione dei bombardamenti terroristici. Tra le tante vulgate che a lungo fiorirono nel dopoguerra vi fu il bombardamento terroristico di Rotterdam che avrebbe causato da 25.000 a 30.000 morti tra la popolazione civile. A conti fatti i morti furono 814. Ancora nel 1967 nel suo The Luftwaffe, a History, John Killen li calcola in 8.000. Notizie di questo genere, fortificate dai documentari dei bombardamenti di Varsavia, non facevano che aumentare il panico in Francia per gli attacchi aerei.
     Intanto siamo arrivati al decisivo maggio 1940.

Le Ardenne
Occorre brevemente tratteggiare la geografia del teatro di operazioni in cui si svolgerà l’atto iniziale della tragedia. Una piccola antologia comprende Giulio Cesare che 1900 anni prima parlava di “un luogo che incute terrore” e il capitano Thoumin che, in un articolo pubblicato sulla Revue Militaire Générale del 1937, scriveva che la regione si estendeva per 1.200 chilometri quadrati in un mare di foreste. Non vi era un punto da Hirson a Fumay e da Fumay a Sedan, “d’où l’on puisse faire le tour d’horizon sans que la masse sombre de bois n’attire l’attention. Les zones les plus découvertes conservent les traits de la clairière”. Per i reparti a piedi avanzanti nel terreno argilloso, in caso di pioggia si moltiplicavano le difficoltà, mentre per i mezzi motorizzati e i cavalli il fango rendeva addirittura impossibile il movimento. Aggiunge Thournin che la zona nel caso di buon tempo era ideale per dissimularvi grandi masse di corazzati “par exemple, en vue d’un effet de surprise” ma questi rischiavano di impantanarsi alle prime avversità, in quanto pochissime strade erano inghiaiate, essendo la maggior parte in terra battuta. Alle difficoltà si aggiungevano i collegamenti radiotelegrafici resi estremamente difficoltosi per la folta vegetazione, mentre per l’aeronautica i voli d’esplorazione erano possibili solo a bassa quota per scoprire eventuali formazioni avversarie. Le stesse difficoltà si presentavano per la partecipazione ai combattimenti in collaborazione con le forze terrestri. Riassumendo: “ C’est le bastion avancé qui défend la plaine française, c’est le saillant d’où l’on peut tomber sur le flanc d’un envahisseur décidé à s’emparer d’abord des richesses minières belges ou lorraines”.Le valutazioni del capitain si avverarono all’incontrario.

Eventuali dubbi e perplessità caddero quando l’oracolo nazionale, il maresciallo Pétain, ministro della Difesa nel gabinetto Domergue del 1934, davanti alla Commission de l’Armée du Sénat sostenne: “A partire da Montmédi, vi è la foresta delle Ardenne. È impenetrabile se non si fanno speciali sistemazioni. Per conseguenza noi consideriamo quella come una zona di ostruzioni, […] Vi installeremo dei blockhaus. Poiché questo fronte non avrà profondità, il nemico non potrà addentrarsi, se si addentrerà lo respingeremo all’uscita. Dunque questo settore non è pericoloso”. Non erano passati molti anni da quando il generale Lanrezac, nella guerra passata aveva dichiarato: ”Tutta la regione era estremamente adatta alle imboscate, e alle postazioni difensive […]. In questa ragione non si entra, o, se lo si fa, non se ne esce”. Per amor di chiarezza va aggiunto che anche un maestro del calibro di Liddell Hart sostenne nel suo The Defence of Britain che era impossibile l’attraversamento su vasta scala delle Ardenne ad opera di divisioni corazzate. Il giudizio di Eisenhower dopo l’offensiva tedesca del 1944 è più possibilista: “La regione delle Ardenne non è tutta una compatta foresta primordiale. Circa un terzo è coperto da boschi quasi impenetrabili; il resto è costituito da terreno ondulato in misura incostante. Tuttavia tutte le strade che attraversano le Ardenne portano prima o poi a una gola, ove un gruppetto di uomini può fare la parte di un Orazio sul ponte e bloccare formazioni anche cospicue”.

Sembrava che non ci fossero dubbi, Le Ardenne, nel settore che andava da Longwy a Namur, costituivano una zona adatta alla difensiva e permettevano, per l’accidentata morfologia del terreno, di tenere un fronte prolungato con degli effettivi relativamente deboli. Nella battaglia offensiva imponevano la tirannia del terreno che s’opponeva allo svolgimento delle forze, al collegamento tra i reparti e provocava l’arresto o il rallentamento dei corazzati. Queste osservazioni non tenevano conto della formidabile mobilità tattica delle truppe germaniche che avevano preventivamente formato grossi depositi di carburante presso la frontiera e che ne facevano trasportare la maggior parte ai reparti attaccanti, pur costretti a muoversi su sole quattro strade.

Ai primi di maggio la massima tranquillità regna sul fronte e nel numero della Revue de deux mondes pubblicato il giorno 1 Duval scrive: “Sono passati otto mesi e le loro linee fronteggiano le nostre”, aggiunge: “Goering ha proclamato che in due mesi la Francia sarà asservita, si pensava che l’attacco hitleriano si sarebbe svolto attaccando il Belgio o l’Olanda ma oggi non é più possibile perche i due paesi sono perfettamente difesi”.

Intanto le Ardenne stavano per essere violate da tre Panzerkorps. Da nord a sud il 39° di Hot con la 5a e la 7a divisione Panzer in una sola colonna, il 41° di Reinhardt con la 6a e 8a divisione in una sola colonna, e infine il 19° panzerkorps di Guderian con la 2a, la 1a e la 10a divisione su tre itinerari diversi. Districandosi tra numerose difficoltà avanzavano sul Plateau des Tailles e nella zona di Arlon. Le panzerdivisionen germaniche erano fronteggiate dal 1° e 2° battaglione del 1° Chasseurs, ben presto spazzati via. Il problema dell’attraversamento era da far tremare le vene ma la preparazione era stata teutonicamente accurata.

Maggio 1940
Sul fronte occidentale comincia la seconda guerra civile europea che diventerà mondiale nell’autunno 1941.

Alle ore 3 del giorno 10, che cadeva di venerdì, il governo germanico comunica ai governi belga e olandese che truppe tedesche avrebbero oltrepassato i confini nella necessità di: “devanger une action franco-anglaise projetée”.

Sono di fronte 90 divisioni di fanteria, 3 corazzate, 3 blindate, 5 meccanizzate francesi; 10 divisioni di fanteria, una brigata corazzata, 5 reggimenti di carri leggeri e 27 battaglioni carri non indivisionati britannici; 18 divisioni di fanteria belghe, 8 olandesi e una polacca contro 134 divisioni di fanteria, 10 corazzate, 4 motorizzate tedesche. I carri armati tedeschi erano 2.439, i francesi 2.460 moderni e 600 di vecchio tipo, i britannici 229 di cui 171 leggeri.

L’aeronautica germanica contava su 3700 aerei da combattimento e circa 600 da trasporto. I francesi ne schieravano 1.500, gli Inglesi in Francia 474.

Va sempre ricordato che i dati relativi alle forze messe in campo e agli armamenti variano da fonte a fonte, a volte in modo che lascia perplessi.

L’attacco, che inizia alle 5,35 del mattino, non solleva sorprese nel generalissimo francese il quale in una precedente intervista a Jules Romains, a domanda sulla data aveva risposto: “La fine di gennaio non è fuori questione. Tuttavia penso che forse marzo sarebbe più probabile. Poi dopo aver riflettuto di nuovo: “Maggio, si! Maggio è molto più probabile”58.
     All’Est, di fronte all’alleato sovietico secondo il generale Haller: “Non c’era più che un velo di truppe di copertura, appena sufficienti a fungere da guardia di finanza”.
     L’Olanda, paese pacifico per eccellenza, privo d’esperienze belliche, l’ultima guerra risaliva al 1830, si trovò improvvisamente nella mischia. Entrò in azione per prima un’unità di paracadutisti, la 7° Fliegerdivision, magnificamente addestrata e motivata, facente parte, come l’artiglieria antiaerea, della Luftwaffe, e la 22a divisione di fanteria aerotrasportata su Junkers 52, un lento trimotore. Agendo nelle retrovie conquistarono gli aeroporti, occuparono i ponti e seminarono disordine e confusione.

Alla testa della 7a era il generale Graf von Sponeck che in seguito, comandante di un Corpo d’Armata in Crimea, sollevato dal comando dal suo superiore generale von Manstein per una sua improvvida ritirata, sarà condannato a morte da una corte marziale. In un primo tempo la sentenza venne sospesa per l’intercessione di alti ufficiali, ma nella grande purga seguita al mancato attentato al führer nel luglio 1944 verrà eseguita.

Il pensiero vola ai rapporti tra Mussolini e ai suoi generali.

Creatore e organizzatore della nuova specialità dei paracadutisti fu il generale prussiano Kurt Student, pilota, comandante di squadriglia nella Grande Guerra, negli anni Trenta direttore delle scuole di addestramento tecnico al volo, nel 1938 comandante della 7a divisione aerea in fase di costituzione. Perderà un figlio pilota nel secondo conflitto mondiale. Student lotta duramente per l’affermazione della sua creatura, il corpo paracadutisti, contro l’opposizione dei conservatori. Afferra subito l’importanza dell’aliante nel trasporto truppe e dà il suo appoggio alla messa a punto del modello DFS 230. Viene creata un’altra divisione, la 22a, che a differenza della prima doveva sbarcare direttamente dagli aerei, operazione che appare subito estremamente complicata e che poteva essere effettuata solo con il fattore sorpresa e contro un nemico non preparato.

Student pianificò le operazioni in Norvegia e in Danimarca e direttamente in Olanda, dove rimase gravemente ferito alla testa e a Creta, la cui vittoria fu insanguinata da perdite elevatissime che portarono il führer a proibire altre operazioni. L’epopea continuerà a Cassino come fanteria scelta.

Dopo un bombardamento su Rotterdam i guerrieri olandesi, definiti “sacchi di pepe” nelle memorie di Goebbels, ne hanno abbastanza. Il 13 maggio deposero le armi, nella notte tra il 14 e il 15 il governo olandese, sono passati appena cinque giorni dall’inizio dell’offensiva, si affrettò a chiedere la pace. Deighton parla di un esercito: “virtualmente intatto”. Hitler, forse per riconoscenza, stabilì che occorreva “lasciare l’Olanda indipendente, ma incorporarla strettamente nel Reich”.

Gamelin, che aspettava l’attacco, fu pronto a far scattare il piano Dyle-Breda. Tre Armate, il fior fiore dell’Armée, e il contingente inglese composto da due Corpi d’Armata ciascuno su due divisioni, avanzano nel Belgio andando a cacciarsi in una trappola. Sul pilot, sul cardine dell’avanzata, composto da truppe scadenti, quasi prive di armi controcarro e contraerei, si abbatterono le panzerdivisionen.

Liddell Hart paragona l’attacco anglo-francese alla muleta del matador (i Tedeschi) che con i suoi movimenti attrae il toro (gli Alleati).

Lo svolgimento della campagna di Francia si può dividere in due fasi. Dal 10 maggio al 4 giugno si ha la prevista avanzata degli Alleati verso il fiume Dyle; la seconda, dal cinque al 25 giugno, vede l’avanzata irresistibile della Wehrmacht verso la Bretagna, il sud-ovest e il sud-est.

Subito emerge che il Gran Quartiere generale francese non riesce a dirigere le operazioni. Tra il 16 e il 25 giugno ha dovuto traslocare due volte, con comunicazioni difettose che non permettono di ricevere e trasmettere istruzioni, in un clima di confusione generalizzata.

Intanto il 10 maggio 1940, quasi in contemporanea con l’inizio dell’attacco germanico, alle ore 4, Churchill era salito alla ribalta della storia e diventa primo ministro, primo lord dell’Ammiragliato, ministro della Difesa e Capo della Camera dei Comuni, diventa il simbolo della resistenza della Gran Bretagna nella lotta contro il nazismo. Il successivo 13 alla Camera pronuncia parole che passarono alla storia: “Andremo sino in fondo, combatteremo in Francia, sui mari e sugli oceani, combatteremo in aria con sempre maggior fiducia ed energia, difenderemo la nostra isola a qualsiasi costo, combatteremo sulle rive del mare, combatteremo nei luoghi di sbarco, combatteremo nei campi e nelle vie, combatteremo sulle alture; non ci arrenderemo mai. […] Non ho da offrirvi che sangue, sudore, fatica e lacrime. La nostra politica è di fare la guerra: nostra meta la vittoria”.

Si legge alla stessa data nel Diario di Ciano, che come tutte le memorie e i diari dei protagonisti della guerra va preso con le molle in quanto ridondanti di falsificazioni, riduzioni, minimizzazioni e omissioni: “La sostituzione di Chamberlain con Churchill è qui accolta con assoluta indifferenza. Dal Duce, con ironia”.

Il Gruppo d’Armate al comando del generale Billotte aveva alla sua ala sinistra la 7a armata del generale Giraud formata da una D.L.M., 2 divisioni di fanteria motorizzata, 4 divisioni di fanteria, e la British Expeditionary Force. A Billotte il 12 maggio in una conferenza tenuta a Casteau alla presenza di Daladier, dei generali Georges, Champon, Van Overstraeten, Pownal e del re del Belgio gli era stato conferito il comando delle forze alleate sul teatro belga.

La cavalleria, composta da mezzi corazzati e da uomini a cavallo, avanzò lentamente alla ricerca del nemico. La missione prevista dal Comando delleAarmate del nord-est del 14 marzo era chiara: “Coprire il posizionamento e il rafforzamento delle nostre forze sulla posizione di resistenza, marciare velocemente sul nemico in soccorso delle truppe di copertura belghe, ritardando l’avanzata nemica”.

Tuttavia il governo belga, nella patetica necessità di mostrare la sua strettissima neutralità, si era tenuto equidistante tra i due vicini tedesco e francese. I comandanti alleati e belgi non si erano mai incontrati, non erano state organizzate manovre in comune, non erano stati stabiliti i rispettivi settori di fronte. Per conseguenza l’entrata degli Alleati avvenne su espressa richiesta. Il generale Champon, capo della missione francese presso il Gran Quartiere generale belga, alla richiesta di coordinare le operazioni si sentì rispondere dal generale Van Overstraeten, consigliere militare del re dal 1933: “Le unità di frontiera non possono ricevere ordini che dal Re, poiché siamo al corrente delle loro istruzioni e della loro ubicazione”. I rapporti non erano ben delineati, i rispettivi piani non concordati e spesso si verificava l’“affollamento” di più reparti nella stessa posizione. Da tutte le memorie dei capi militari alleati la figura di Van Overstraeten non ne esce bene. Champon aggiunge che si poteva: “[…] entrer en liaison avec eux, […] assurer de concert avec eux la destruction des passages”, ma i Belgi imperterriti procedevano nel programma di distruzioni negli orari fissati, spesso intralciando l’avanzata francese. Quando il comando di una D.L.C. arrivò ad Arlon, scoprì che i belgi si erano ritirati dalla città. Mentre truppe tedesche entravano in Belgio e Lussemburgo muovendosi con straordinaria velocità, il generale Georges, comandante in capo del fronte di nord-est nell’Instruction particulière n° 82, esaminando le “Possibilités de l’ennemi” sostieneva: “Bisogna attendersi uno sviluppo relativamente lento delle operazioni per la povertà della rete ferroviaria e stradale nella zona considerata”.
     Il Belgio, a differenza dell’Olanda, oppose una difesa più decisa, appoggiata a linee fortificate irrobustite dai forti di Namur, Liegi e Eben-Emaël, quest’ultimo una struttura ultra moderna che costituiva il catenaccio del sistema difensivo lungo il canale Albert, costruito nel 1930 per unire Anversa alla Mosa, dalla larghezza di 20 - 30 metri e protetto da fortini, in pratica un enorme fossato anticarro. La posizione era fortissima, ritenuta inattaccabile senza perdite pesanti.
    Il forte di Eben-Emaël, dall’aspetto di una fetta di torta, misurava 825 metri per 64. Costruito nel 1935, era difeso da 1200 uomini, con 16 cannoni da 75 e due da 120 mm, numerose mitragliatrici anche antiaeree, cannoni anticarro e mortai, ma non aveva cannoni antiaerei. Tre erano i ponti che lo superavano, Canne, Vroenhofen e Veldwezelt, tutti con una guarnigione dotata di un cannone anticarro da 47 mm, una mitragliatrice e un fucile mitragliatore sotto cemento, tutti supportati da una compagnia di fanteria. L’accesso era sovrastato dal forte che strapiombava a picco sul canale. La possibilità di prenderlo era conseguente alla neutralizzazione del volume di fuoco di Eben-Emaël. La 7a divisione di fanteria era schierata su una lunghezza, ritenuta eccessiva, di 18 km.

La chiave di risoluzione del problema tattico fu l’aliante e la carica cava, unite ad una straordinaria capacità di soldati sceltissimi.

L’aliante era il modello DFS 230, che, rimorchiato dal Ju 52, era in grado di volare di notte ad una altitudine di 2500 metri a 125 km/h con nove uomini completamente equipaggiati o una tonnellata di materiali. La carica cava di 50 kg, che poteva bucare un blindaggio di 250 mm, era composta da due parti di 25 kg ciascuna contenuta in una forma metallica conica. La potenza dell’esplosione con una straordinaria capacità perforante, si concentrava sull’asse del cono.

L’addestramento era cominciato un anno prima, accurato e dettagliato, tenuto nel massimo segreto. Per sei mesi i para tedeschi furono segregati. La loro missione: planare a 20 metri dall’obiettivo. La scelta del reparto, agli ordini del capitano Koch, che assumerà il nome di Sturmgruppe Koch, cadde sulla prima compagnia del 1° reggimento paracadutisti e sulla sezione pionieri della 7a Fliegerdivision, con una cinquantina di DFS 230 e altrettanti Ju 52. Le cariche furono provate contro fortificazioni ceche e polacche.

Nove alianti al comando del capitano Koch avrebbero attaccato il ponte di Vroenhofen; dieci alianti ciascuno i ponti di Canne e di Veldwezelt. Il tenente Witzig avrebbe attaccato direttamente il forte con 11 mezzi.

Gli alianti, pilotati dai migliori piloti disponibili, trasportavano 10 ufficiali e 355 sottufficiali e soldati. Gli attaccanti del forte avevano 2 tonnellate e mezzo di esplosivo. L’attacco ai ponti sarebbe stato supportato entro 40 minuti da gruppi di paracadutisti. La sorpresa, tattica e tecnica, era alla base di tutto. In condizioni meteorologiche eccellenti, il “tempo di Hitler”, l’attacco fu breve, imprevisto e di una violenza inaudita. Solo il ponte di Canne salta in aria, gli altri sono occupati. Alla sera del 10 maggio la 4a divisione Panzer li attraversa. Dopo aver lanciato i paracadutisti, gli aerei sganciano nelle retrovie manichini in divisa, aumentando la sorpresa e la confusione.

Invece l’attacco ad Eben-Emaël incontra delle difficoltà. L’aliante del tenente Witzig è costretto ad atterrare vicino a Colonia, un altro ha la stessa sorte. I restanti, con 55 uomini al comando dell’aiutante Wenzel ,atterrano sul tetto del forte. In 10 minuti i cannoni da 75 e i 120 sono messi fuori combattimento, le cupole distrutte, il forte è cieco e muto. Il gruppo d’assalto perde sei uomini, la guarnigione un centinaio, il comandante si suicida. La capacità di Wenzel di assumere il comando resta un esempio del germanico Auftragstaktik.

L’11 maggio il mondo resta attonito. Si vocifera di nuove, modernissime armi, l’OKW accenna misteriosamente a: “un nuovo metodo di attacco”. Le Propaganda-Kompanien, abbreviato in PK, squadre di operatori cinematografici e giornalisti distaccati alle forze armate, danno grande spazio all’operazione. Goebbels nel suo Diario li descrive: “Oltre alla pistola e alla bomba a mano […] portano altre armi: la cinepresa, il proiettore, il blocco da disegno e uno scrittoio”. Ci si trova di fronte a un capolavoro di arte militare. Basti pensare che il gruppo d’assalto, decapitato del proprio comandante Witzig, ciò nonostante raggiunse l’obiettivo ed entrò in azione senza indugi.

Si legge nelle Memorie di Gamelin: “La conquista da parte dei Tedeschi il 10 maggio 1940 dei ponti sulla Mosa a Maëstricht e del forte di Eben-Emaël agli ordini della piazza di Liegi, pareva avere annichilito tutti gli spiriti”. Questa vittoria tattica permette al comando tedesco di utilizzare due ponti sul canale Alberto e di mettere fuori combattimento un potente forte. Se i due obiettivi non fossero stati raggiunti, le forze anglofrancesi avrebbero raggiunto la piazza di Liegi e non sarebbe stata possibile la sorpresa delle Ardenne.
    Il 27 maggio i Belgi ne ebbero abbastanza e si arresero, previa la rituale distruzione delle bandiere, con il giovane re Leopoldo III in testa, seguito da 450.000 soldati, ma non seguito dal suo governo, espressione del Parlamento, che volendo continuare nella lotta si rifugiò in Inghilterra. Churchill, ai Comuni, il 4 giugno sostenne: “Senza alcuna consultazione preliminare, senza un minimo di preavviso, senza il consiglio dei suoi ministri, di propria iniziativa”. Era lo stesso re che il 15 gennaio, su sollecitazioni alleate, aveva dichiarato che era meglio che: “[…] la responsabilità di infrangere la neutralità del Belgio ricadesse sulla Germania”.

In questo modo il Belgio aveva il piede in due staffe.

Sicuramente il padre di Leopoldo e i caduti nella Grande Guerra si saranno rivoltati nella tomba. Leopoldo III, che come Pétain rifiutò di abbandonare il suo paese, perderà il trono alla fine della guerra.

Il generale von Bechtolsheim, capo dell’ufficio operazioni della 6a Armata di Reichenau, interrogato da Liddell Hart sulle possibilità dell’esercito belga di resistere più a lungo, rispose: “Credo di si, poiché le sue perdite non erano gravi. Ma quando attraversai le linee belghe, la maggior parte della truppa sembrava molto sollevata per la fine della lotta”.

Masson parla di “effondrement extrêmement rapide”.

Gamelin
Il 18 maggio Gamelin, a richiesta di Daladier, gli invia un lungo rapporto con cui articola il suo alibi per la sconfitta: “Sarebbe vano dissimularsi le difficoltà dell’impresa che perseguiamo attualmente dato lo stato dei nostri mezzi, molto provati dopo otto giorni di lotta. La semplice enunciazione di quello che precede sottolinea le condizioni in cui ci troveremo se l’Italia si unisce alla Germania. L’impiego massiccio e brutale che il nemico ha fatto dei suoi mezzi (divisioni corazzate) ha paralizzato tutte le chiusure, fatto saltare a più riprese le maglie delle catene tese successivamente per arrestarlo. Le nostre concezioni politiche non ammettevano che una guerra imposta, quindi difensiva. […] Il soldato francese, il cittadino di ieri, non credeva alla guerra […] non aveva ricevuto durante gli anni tra le due guerre l’educazione morale e patriottica che l’avrebbe preparato al dramma nel quale andava a giocarsi il destino del paese […] Il piano di manovra fissato dall’Alto Comando era il solo da adottare […] Le idee che hanno ispirato l’Alto Comando germanico in materia di mezzi blindati utilizzati in massa, sono delle idee francesi. Il nemico non ha osato affrontare subito la nostra linea Maginot”. Passa poi alla difesa di ufficio della categoria: “Niente mi permette di dire nello stato attuale delle mie conoscenze che l’onore militare degli ufficiali è stato toccato. Nell’insieme al combattimento o in pace i nostri quadri di carriera hanno fatto tutti il loro dovere”.

Il 20 maggio Gamelin, che nel panico generale resta un esempio di aplomb, anche se sorge il dubbio che degli accadimenti non avesse capito niente, viene silurato con i ringraziamenti del governo e del paese per la sua opera.

L’uomo aveva servito sotto Joffre: ”Mio capo e mio maestro”, del quale, sosteneva de Gaulle. era stato: “[…] agli inizi della grande guerra il diretto collaboratore e in un certo grado l’ispiratore”, mentre Weygand e Georges erano creature di Foch. Era un classico prodotto della società militare francese. Uomo di intelligenza raffinata, freddo, colto, tranquillo, incrollabile nei suoi convincimenti, valutazioni e certezze, poteva vantarsi di essere stato il più giovane comandante di divisione nella Grande Guerra. Era circondato da ufficiali del suo temperamento e curava molto i rapporti con i politici, in particolare con Daladier, di cui era diventato il pupillo. A differenza di Foch e Pétain non riuscì a stabilire legami di stima e simpatia con l’esercito nel quale il generale Georges, forse privo della sua intelligenza ma uomo energico, era molto più popolare.

Tra i due non vi era una grande affinità di idee. Racconta Liddell Hart di un colloquio con Roland de Mangerie, consigliere presso l’ambasciata francese a Londra, che gli confidava che sulle conseguenze della rioccupazione della zona smilitarizzata renana i rapporti erano stati diametralmente opposti. Il primo sosteneva una minaccia per la Francia mentre Georges ne sminuiva la pericolosità. Anche sullo strumento militare italiano i pareri erano diversi. Gamelin, amico di Badoglio, lo stimava di scarsa pericolosità, Georges ne parlava come di un esercito formidabile.

Su Gamelin i giudizi si sprecano. Liddell Hart lo valutò, unitamente a Weygand, come: “Buoni ufficiali di stato maggiore, più che talenti originali”, de Gaulle: “per sua natura un brillante secondo”, lo storico Keegan: “ Semplicemente vecchio - 68 anni - e, quel che è peggio, stanco”. Herriot, nell’autunno 1938: “Gamelin, sappiatelo, non è l’uomo delle temerarietà eccessive. Di fatto, mi sembra piuttosto timoroso”. Taylor: “Un uomo assai intelligente, ma privo di spirito combattivo, adatto a fare il politico più che il soldato”. Reynaud lo definì: “Filosofo da strapazzo”, Deighton: “Omino dall’aria di bambola”, André Maurois lo descrive meglio: “I baffetti rigidi, gli occhi piccoli e la bocca dalle labbra sottili gli davano un’espressione indecifrabile, che nessun gesto spontaneo riusciva a rendere più leggibile. Non aveva né la vivacità di Foch né la genialità di Joffre”. Il maresciallo dell’Aria sir Arthur Barratt: “Un piccolo bottegaio dagli occhi a spillo, gli stivali attillati e la pancia imponente”. Churchill più benevolo: “Era un patriota, un onesto e abile soldato”. Il giornalista americano Shirer: “Il pensiero era in lui scisso dall’azione e questo fu il suo difetto principale”. Nei suoi Diari alla data del 31 gennaio 1940 Goebbels: “La personalità di Gamelin non è ancora ben chiara, per il momento, comunque, sembra assolutamente indeciso”. Il capo dell’esercito francese non era stimato da Lord Gort: “Gamelin is not a fighting man”. La valutazione doveva essere sconosciuta al generale francese perché era sua intenzione di proporlo per la Gran Croce della Legion d’honneur. Godeva in un primo tempo di buona fama presso gli alti ufficiali tedeschi, tanto che Rundstedt, secondo il suo capo di stato maggiore Blumentritt, sosteneva: “Il mio piccolo Gamelin certamente sa quello che fa”. Magistralmente rileva André Géraud che davanti ai problemi militari si muoveva come un giocatore di scacchi capace di rovesciare la scacchiera dicendo “Tutto è perduto!”. Dei luttuosi avvenimenti Gamelin, che si descrive: “Riflessivo, ponderato, nemico di ogni millanteria” nel suo “Al Servizio della Patria”, dà una descrizione che vale la pena di seguire. I principi che lo caratterizzano sono espressi nel preambolo alla sua Istruzione n. 12 datata 10 maggio: “Senza voler intervenire nella direzione della battaglia in corso, che è di competenza del comandante in capo sul fronte del nord-est e approvando tutte le disposizioni che egli ha sinora adottato […]”. Quando si profila il disastro: “[…] passai il rimanente del mattino a considerare le conseguenze degli avvenimenti in corso col generale Vuillemin, non volendo recar disturbo al generale Georges, cui competeva di provvedere alla parte esecutiva, di concerto col generale dell’aeronautica Tétu, comandante le forze aeree di cooperazione nel nord-est, il P.C. (posto comando) del quale si trovava a fianco di quello del generale Georges […] Ciò nonostante, il 19 maggio avevo netta l’impressione che il mio intervento si rendesse necessario e che i decreti che fissavano le mie attribuzioni mi dessero il diritto di assolvere quel che, a mio parere, non era ormai per me che un dovere: riprendere nelle mie mani la direzione suprema della battaglia, che da un insieme di fatti, che qui sarebbe troppo lungo esporre, appariva malferma. […] D’altro canto, se non ho ritenuto necessario di agire prima, se non attraverso i consigli, che non ho mancato effettivamente di far pervenire agli interessati, […] Ad ogni modo, era giunto per me il momento di intervenire, rendendomi conto che tardavamo a prendere decisioni che non ammettevano indugi. Ma intendevo anche rispettare l’iniziativa di cui doveva tuttora godere, per la riuscita stessa della manovra in corso, il comandante in capo sul fronte del Nord Est. Volevo pure non urtare la legittima suscettibilità dei generali Georges e Vuillemin (…) Speravo, lo confesso, che la depressione che constatavo -e non ero il solo a constatarlanel generale Georges sarebbe stata passeggera e dovuta alla sua palese stanchezza”.

Era veramente “Riflessivo, ponderato”.

Quando Churchill gli chiede notizie sulla sistemazione delle riserve risponde: “Non ve ne sono”. Uomo preciso, in una lettera al quotidiano Aurore del 21 novembre 1949 specificò di avere risposto: “Non ve ne sono più” e non “Non ve ne sono”.

Joffre non avrebbe esitato a silurare Georges, ma nella seconda guerra mondiale questa pratica era sconosciuta. Solo il generale Corap, vecchio combattente africano che vantava la cattura del famoso ribelle marocchino Abdel- Krim, venne “dimissionato”.

Tra le tante affinità col Regio Esercito anche questa è da rilevare.

Quanto alla sostituzione col generale Weygand Gamelin dichiara di non esserne stato a conoscenza e che costui, presentatosi al suo quartiere generale, non gli comunicò la ragione della sua venuta, né: “Io ritenni degno di me il fargliene parola”. Gamelin è critico con Reynaud, del quale non godeva la stima, “Accentuata dal doppio gioco svolto nella circostanza dall’ammiraglio Darlan”. Fu per lui una sorpresa, la lettera di Reynaud che lo sollevava dalle sue funzioni. Gamelin si scaglia contro: “un gruppo di politicanti […] maresciallo Pétain, generale Weygand, generale Georges che aveva servito sotto gli ordini del generale Weygand nello stato maggiore del maresciallo Foch ed era stato capo di stato maggiore di Pétain in Marocco […] dunque, strettamente legato a loro. Questa è la ragione per cui un gruppo di politicanti, che dettero in seguito vita al governo di Vichy, sin dal principio del conflitto aveva intrapreso una sorda campagna di denigrazione contro di me”. A posteriori nelle sue memorie si dimostrò più bellicoso di Weygand. Era per la formazione di una serie di ridotti per permettere alle truppe di raggiungere la Gran Bretagna e l’Africa del Nord, era contro la cessazione delle ostilità e: “Se il governo vi si fosse ridotto, avrei chiesto di essere esonerato dalle mie funzioni prima che le negoziazioni avessero avuto inizio”. 

Weygand Dopo il pensionamento del 21 gennaio 1935, rimanendo membro del Conseil supérieur de la guerre in qualità di maresciallo di Francia, rappresentò la Francia al matrimonio del principe ereditario dell’Iran nell’aprile 1939 e svolse missioni diplomatiche presso il governo turco e il sovrano di Romania. Il 22 agosto 1939 Weygand era stato richiamato in servizio - Gamelin sostiene: “su mia insistenza” - e destinato al comando in capo delle forze armate del Levante, forze delle quali i servizi segreti e le massime autorità militari italiane avevano un esagerato concetto.

In una Silhouettes contemporaines della Revue des deux mondes del luglio 1931 il giornalista Fidus ne tratteggia il ritratto. Appassionato cavaliere si fa le ossa al 4°, al 30° e al 9° reggimento Dragons. Capitano nel 1896, istruttore all’École de cavalerie a Saumur diventa un idolo per i suoi allievi che copiano: “[…] ses bottes, à adopter ses cravaches ou ses harnachements”. Chef d’escadron nel 1907, secondo Fidus: ”il ne vaut pas entendre parler d’étatmajor”, in quanto vuol partecipare alla prossima guerra alla testa del suo reparto. Tenente colonnello nel 1912, conosce a Nancy Foch comandante del 20° Corpo d’Armata “dont la pensée l’imprègne tout entier” e nasce un sodalizio che durerà nel tempo. L’anno successivo partecipa ai corsi al Centro degli Hautes Études militaires. Dopo pochi giorni di guerra passa agli ordini di Foch comandante della 9a armata, che lo nomina chef d’état-major, resteranno insieme per lunghissimi quattro anni di guerra. Nel 1920 ha il suo quarto d’ora di gloria in Polonia quando l’Armata Rossa marcia su Varsavia. Membro du una missione militare franco- britannica partecipa alla preparazione della controffensiva, operando presso lo stato maggiore polacco, che si concluse con una grande vittoria che allontanò il pericolo bolscevico. Come sempre sull’autore della vittoria “che ha moltissimi padri” vi fu un’aspra lotta. Weygand, parlando in terza persona scrive di essere arrivato il 25 luglio, di aver preso la direzione dello stato maggiore polacco il 27, di aver compilato il sei agosto il piano di battaglia, e, dopo la capitolazione russa, di essere ripartito il 25 agosto, tra grandi festeggiamenti popolari, il tutto in uno stile che ricorda Cesare. Nell’aprile 1922 va in Siria. Esistendo una minaccia turca sul comune confine si reca a ispezionarlo, dopo di che: “Les Turcs ont compris: leur ardeur belliqueuse se calme. Toute menace disparaît”. Nel novembre 1924 torna in patria, narrando di avere lasciato alle spalle un paese pacificato. Ma del tutto pacificato non era, perché dal 1925 al 1927 scoppiò una feroce insurrezione che passò alla storia come Revolution nationale.

Nel gennaio 1930 è nominato chef d’État-major général de l’Armée, nel febbraio dell’anno successivo, a 64 anni, chef de l’Armée. Fidus lo descrive come un uomo agile e smilzo, d’aspetto giovanile, sobrio “d’où le tabac est exclu, où l’eau est la boisson préférée”.

Dieci anni dopo anche Churchill ebbe una buona impressione del nuovo comandante in capo: “Nonostante la tensione fisica e la notte di viaggio, era vivacissimo, di buon umore e incisivo. Fece a tutti una eccellente impressione. Espose il suo piano di guerra”.

Weygand degli avvenimenti bellici nel suo “Rappelé au service” dà una versione ovviamente personalizzata.

Il 6 aprile 1940, narra, avuto un abboccamento con Reynaud che gli manifestò le sue perplessità su Gamelin uomo di “attitude énigmatique”, consigliò di mantenerlo alla Difesa nazionale e di dare a Georges il comando dell’esercito: “Dont il a toute la confiance qu’il mérite pleinement”. Successivamente, in una colazione a Vincennes il 10 aprile, Gamelin gli confidò la speranza di vedere i Tedeschi attraversare il confine del Belgio e dell’Olanda per dargli così la possibilità di attuare la sua manovra. Il 17 maggio gli arrivò un telegramma di Reynaud che lo invitava a tornare in patria, aggiungendo: “le secret de votre départ est désiderable”. S’inizia con la descrizione del viaggio di ritorno da Beirut che termina con un avventuroso atterraggio per lo sfascio del carrello, successivo soccorso e difficoltosa sortita dall’apparecchio. Il generale confessa di non sapere perché sia stato richiamato, è ricevuto da Reynaud, presente il silenzioso Pétain. Il primo, messolo a parte della gravità della situazione, lo invia al quartiere generale. Gamelin è così descritto da Weygand: “Son visage porte des traces de fatigue et d’anxiété” gli dichiara, profondamente scoraggiato, “[…] avec calme et dignité qu’etant battu”. Trova naturale di essere rimpiazzato e dichiara di non avere recriminazioni, solo lamentando che Reynaud sia sempre stato mal disposto nei suoi riguardi. Weygand si reca poi da Georges, che trova sconvolto, “le regard triste”. Continua ad averne grande stima, criticando la mancanza di chiarezza nell’attribuzione delle sue funzioni, per un’organizzazione “aussi boiteuse”.

Il 19 maggio,all’età di 73 anni, ma secondo Reynaud è “un gallo da combattimento”, Weygand è nominato Commandant en chef de l’ensemble des théâtres d’opèrations.

Sull’americana Foreign Affairs dell’aprile 1941 un autore che si cela sotto una X parla di: “Decisione sfortunata perfino nel momento scelto: l’avvicendamento, avvenuto in un momento decisivo, comportò un rallentamento nella pianificazione delle operazioni che si prolungò per quattro giorni”. La nomina provoca grandi speranze in Francia e galvanizza l’esercito, si spera nella riscossa. Ma tutto è inutile, in un clima di viltà e coraggio, con uomini che fuggono al rumore delle sirene degli Stuka, presto chiamate le “trombe di Gerico”, e uomini che si fanno uccidere sul posto; le panzerdivisionen dilagano.

Reynaud nella notte tra il 5 e il 6 maggio rimaneggia il governo, assume il portafogli della Difesa con Daladier agli Esteri, nomina Mandel, uomo forte che aveva sostenuto Clemenceau nel soffocamento del disfattismo degli anni 1917- 1918, ministro degli Interni.

Georges Mandel, ebreo, Resistente, consegnato ai Tedeschi e fucilato nel 1944 scriverà: “Ce n’est rien de mourir, quand on a fait tout son devoir”.

De Gaulle, facente funzione di generale di brigata, è nominato sottosegretario alla Guerra e il venerando Pétain vicepresidente del consiglio. Richiamato dalla Spagna, arriva a Parigi il 16 maggio. Reynaud dà la notizia al paese: “Il vincitore di Verdun maresciallo Pétain è ritornato questa mattina da Madrid. Ora sarà al mio fianco. […] mettendo tutta la sua saggezza e la sua forza al servizio del Paese. Vi rimarrà fino alla vittoria”. In privato, lucidamente, giustifica la chiamata: “È meglio averlo dentro che fuori”. Viene accolto con grande deferenza e nel Consiglio dei ministri siede alla destra del Presidente della Repubblica. Richiesto di consigli dal presidente Lebrun che lo descrive: “Endormi, prostrè”, risponde: “Je n’ai rien à dire”, uscendo dal suo mutismo solo per consigliare il 24 maggio, alla fine del consiglio dei ministri, l’uso di piccioni viaggiatori quando le linee telefoniche erano inutilizzabili: “Bisognerebbe servirsi di piccioni viaggiatori. È spiacevole che si sia abbandonato l’uso dei piccioni viaggiatori”.

Weygand non ha il tempo di effettuare aggiustamenti e si limita a nominare capo di gabinetto un suo fedelissimo, il colonnello Bourget, già capo di stato maggiore a Beirut. Di Doumenc non ha una buona opinione pur stimandone l’intelligenza per: “Son imagination ardente, son optimisme et une tendance a voir les choses telles qu’il souhaitait qu’elles fussent”. Tornato a Parigi, esaminata la situazione, Pétain conferma Georges nel suo incarico. Spera ancora nella vittoria; il ricordo, immancabile, torna alla Marna quando si riuscì a raddrizzare una situazione ormai disperata, ma: “Je ne pouvais leur promettre le succés”. Il giorno seguente alle ore nove torna al quartiere generale per prendere le consegne. Vi trova Gamelin: “Manifestement il éprouvait un soulagement à être débarassé du poids d’une lorde responsabilitè”.
     In quell’occasione Georges manifestò la sua soddisfazione per il cambio della guardia e Weygand lo assicurò che avrebbero preso insieme le decisioni. Il 26 maggio, in un ordine di operazioni, ordina la resistenza sul posto fino alla morte, espressione sempre usata dai generali quando si profila la rotta e conclude invitando: “I generali di divisione a vedere con frequenza i loro colonnelli, i colonnelli i loro maggiori, i maggiori le loro compagnie, i capitani e i tenenti le loro sezioni e i loro uomini”. Con i Tedeschi alle calcagna la cosa era piuttosto difficile. Termina con un trinomio: Activité - Solidarité - Résolution”.
    Ma anche Pétain non tarda a rendersi conto della rotta che va profilandosi.

Quando vuole avere un abboccamento col re del Belgio e i generali Gort, Billotte e Blanchard, perde un’ora per avere a disposizione una squadriglia di caccia per la scorta del suo aereo. Atterra in un aeroporto abbandonato con tracce di “un depart précipité”. Simbolo della sconfitta un ignoto, malandato soldato lo avvicina e gli chiede che cosa deve fare di un deposito di 20.000 litri di benzina del quale era rimasto l’unico custode. Il generale è solo nella campagna col suo ufficiale d’ordinanza, ferma una macchina di passaggio,arriva a un villaggio dal quale, da un ufficio postale, può telefonare. In un rapporto dichiara: “Infine noi ci troviamo di fronte a un avversario i cui attacchi danno prova di una potenza di penetrazione inusitata”. La cosa, in effetti, non era sfuggita a nessuno…

Nel Diario di Ciano, alla data del 18 maggio si legge: “Comunque il nostro Stato Maggiore riserva la sua prognosi: Soddu non ritiene trattarsi di una battaglia decisiva e chiede ancora 15 giorni per pronunciare un giudizio”. Se avesse richiesto qualche giorno in più per esprimere il suo pensoso “giudizio”, la guerra sarebbe finita. Alla successiva data del 21 maggio il Re d’Italia e d’Albania e Imperatore di Etiopia: “[…] si è espresso in modo negativo per i tedeschi”.

Al Comitato di guerra del giorno 25 Weygand dichiara che la Francia è entrata in guerra senza possedere i materiali e la dottrina necessari. Il giorno 29 in una nota prospetta al governo con cautela l’impossibilità di continuare nella lotta. Scrive: “L’Armée française met en jeu, pour la défense des ses positions actuelles, toutes les forces dont ses revers successifs, sur la Meuse et dans le Nord, ont laissé la disposition. Dans le cas où cette défense serait finalement disloquée, le Gouvernement Française aurait à prendre des décisions capitales […] En raison de l’énorme disproportion des forces et des moyens entre l’attaque et la défense […], c’est possibile que, malgré l’effort heroïque de tous, les positions actuellement défendues viennent à étre sérieusement entamées […] Dans ce cas, la France serait hors d’état de continuer une lutte assurant une défense coordonnée de son territoire”.

Il 31 maggio si tiene a Parigi il Consiglio supremo con Churchill, l’ambasciatore e militari inglesi. Il premier dichiara che la guerra sarà senza quartiere e conclude: “Il vaut mieux périr que vivre en vassaux”. Reynaud è d’accordo, ed assicura che l’Armée terrà sulle Somme.

Segno dell’incapacità degli Alleati di afferrare le caratteristiche dell’offensiva sono le parole di Churchill, uomo ben addentro alle problematiche militari, il quale il 21 maggio telegrafava a Reynaud congratulandosi per la nomina di Weygand e aggiungendo: “Non è più possibile impedire a queste colonne di carri armati di sfondare linee poco difese e penetrare in profondità. Qualunque idea di tappare le falle e accerchiare gli invasori è insensata. Il criterio da seguirsi, invece, è quello di martellare sulle falle. Non bisogna dare eccessiva importanza all’arrivo di qualche carro armato in questo o quel momento. Che cosa possono fare i tedeschi quando entrano in un paese? I centri abitati devono essere muniti di fucilieri e gli equipaggi dei carri armati presi di mira appena tentassero una sortita dai loro veicoli. Quando non riuscissero ad ottenere né cibo né bevande, né carburanti, non potrebbero che ripartire in mezzo a una grande confusione. Dove possibile, bisognerebbe far crollare loro addosso gli edifici”.

Sembra quasi che il primo ministro volesse, come per un antico castello, prendere i carri con la fame.

A fine maggio, il disastro è imminente, il governo, composto da massoni, radicali e atei, va a Notre Dame per impetrare l’aiuto divino, ma senza risultati.

Il generalissimo Pétain, quando Reynaud gli parla di un ridotto in Bretagna respinge la proposta per la mancanza dei mezzi necessari e non è d’idea diversa per un progetto di continuazione della guerra nell’Africa del Nord, basandosi sulle parole del generale Noguès di non poter addestrare più di 20.000 reclute.

Guderian
L’alto comando francese continua a esibire una olimpica tranquillità. Il convincimento che le Ardenne, ostacolo imponente, fossero impraticabili per le forze corazzate era unanime. Inoltre per una eventuale operazione di passaggio della Mosa, preceduta dal necessario schieramento delle artigliere, era calcolato un periodo da otto a nove giorni, tempo sufficiente per disporre le contromisure. Va ricordato che il passaggio della Mosa era la fase più critica dell’intera operazione. Le valutazioni erano condivise dal generale Halder, capo di stato maggiore generale dell’esercito invasore che le aveva espresse nel corso di un’esercitazione sulla carta.

La Luftwaffe invece, sostituendo l’artiglieria, entrò subito in azione e riversò 250 Stuka e 680 bombardieri, sostenuti da 500 Me 109 e 120 Me 110 sulle trincee francesi.

Napoleone sosteneva: “Nulla è più pericoloso che cercare seriamente di difendere un fiume coprendo la riva opposta al nemico; perché se egli forza direttamente il varco, come sempre riesce a fare, trova il suo avversario sparso su una sottile linea difensiva, e quindi incapace di concentrare le sue forze”.

Ė nella regione di Sedan, nome di infausta memoria, sul X Corpo d’Armata, schierato sulla Mosa che si abbatterà l’uragano. È a Sedan che la Francia gioca il suo destino. Il 12 tre panzerdivisionen arrivano alla Mosa, il 13 la superano, il 14 e il 15 sfondano il fronte, il 17 dilagano verso ovest.

Agli ordini del generale Grandsard, in alcuni testi Grandsart, vi sono due mediocri divisioni, la 55a e la 71a di tipo B, ossia di seconda scelta, che hanno alle spalle una terza divisione di fanteria e il 3° Corpo nordafricano di fattura migliore. La disomogenea qualità delle unità francesi contribuisce al disastro. Grandsart parla di: “Uomini pesanti e flaccidi […] In artiglieria, i soldati sono più vecchi, l’addestramento mediocre. Le divisioni francesi di quel settore erano armate in modo scadente e composte da soldati anch’essi scadenti. Quelle truppe, come potemmo constatare ripetutamente cessavano di combattere appena erano sottoposte a bombardamenti aerei o di artiglieria”. Va aggiunto che le fortificazioni non erano state completate, con trincee e camminamenti appena abbozzati e linee telefoniche non interrate. I reparti privi di artiglieria contraerea non avevano nemmeno la modesta aliquota d’artiglieria controcarro in dotazione alla fanteria. Il generale Edmond Ruby così descrive la situazione: “I cannonieri cessarono il fuoco e si misero al riparo. La fanteria, rannicchiata immobile nelle trincee, assordata dallo scoppio delle bombe e dall’urlo dei bombardieri in picchiata, era troppo stordita per fare uso dei mezzi di cui disponeva. L’unica preoccupazione era di tenere la testa bassa e non muoversi. Cinque ore di questo martirio ne distrussero i nervi: erano ormai incapaci di reagire all’avvicinarsi della fanteria nemica. La 55a divisione tra le 18 e le 19 del 13 maggio a Bulson fu presa dal panico, molti si fermarono quando giunsero a Reims a 96 chilometri di distanza”.

I bombardieri in picchiata aumentano i fattori fisici, psichici, psicologici determinati dall’orrore del campo di battaglia, dalla morte, dalla vista dei feriti, dal fragore delle esplosioni, dalla sorpresa, dall’isolamento che scatenano il fenomeno panico. Si può giustificare questo panico per l’inferiorità materiale e psicologica di unità di serie B, si può ricordare il panico della Vecchia Guardia a Waterloo, dei Prussiani nel 1806, ma vengono alla mente Verdun, Cassino e Stalingrado.

Liddell Hart commenta: “Il cardine dell’avanzata alleata era coperto da poche e scadenti divisioni francesi composte da soldati piuttosto anziani e dotate di un equipaggiamento del tutto insufficiente per quanto riguardava i due tipi di armi più indispensabili: i cannoni anticarro e i cannoni contraerei. Quello di affidare a forze così deboli e inefficienti il compito di coprire il cardine dell’avanzata fu il tocco finale, il degno coronamento della serie di grossolani errori compiuti dall’Alto Comando francese agli ordini di Gamelin e Georges”. Sulla stessa linea era il generale Kleist: “Lungo la Mosa c’era un modesto numero di opere fortificate, in genere casematte, ma non erano armate in modo adeguato. Se le truppe francesi che le presidiavano fossero state dotate di cannoni anticarro ne avremmo certamente risentito le conseguenze poiché la maggior parte dei nostri carri era costituita da vecchi Mark I, estremamente vulnerabili!”.

Davanti alla Commission d’Enquête Parlementaire costituita nel dopoguerra su iniziativa del partito socialista: “chargée d’enquêter sur les évenements survenus en France de 1933 à 1945”, il generale Vallet, sottocapo di stato maggiore della 9 a Armata e il generale Lacaille, capo di stato maggiore della 2a Armata, sostennero rispettivamente: “L’attaque nous a complètement surpris”, “L’affaire fuit une surprise à peu près complète”. D’altronde, la sera del 9 maggio la maggior parte dello stato maggiore della 2a Armata si trovava a Vouziers per assistere a uno spettacolo teatrale.

Racconta il capitano Beaufre, che nel dopoguerra diventerà uno studioso di strategia di grande prestigio, che nella notte tra il 13 e il 14 maggio ricevette una chiamata telefonica di Georges: “Chiedete al generale Doumenc di venire qui immediatamente”. Alle 3 del mattino arrivano al quartiere generale di Georges, lo Château des Bondons. Così Beaufre descrive il momento: “Il generale Roton, capo di stato maggiore, abbandonato su una sedia. L’atmosfera è quella di una famiglia raccolta intorno a un parente moribondo. Georges si alza a salutare Doumenc. È terribilmente pallido: il nostro fronte è stato affondato a Sedan. Ci sono state defezioni. Cade sulla sedia, singhiozzando. È il primo uomo che ho visto piangere durante questa battaglia […] Fa un’impressione spaventosa. Doumenc si sforza di rincuorarlo: Mio generale è la guerra e nella guerra vi sono sempre degli sbandamenti! Guardiamo la carta e vediamo che cosa possiamo fare”.

Sulla stessa linea è il capitano Bloch, che così descrive l’atmosfera che si andava creando nei comandi: “La cosa più terribile fu lo sgomento degli ambienti su cui gravavano responsabilità assai maggiori; sgomento del quale molti di noi potevano osservare atterriti l’avanzare progressivo, quasi giorno per giorno, presso alcuni degli ufficiali che occupavano le cariche più impegnative dello Stato Maggiore; particolarmente presso coloro a cui spettava personalmente la direzione delle operazioni. I primi sintomi del male si manifestavano con segni ancora soltanto esterni: occhi smarriti, barbe mal rasate, nervosismo che si esprimeva nel passaggio repentino da un’agitazione febbrile per cose futili all’ostentazione di una impossibile serenità. Quando un capo comincia a dire: A che cosa serve? guai agli esecutori! Seguì la marea montante di una disperazione la quale, anziché essere uno stimolo ad operare, pareva volesse cercar rifugio in una sorte di accidia sonnacchiosa”.

Patton sosteneva che: “I generali non debbono mai mostrare segni di dubbio, di scoraggiamento, di stanchezza”. Il generale Heinz Guderian, che secondo Liddell Hart: “Seppe trarre il massimo vantaggio da ogni cosa che gli andava bene”, ebbe la sorte di formulare una teoria strategica, addestrare gli uomini a metterla in esecuzione e portarli in battaglia.

Figlio di un ufficiale, nacque nel 1888 a Kulm, ora polacca, e visse a Colmar, francese dopo la prima guerra mondiale. Stranamente per un giovane ambizioso scelse, come primo incarico, di servire in un battaglione di fanteria leggera, subito interessandosi alle comunicazioni. Nel 1913, a 25 anni, venne selezionato per la Scuola di guerra, ufficiale più giovane tra 168. A guerra scoppiata, entrò nella compagnia trasmissioni della 5a divisione di cavalleria, diventandone uno specialista. Nell’immediato dopoguerra combatté con i Freikorps e passò poi nella Reichswehr ove percorse la lenta carriera tipica degli ufficiali dell’epoca. Entrato nel Kraftfahr-Lehrstab (Corpo di istruzione del trasporti motorizzati), passò poi al Truppen Amt, lo stato maggiore segreto. Nel 1932 è capo di stato maggiore del generale Lutz, comandante dell’Ispettorato della motorizzazione, nel 1935 assume il comando della neo costituita 2a divisione corazzata col grado di colonnello e scrive “Achtung! Panzer!”, che susciterà un vivo dibattito negli ambienti militari e un forte interesse in Hitler da sempre attento lettore della pubblicistica militare. L’opera sarà considerata una pietra miliare nell’applicazione del blitzkrieg. Nel 1937 conduce l’avanguardia delle truppe corazzate che entrano in Austria festosamente accolte dalla popolazione. L’anno successivo si costituisce ai suoi ordini l’Ispettorato truppe celeri che assorbì le divisioni panzer e le divisioni leggere sottratte alla cavalleria che le aveva create per la sicurezza e l’esplorazione strategica, suoi compiti tradizionali. Alla fine della campagna di Polonia le divisioni leggere furono trasformate in divisioni panzer. Nominato generale, gli viene affidato il comando del 16° Korps, primo corpo corazzato, che conduce brillantemente nella campagna di Polonia. Al termine é insignito della Croce di Cavaliere con Foglie di Quercia, l’Eichenlaub, dal führer che personalmente valutava le richieste avanzate.

Nella successiva campagna di Francia comanda il XIX Panzerkorps che fa parte del Panzergruppe di von Kleist insieme col XLI di Reinhardt e il XIV di Wietersheim. Ha ai suoi ordini 3 divisioni corazzate, ciascuna su 4 battaglioni corazzati e 4 divisioni motomeccanizzate, oltre al reggimento motorizzato Grossdeutschland su 4 battaglioni con cannoni pesanti semoventi da 75 e 150. Missione: attraversamento del Lussemburgo e del Belgio in direzione di Sedan, superamento della Mosa e sistemazione di una testa di ponte sulla riva sinistra.

Lo strumento a disposizione di Guderian è formidabile: carri armati, fanteria meccanizzata, artiglieria, autoblindo, motociclisti e genio uniti nella panzerdivision costituiscono un insieme armonico e duttile. Il gruppo di von Kleist ha a disposizione il 61% della forza totale della Luftwaffe, 1600 aerei, di cui 910 nel settore di Guderian, 280 caccia monomotori ME 109, 90 caccia bimotori ME 110, 180 Ju 87 Stuka e 360 bombardieri bimotori HE 111, che coprono il cielo dall’alba al tramonto.

Le comunicazioni radio sono eccellenti. Guderian spiega la sua attività di comando con ordini cifrati e trasmessi per radio dal carro comando, gli ordini scritti predisposti dal suo capo di stato maggiore non superano mai le due pagine. I collegamenti con l’aeronautica che opera in stretto contatto sono minutamente organizzati. Compito dell’aviazione in picchiata era il bombardamento dell’artiglieria francese, quello della caccia di assicurare la superiorità nel settore.

I comandanti furono scelti personalmente da Guderian ed il suo capo di stato maggiore era il generale Nehring. Di questi ufficiali superiori scrive: “Avevo piena fiducia nelle loro capacità e nella loro buona volontà. Essi conoscevano i miei principi fondamentali di lotta e sapevano che i reparti corazzati, quando sono mandati in viaggio, sono muniti di un biglietto valido sino alla stazione capolinea. Nel nostro caso essa si chiamava Manica!“. Questi ufficiali a loro volta manifestavano nei suoi confronti una grande ammirazione anche se lo criticavano per la sua incapacità di ascoltare le altrui opinioni fino in fondo. Scrive Liddell Hart: “Per usare una metafora tratta dall’arte dell’equitazione, era un cavaliere ‘energico’, e come tale conseguì grandi successi, ma gli mancava la capacità di penetrare psicologicamente nella mentalità del “cavallo”, una capacità essenziale per un buon cavaliere. Come organizzatore e condottiero delle forze corazzate era però assolutamente insostituibile”. Aggiunge che in quel periodo si parlò di Guderian come Capo di stato maggiore generale, ma la nomina fu negata per “motivi di temperamento e non certo di competenza”. Guderian scrive nelle sue memorie che il 15 marzo 1940, nella cancelleria del Reich, alla domanda del führer: “E che cosa vuol fare poi?” (era il primo che poneva questa decisiva domanda), aveva risposto: “Se non giungerà alcun ordine in contrario, il giorno successivo continuerò la spinta in direzione ovest. Il Comando Supremo dovrà decidere se essa dovrà essere condotta in direzione di Amiens o di Parigi”.

Verso i superiori Guderian fu sempre insofferente, e durante la battaglia di Francia osservò: “La battaglia contro i propri superiori dà a volte più da fare di quella contro i francesi”.

Per associazione di idee vengono alla mente le osservazioni, riportate da MacGregor Knox nel suo Destino comune, del rappresentante militare della Baviera, che sosteneva come la differenza tra l’esercito bavarese e prussiano stesse: “Nella stima e nelle promozioni accordate [in Prussia] a ufficiali che, seppure efficienti e profondamente esperti, sono individui che, a motivo di una volontà di indipendenza, che talvolta sconfina dalla normale autonomia, risultano difficili da controllare, altrettanto brutali e spietati nei confronti dei subordinati e dei superiori, e inclini all’usurpazione dell’autorità”.

Alle 4,30 del 10 maggio, alla testa della 1a divisione Panzer, Heinz Guderian attraversa il confine con il Lussemburgo, direzione Sedan, distante 115 chilometri. Alle 9 varca il confine belga. Non vi fu resistenza da parte lussemburghese, mentre i Cacciatori delle Ardenne si limitarono ad azioni di retroguardia.

Le incognite nell’attraversamento delle Ardenne erano enormi. Imbottigliamento dei carri o degli autoveicoli lungo le strette strade, bombardamenti, condizioni meteorologiche, opere di distruzione, una decisa opposizione nei punti critici. Con una minuta organizzazione, preparazione ed esecuzione, i problemi vengono superati sul posto e l’appoggio aereo viene accuratamente pianificato. I piloti partecipano alle esercitazioni terrestri, i carristi a quelle aeree. Si stabilisce che l’aeronautica non effettuerà un unico pesante bombardamento, ma che darà un appoggio continuo durante tutto il tempo del passaggio della Mosa, con uno stillicidio di azioni. Gli Stuka si lanceranno in picchiata anche dopo aver esaurito il munizionamento, azionando le loro terrorizzanti sirene con un effetto paralizzante sui difensori.

L’ossessionante, incombente presenza degli Stuka fa comprendere le parole di un ufficiale inglese che comandava soldati già provati dalle fatiche, dall’esaurimento e dalle esperienza traumatica dei primi combattimenti: “Instillavano la convinzione fra di noi che ogni bomba era lanciata [dagli Stuka] deliberatamente contro di noi”. Scrive Marc Bloch: “Chi, dopo averlo udito una volta, dimenticherà mai il sibilo degli aerei in picchiata verso l’obiettivo che si apprestavano a coprire di bombe?”. Sarebbe ingeneroso un raffronto con i bombardamenti che a Verdun i poilus subirono nella prima guerra mondiale?

In tutto transitarono, per le disagiate strade e sentieri delle Ardenne, 134.000 uomini, con 41.000 automezzi e 1.600 blindati tra cui 1.250 carri armati. Osserva Lucio Ceva che il XIX Panzerkorps, se incolonnato su una sola strada, si sarebbe allungato per un migliaio di chilometri dal confine occidentale a Könisberg nella Prussia Orientale. Le problematiche sul movimento di un corpo corazzato avevano lasciato insonni gli esperti militari francesi. I generali francesi sono prima perplessi, poi sorpresi, poi sconvolti. Le tranquille certezze si rilevano fallaci. Lo stato mentale è simboleggiato dalle parole del comandante del X Corpo d’Armata generale Grandsart, il quale poche ore prima dell’attacco sostiene: “Tutto quello che avviene è conforme alle mie previsioni. Ho sempre detto che occorrono settimane se non dei mesi ai tedeschi per preparare un attacco con mezzi rilevanti”.

Un politico invece, Pierre Taittinger, presidente della Commissione militare della Camera dei deputati, è di avviso diverso. Accerta che le fortificazioni sono insufficienti e solleva perplessità perché il settore è tenuto da due divisioni di seconda schiera e da una di riserva. Osserva: “Il est des terres de malheur pour nos armes” ricordando il disastro del 1870.

Doumenc, capo di stato maggiore di Gamelin, col senno di poi così commentò l’operazione: “Basandosi sull’ipotesi che i nostri nemici si sarebbero comportati come avremmo fatto noi in circostanze analoghe, avevamo pensato che essi non avrebbero tentato il passaggio della Mosa senza prima aver fatto affluire in prima linea un’adeguata quantità di artiglieria: i cinque o sei giorni necessari per questa operazione ci avrebbero dato tempo più che sufficiente per rafforzare le nostre posizioni”. Accademicamente il ragionamento non era sbagliato. L’afflusso dell’artiglieria pesante, la sua sistemazione, l’ammassamento delle riserve di munizioni comportava, secondo le esperienze maturate, un periodo minimo di 7/8 giorni.

Guderian il 12 maggio raggiunge la Mosa con un vantaggio di 24 ore sulla tabella di marcia. Il 13 è pronto ad attraversarla ma i ponti sono stati distrutti. Il giorno precedente Huntziger, già comandante delle forze francesi in Siria, che de Gaulle riteneva l’unico possibile successore di Weygand, ordina la ritirata generale su nuove posizioni, mentre i civili cominciano ad invadere le strade in preda al panico, diffondendo un’ondata d’allarmismo. La fanteria della prima panzerdivision, protetta da un ombrello aereo di Stuka, alle 15,30 attraversa il fiume su battelli pneumatici, mentre i cannoni dei carri sparano a zero. Sfonda su un fronte di due chilometri ad ovest di Sedan e crea una sacca di cinque chilometri. La città è in fiamme. A Bulson la 55a divisione di fanteria cede al panico, in due gruppi d’artiglieria i cannoni sono abbandonati, mentre il nemico è ancora lontano. Il comando francese non si rende conto della situazione, reagisce con lentezza. Contro i ponti l’aeronautica francese racimola e manda all’attacco una trentina di aerei, quella britannica 70 Fairey Battle, dei quali 35 non tornano, mentre altri sono danneggiati in modo gravissimo. Guderian dichiara esultante: “[…] è la giornata della Flak”, e infatti la difesa contraerea ottiene risultati eccellenti.

Quando Guderian attraversa tra i primi il fiume Mosa, il tenente colonnello Balck del 1° reggimento granatieri corazzati lo apostrofa scherzosamente: “Le gite in barca sulla Mosa sono proibite!”

La notte tra il 13 e il 14 maggio, su un ponte costruito dai genieri della prima panzerdivision, transitano centinaia di carri sotto la personale supervisione di Guderian. che è dappertutto, galvanizzando i reparti con la sua presenza.
     Nel corso dell’operazione si tiene conto della francese “lenteur méthodique” nell’applicazione degli ordini.
     Guderian contesta gli ordini del suo superiore, Paul Ludwig Ewald von Kleist, generale di cavalleria, uomo dalla mentalità riflessiva e conservatrice, arrivando a disobbedirgli quando, con un perentorio Haltbefehl riceve l’ordine di fermarsi. Kleist lo raggiunge il giorno 17 e lo accusa di non aver tenuto conto delle sue indicazioni. Guderian presenta le sue dimissioni che sono accolte. Dovrà intervenire il comandante della 12a Armata generale List, delegato da Rundstedt, per risolvere l’incidente.
     Clausewitz, a cui l’ufficialità tedesca faceva costante riferimento, osservava: “In guerra nulla è al di sopra dell’obbedienza”. Di questa qualità Guderian avrà sempre una visione personale, e ad esempio nelle operazioni contro i russi a Brest-Litovsk entrerà in urto con il maresciallo von Kluge sulle modalità dell’attacco alla fortezza.

Guderian, dopo l’intervento di List, è autorizzato a continuare nell’avanzata per la quale si trova la diplomatica formula di “ricognizione in forze”. Sarà lui, il primo generale tedesco a vedere la Manica il 20 maggio 1940, dopo una cavalcata di 350 chilometri percorsi in 11 giorni.

Lo sfondamento della Mosa ha un effetto devastante sui comandi francesi, tutto l’apparato è paralizzato di fronte al ritmo con cui i Tedeschi conducono le operazioni, con generali che guidano i loro reparti stando all’avanguardia, con decisioni prese sul tamburo.

Nel dopoguerra l’olimpico Gamelin discetta sul passaggio della Mosa: “Fu una manovra notevole. Ma era stata interamente prevista? Io non lo credo: non più prevista comunque, di quanto lo fosse la manovra di Napoleone a Jena o quella di Moltke a Sedan (nel 1870). Fu un caso di perfetto sfruttamento delle circostanze. Dimostrò come truppe e comandi sapevano manovrare ed erano organizzati per operare celermente, come era consentito loro dai carri armati, dall’arma aerea e dalle radiocomunicazioni. Forse era la prima volta che una battaglia destinata ad avere conseguenze decisive veniva vinta senza che si impegnasse il grosso delle forze”.

Nelle truppe in ritirata si diffonde la paranoia per una presunta Quinta Colonna alle spalle. Si spargono voci inverosimili come quelle del lancio di 200 paracadutisti tedeschi dietro le linee. Il ministro degli Esteri olandese E. N. Kleffens, le cui condizioni mentali non dovevano essere delle migliori, dichiara che il suo paese è stato invaso da centinaia di soldati in uniformi inglesi, francesi e belghe, in abiti talari o vestiti da suore o infermiere; si aggiunge che secondo molte fonti i Tedeschi dall’alto lanciavano tavolette di cioccolato per avvelenare i bambini. Il comando inglese metteva in guardia i reparti, invitando gli ufficiali ad una stretta sorveglianza. Leggende sulla onnipotenza dei servizi segreti tedeschi, della Quinta Colonna e sui paracadutisti erano già nate nella campagna di Polonia, quando il generale Faury scriveva: “Je dénoncais l’activité de l’espionnage allemand, très étendu et constamment orienté par des parachutistes”. Negli Stati Uniti, ove la sconfitta aveva sollevato grande costernazione per la profonda stima di cui godeva l’Armée, Franx Knox, nominato ministro della Marina, consigliò a Roosevelt di inviare William Donovan in Europa per studiare il problema della Quinta Colonna. Donovan arrivò a Londra nel luglio 1940 con un giornalista,Edgar Mowrer, col quale pubblicò una serie di articoli che addebitavano alla Quinta Colonna il crollo della Francia. Si legge sul New York Times del 23 agosto: “Il capolavoro della Quinta Colonna fu senza alcun dubbio la sconfitta francese”. Va però precisato che gli autori con questa espressione intendevano anche il tradimento di personalità francesi, la propaganda radiofonica, armamenti e nuove tattiche che misero in ginocchio l’Armée in tutte le sue componenti. Nell’aprile 1941 la rivista americana Foreign affairs era già in grado di escludere la presenza di questa fantomatica organizzazione: “Non sono state espresse opinioni sulle attività della Quinta Colonna. Uno studio comparativo sulla strategia, basato su dati corretti, porta a concludere che il peso di questi fattori [attacchi aerei e Quinta Colonna] sull’effettivo andamento della guerra in Francia è stato sovrastimato”. Nel dopoguerra lo storico Eddy Bauer scrive: “Una cosa è certa, comunque. In Francia non vi fu mai una Quinta Colonna”.

Per associazione di idee vengono alla mente le teorie su trame e tradimenti con i quali non solo negli ambienti della Destra fascista si giustificavano le vergognose sconfitte dal Regio Esercito.

D’altronde anche nella precedente guerra mondiale l’ossessione per la Quinta Colonna non era da meno tanto che nel 1916 furono proibiti i giochi degli scacchi sui giornali britannici temendone l’utilizzazione come codici segreti fra le spie.

Il 14 maggio l’avanzata tedesca continua. A sera Huntziger rassicura Georges che tutti gli itinerari sono bloccati, anche se la 3a divisione corazzata non ha proceduto al contrattacco per “ragioni tecniche”. Georges, ritenendo che una divisione corazzata in difensiva non serva a niente, ne ordina l’immediato passaggio all’attacco in direzione di Sedan: “Ė il solo mezzo per riprendere l’ascendente sul nemico e paralizzarne la progressione verso l’ovest o il sud”. Reitera l’ordine alle ore 6 del giorno 15: Huntziger alle sette finalmente emette l’ordine da eseguire con “la plus grande vigueur en utilisant toute la puissance du matériel mis à la disposition du 21° C.A.”. Si dovrà arrivare alle 17,30 per l’inizio: La divisione era dispersa in un raggio di 20 chilometri, l’attacco risultò fiacco e discontinuo. Fu un totale fallimento.

Nel frattempo de Gaulle, nominato insieme ad altri cinque colonnelli generale di brigata a titolo provvisorio, assume il comando ad interim della 4a divisione corazzata esistente solo sulla carta. Affrettatamente raduna il giorno 15 a sudest di Laon tre battaglioni di carri che lancia in un disperato contrattacco, riconquista qualche chilometro, fa un centinaio di prigionieri, ma viene ricacciato. Otto giorni dopo riceve l’ordine di attaccare in direzione d’Abbeville con 140 carri, 6 battaglioni di fanteria e un gruppo di artiglieria. L’azione ha successo ma non riesce a capovolgere la situazione generale. L’episodio venne enfatizzato nel dopoguerra dai suoi ammiratori ma Kleist sostenne: “L’attacco non ci mise in pericolo nella misura che si disse più tardi. Guderian se la sbrigò da solo senza chiedermi aiuto e io lo seppi soltanto il giorno dopo”. Il pericolo più grave all’avanzata era venuto dagli alti comandi che, sbalorditi dalla sua incredibile rapidità, fermarono la progressione nell’attesa dell’arrivo delle divisioni di fanteria. Guderian, al quale era stata concessa la possibilità di effettuare “ricognizioni in forze”, ne approfittò in modo elastico, riprendendo la sua marcia verso il mare. Il 24 maggio arriva ad Abbeville sulla Manica, poi si spinge su Boulogne e circonda Calais, infine arriva a Gravellines a 20 chilometri da Dunkerque.

Guderian ha così semplicemente messo in atto un principio clausewitziano: “In genere è più vantaggioso continuare ad operare nella stessa direzione che gettare le forze or qua, or là, perché questi spostamenti implicano una perdita di tempo e perché là ove la forza morale del nemico è stata più scossa da perdite considerevoli, nuovi successi sono più facili ad ottenere: agendo quindi in tale direzione non si trascura una parte della preponderanza acquisita”.
     Durante tutte le operazioni il tempo è splendido come in Polonia, verrà battezzato das Hitler Setter.

Quando Guderian il 17 giugno arriva a Pontarlier sul confine svizzero, l’OKW crede a un errore con Pontailler-sur-Saôn. Guderian risponde laconicamente: “Nessun errore sono personalmente a Pontarlier, frontiera svizzera”.

È l’ora più bella per il teorico dei panzer. L’avvenire non gliene darà più.

Rommel
Tra i generali tedeschi Erwin Rommel, beniamino di Hitler, fu il più celebrato, sovrastando uomini come Manstein e Guderian.
    Erwin Rommel, nato nel 1891 a Heidenheim, una cittadina del Wurttemberg, figlio di un professore di matematica che portava il suo stesso nome, su sollecitazioni del padre si arruola nel luglio 1910 col grado di aspirante nel 124° Reggimento di fanteria König Wilhelm I. Il grado comportava un periodo di servizio come semplice soldato, superato il quale l’anno successivo entra nella scuola allievi ufficiali di Danzica. Nel gennaio 1912 torna al suo reggimento col grado di sottotenente. Ufficiale valoroso combatte in Francia, Romania e Italia ed è decorato nel 1915 con la Croce di ferro di I classe, seguita nel 1917, a seguito delle sue azioni nella battaglia di Caporetto, dalla medaglia “Pour le mérite”, la più alta decorazione militare della Germania imperiale, quasi sempre appannaggio degli ufficiali generali. Finisce la guerra con il grado di capitano, ha 27 anni, entra nella Reichswehr, pur non essendo ufficiale di stato maggiore, per i quali esisteva una preferenza.
    Sarebbe interessante consultare un rapporto sulle promozioni nell’esercito italiano e germanico nella Grande Guerra. Cavallero ad esempio, capitano all’inizio, ne esce a 38 anni generale.
    Rommel non accetta la sconfitta. Nel 1925 scrive: “Durante quattro anni di guerra noi non abbiamo riportato che vittorie di fronte agli Alleati. L’armistizio del 1918 non è la conseguenza di una defezione dei militari ma dei civili”. La stragrande maggioranza dei militari è d’accordo sulle responsabilità della classe politica. Propagandata dai nazisti nasce la leggenda della Dolchstoß (pugnalata nella schiena), che ha portato al sabotaggio dello sforzo bellico ad opera degli ebrei e dei socialisti, un comodo alibi.
     Il 21 dicembre 1918 Rommel torna al suo antico reggimento di stanza a Weingarten. Il primo gennaio 1921 passa a Stoccolma dove comanda una compagnia del 13° Fanteria, vi resterà per nove anni. Nell’ottobre 1929 diventa istruttore nella Scuola di fanteria di Dresda. Si mette in luce con un’opera sulla tattica della fanteria Infanterie Greift An, tradotto in italiano nel 1972 con il titolo “Fanterie all’attacco”. Maggiore nel 1933, con l’avvento di Hitler e l’allargamento dei quadri la sua carriera subisce un’accelerazione. Nell’ottobre comanda il 3° Battaglione del 17° Reggimento di fanteria alpina a Goslar. Il 2 agosto 1934, come tutti membri delle Forze Armate, giura “obbedienza incondizionata” ad Adolf Hitler, führer del Reich e del popolo tedesco, che conoscerà nel settembre dello stesso anno. Nel marzo 1935, tenente colonnello, è assegnato come istruttore all’Accademia militare di Potsdam. Nel luglio 1937 è colonnello, nel novembre 1938 comandante della Scuola di guerra di Wiener-Neustadt. Diventa poi comandante del Führerbegleitbattalion (battaglione della guardia personale di Hitler), col quale entrò in sintonia durante l’occupazione dei Sudeti e della Moldavia-Boemia, ricevendo il grado di maggiore generale. Durante la campagna di Polonia ricopre la carica di comandante del Quartier Generale del führer ma non partecipa ai combattimenti. Il 15 febbraio 1940, a 48 anni, con la benevolenza di Hitler, assume il comando della 7a divisione Panzer, di stanza a Godesberg sul Reno. È anagraficamente il più giovane comandante di una Panzerdivision, e quello nominato da minor tempo. Ufficiale di fanteria, privo dell’esperienza di stato maggiore, ignorava i meccanismi di comando delle unità corazzate, ma era dotato di quella straordinaria duttilità che permette ad ufficiali provenienti dalla cavalleria come von Kleist, Senger und Etterlin, von Manteuffel e Westphal di passare al comando di Panzerdivisionen; e ad un generale di aviazione, Albert Kesselring, di comandare le forze tedesche in Italia, tenendo n scacco per venti mesi gli eserciti alleati con una lenta ritirata di 1.300 chilometri.
    Rommel nel corso del primo conflitto mondiale aveva maturato e attuato una tattica che, eliminando i pesanti bombardamenti di artiglieria, prevedeva che piccole unità si infiltrassero nelle linee, tastando i punti più deboli, puntando in profondità su depositi, posti di comando batterie, centri telefonici, seminando il panico nelle retrovie. Gli fu subito chiaro che la velocità di movimento, che era stata la palla al piede per gli Stosstruppen, diventava un moltiplicatore di forza ossia, per usare un termine inglese, un force enablers per la divisione Panzer.
    Nell’offensiva del maggio 1940 il comando supremo gli affida come obiettivo Dinant sulla Mosa, distante circa 100 chilometri dal confine belga. Non è fortunato, deve districarsi fra ostacoli e fossati preparati dai Belgi ed in 3 ore percorre appena 6 chilometri. L’11 maggio arriva sul fiume Ourthe, lo supera, avanza sempre più velocemente, attraversa la Mosa con un colpo di fortuna: i Francesi non avevano fatto saltare una diga che collegava una piccola isola al centro del fiume. La diga viene percorsa e superata da motociclisti appiedati che si trincerano sull’altra sponda. Alle ore 3 del giorno 13 Rommel arriva a Dinant. La situazione è difficile, la fanteria non riesce a passare il fiume, inchiodata dall’artiglieria francese, i motociclisti sono soli sull’altra sponda. Intervengono i pochi carri armati Mark IV che, con i loro 75, iniziano il fuoco contro l’opposta linea avanzando lentamente lungo la sponda. Rommel è dappertutto, incita gli uomini e finalmente al tramonto i carri avanzano sui ponti gettati dai genieri che pagano un altissimo prezzo di sangue. Il giorno successivo il suo carro viene colpito e si rovescia in un fossato. Riporta una ferita alla guancia e si salva a mala pena È sempre all’avanguardia. Arriva a Onhaye a sera scacciandone i reparti nordafricani dopo accaniti combattimenti. Il giorno successivo avanza, ha finalmente l’appoggio aereo. A Flavion batte la 1a divisione corazzata del generale Bruneau in un breve combattimento.

La divisione francese era in addestramento a Suippes a nord di Châlon. Allertata, si era divisa: i carri viaggiarono sui treni, il materiale rotabile per le strade. Punto di riunione a 144 chilometri a nord di Charleroi. Davanti alla Commissione d’inchiesta costituita nel dopoguerra, Bruneau disse: “Fu terribile. Era una teoria del passato”.

Rommel punta poi su Philippeville, spronando i suoi uomini che crollano per la stanchezza e la mancanza di sonno. Il giorno 16 è quello della gloria. Attacca la continuazione della linea Maginot, distrugge la 18a divisione del generale Duffet e la 4a del generale Sancelme. Le supera, continua l’avanzata durante la notte, cosa che sorprende i francesi in quanto tale azione è contraria a tutti i canoni strategici. Arriva così a 30 chilometri da Avesnes, deve fermarsi perché non ha più benzina, cosa che suscitò nei suoi uomini la speranza di poter riposare. Agli ufficiali superiori dà nuovi ordini che li lasciano sbalorditi: “La nostra prossima linea di marcia é Le Cateau-Arras-Amiens-Rouen-Le Havre”. Il giorno 18 ha un violentissimo scontro con corazzati francesi a Le Cateau.

Le preoccupazioni di Hitler, sbalordito per la velocità con cui procede l’avanzata e il timore di manovre francesi per tagliare il sottile filo nel quale procedevano le Panzerdivisionen, pesarono anche su Rommel.

Il giorno 19 è vicino a Marquion e dispone un attacco notturno verso Arras: i panzer sono ormai a 75 chilometri dal mare. Si scontra per la prima volta con gli Inglesi. Dopo aver respinto un pesante attacco di carri al comando del generale Martel mettendo in linea anche i cannoni antiaerei da 88 mm, arriva ad Arras, abbandonata da Gort. Rommel attacca ancora il B.E.F. ad est di Béthune e sfonda nuovamente le linee, si spinge fino a Elbeuf. Dopo aver aggirato Rouen punta sulla costa verso Dieppe ed a Saint-Valéry-en-Caux fa prigioniera l’intera 51a divisione Highland col suo comandante. Il 14 giugno arriva a Le Havre. Cherbourg è raggiunta il giorno 19 Ha percorso 240 chilometri, resterà un primato in tutta la campagna di Francia. Esultante scrive alla moglie: “I nostri successi sono strepitosi. Mi pare inevitabile un rapido crollo del nemico. Non avremmo mai pensato che la guerra in occidente si sarebbe presentata così”. A lui si arrendono, con 30.000 uomini, il comandante del distretto marittimo e il comandante delle forze navali del Nord. Riceve, primo comandante di divisione, la Croce di Cavaliere nella campagna all’ovest. Si metterà definitivamente in luce in Africa settentrionale. La sua meritata fama venne ingigantita dalla propaganda che ne fece una figura prestigiosa.

Di lui il suo entusiasta biografo Desmond Young scrive che apparteneva “[…] a quella specie di uomini che solo in guerra trovano l’unica occupazione perfettamente congeniale”. Liddell Hart così lo valuta: “L’aspetto più saliente dei successi di Rommel [in Africa settentrionale] è costituito dal fatto che furono conseguiti con forze inferiori a quelle dell’avversario e senza il dominio dei cieli. Nessun altro generale dei due campi in lotta, riuscì a vincere in condizioni del genere, fatta eccezione per i primi comandanti agli ordini di Wavell; e i loro successi furono ottenuti contro le truppe italiane”. Aggiunge nei The Rommel papers: “Uno dei pochi condottieri famosi che merita anche una menzione come pensatore e scrittore di cose militari”. Il generale Hoth, suo superiore in Francia, scrisse che aveva “esplorato strade nuove nel comando di una divisione corazzata”. Altri lo considerarono un ottimo comandante in battaglia, ma carente per quanto riguarda la strategia e i problemi della logistica. La considerazione in cui era tenuto Rommel negli ambienti militari italiani può essere valutata dall’ordine che il generale Bastico, comandante in capo delle forze armate italotedesche in Africa Settentrionale e suo comandante nominale, gli impartì nel corso dell’offensiva britannica in Cirenaica tra il novembre 1941 e il gennaio 1942: “Sottoporgli preventivamente ogni intendimento operativo, compreso l’eventuale spostamento di qualche grande unità”. Bastico, assunto al rango di maresciallo d’Italia, tipico esponente della classe militare italiana, era assolutamente incapace di comprendere che le decisioni andavano prese “sul tamburo” in situazioni sempre fluide e in rapidissima trasformazione. All’accusa rivolta a Rommel da parte di ufficiali italiani di essere introvabile nel corso dei combattimenti, il generale Mancinelli commentava, forse maliziosamente, che Rommel non era affatto “introvabile durante il combattimento, ma spesso poteva riuscire estremamente scomodo raggiungerlo nel punto focale dell’azione”. Wilhelm von Thoma, un carrista le cui esperienze risalivano alla guerra civile di Spagna, scriveva che il comandante doveva avanzare “in mezzo ai suoi carri” e “dare ordini dalla sella” come facevano un tempo i comandanti della cavalleria. “Il compito tattico del comandante è in prima linea ed egli deve essere sempre presente ove si combatte. Il lavoro amministrativo deve essere lasciato al primo ufficiale di stato maggiore”. Questi elementi facevano parte del bagaglio di ogni comandante. Rommel applicò i suoi principi che si possono riassumere in pochi capisaldi: aprire il fuoco sul nemico con tutte le armi disponibili in ogni direzione, usare la velocità e la sorpresa per confonderlo, avanzare velocemente senza badare ai fianchi e alle spalle, usare tutti i sotterfugi possibili e ultimo ma il più esiziale, comandare dalla prima linea.

Gort
La Gran Bretagna calcolava di inviare 11 divisioni in Francia nel maggio 1940, 16 nell’agosto e 22 nel mese di ottobre dello stesso anno, che avrebbero potenziato il B.E.F. (British expeditionary force) agli ordini del generale Gort, portandolo a due Corpi d’Armata, ciascuno su due divisioni di fanteria (D.I) con un armamento rinnovato.
    Il generale John Gort, allievo di Sandhurst, che si fregiava dell’ambitissima Victoria cross, si era valorosamente comportato nella Grande Guerra, aveva comandato una brigata della Guardia dal 1930 al 1932 e nel 1937 era stato nominato capo di Stato Maggiore imperiale. Segno della confusione dei tempi Gort, capo di Stato Maggiore imperiale, assume il comando del B.E.F. e il generale Ironside, che doveva comandare il corpo spedizionario, è nominato capo di Stato Maggiore imperiale diventando superiore del suo ex superiore. La scelta fu effettuata in un burrascoso consiglio dei ministri il giorno della dichiarazione della guerra. Entrambi alle 19,30 furono presentati al re. Liddell Hart sostiene che: “Gort voleva assolutamente il comando del nuovo corpo di spedizione”68. Ironside non durerà a lungo, nel maggio 1940 passerà al comando delle forze metropolitane sostituito dal generale Dill.
     Il 10 settembre 1939 partono da Bristol, Plymouth e Southampton i primi convogli per la Francia. Il Comando viene fissato provvisoriamente a Mans, ma tre settimane dopo il corpo spedizionario raggiunge la regione di Lille, ove è posto agli ordini del Groupe d’Armées n.1 (G.A. n.1) del generale Billotte. Il Comando viene sistemato a Habarcq a ovest di Arras. I due Corpi d’Armata che si formarono nel tempo furono affidati ai generali John Dill e Alan Brooke, futuro capo dello Stato Maggiore generale imperiale, il quale tenne un diario pubblicato a cura di Arthur Bryant, dal quale si evidenzia che si riteneva autore della vittoria alleata nel secondo conflitto mondiale. Sir Alan Brooke, in seguito Maresciallo di campo e visconte, era stato sino al 28 luglio 1939 comandante dell’Artiglieria contraerea.
     Per inciso, alla stragrande maggioranza degli ufficiali superiori, vincitori o vinti, non si negava un titolo nobiliare.
     Alan Brooke disistimava profondamente gli ufficiali francesi, e ne aveva per tutti, “ […] il comandante supremo era vecchio e stanco e i suoi luogotenenti […] si interessavano più di gastronomia che di faccende militari […] Giraud un don Chisciotte”. Tutti erano dediti ai piaceri della tavola,e Brooke in qualche caso riporta il menù dei convivi, commentando sconsolatamente: “Non posso fare a meno di domandarmi se i francesi siano ancora una nazione solida abbastanza per prendere parte a questa guerra”. Sulla Maginot avanza delle perplessità, ritenendo che i fondi: “Andavano meglio spesi in difese mobili, per esempio costruendo una maggiore quantità di aerei e costituendo più divisioni corazzate”. Su Gort, suo comandante: “[…] non aveva una visione generale della situazione; si perdeva nei particolari”. La disistima era comune: “Gort ce l’ha con Brooke: dice che gli fa sempre delle difficoltà e vorrebbe sostituirlo. Potrebbero esserci anche altri cambiamenti. I comandanti di divisione e di brigata del corpo di spedizione non sono gran che …” si legge in L’arte della guerra nel XX secolo, di Liddell Hart, strano titolo per un’opera intitolata Memoirs.
    A metà aprile Dill torna in Inghilterra per assumere la carica di Vice Capo dello Stato Maggiore imperiale, mentre i corpi d’armata furono portati a tre. Dill reggerà la carica fino al dicembre 1941 quando diventerà: “mio personale rappresentante militare presso il Presidente e capo dello Joint Staff Mission” in America, scrive Churchill. La forza iniziale della B.E.F. era di cinque divisioni regolari di soldati professionisti, alle quali si aggiunsero divisioni della riserva volontaria, i “soldati del sabato sera” come venivano definiti. Nell’inverno 1939- 1940 il Coro di spedizione aumenta a 400.000 unità tra il fronte e le retrovie. Sorgono i primi contrasti tra i capi. Gamelin, in accordo col generale Ironside, inquadra la B.E.F. nel dispositivo francese, tenendola lontana dalla Manica, memore degli accadimenti del passato conflitto; Georges era invece intenzionato di sistemarla all’estrema sinistra del suo Gruppo. Tra Gort e Georges si stabilisce sin dall’inizio una identità di vedute, confortata dalle disposizioni del Segretario di Stato alla Guerra Leslie Hore Belisha, il quale gli aveva ordinato di mettersi agli ordini del comandante in capo francese del fronte Nord-Est.
     Quando il 13 maggio 1940 le unità britanniche sono attaccate si comportano bravamente, mentre il fronte cede indietreggiano ordinatamente su posizioni già preparate. Il 15 maggio Billotte dà segni di cedimento, l’ufficiale di collegamento britannico, maggiore Archdale, scrive: “Oggi per la prima volta ho visto il quartier generale del G. A n. 1 scricchiolare, e oggi per la prima volta i miei dubbi sul generale Billotte hanno cominciato a prendere consistenza”.
     Lo stesso giorno avviene il primo duello tra carri quando si incontrano le due divisioni panzer di Hoepner, (che finirà impiccato l’8 agosto 1944), e due DLM di Prioux.
     Dal diario di Ciano alla data del 15 maggio: “Molta eccitazione per lo sfondamento a Sedan della linea Maginot. Eppure è una notizia che non mi persuade completamente […]. Il giorno successivo: “La notizia era molto esagerata”.
     Il 16 maggio Gort chiede a Billotte di conoscere il piano d’azione senza ricevere risposta, il 18 percepisce che la battaglia è perduta e dispone i preparativi per la ritirata. Suo obiettivo salvare gli uomini anche contro gli ordini del suo governo che, a suo giudizio, non si rende conto della gravità della situazione. Il 25 maggio insiste con il generale Dill, il quale a sua volta per telefono persuade il governo. Il mattino successivo ha carta bianca. Alan Brooke, che non è mai stato tenero con lui, scrive: “[…] questo coraggioso, semplice e leale soldato aveva deciso di rischiare ogni cosa, compreso il suo proprio onore, pur di tenere aperta la strada per Dunkerque e ritirarsi finché c’era ancora tempo”.
     Il 21 maggio Weygand convoca a Ypres i comandanti delle grandi unità, Billotte partecipa alla riunione e ne spiega il contenuto a Gort ma, di ritorno al suo quartiere generale resta ucciso in un incidente automobilistico. Il giorno successivo Blanchard, nuovo comandante del G.A. n.1, ha un abboccamento con Gort per preparare l’offensiva voluta da Weygand, ma il fronte belga cede e Gort ordina la ritirata generale. Nel naturale caos che si è creato Weygand il giorno 28 ordina a Gort di attaccare energicamente. L’ordine è disatteso.
     Due giorni prima era stata predisposta l’Operazione Dynamo, l’inglorioso reimbarco del contingente inglese.

Rommel, in una cavalcata attraverso la Francia, aveva percorso in 3 ore e mezzo 150 chilometri da Montreuil a La Haye-du-Puits; alla moglie scriverà di un “tour de France éclair”. Gli Inglesi non sono da meno, in 24 ore si ritirano per 250 chilometri e il giorno 5, con l’operazione Dynamo predisposta dall’ammiragliato, si reimbarcano a Dunkerque circa 340.000 soldati di cui 130.000 francesi. L’operazione principale avviene tra il 27 maggio e il 4 giugno, mentre circa 28.000 soldati non necessari in Francia, erano già stati evacuati prima del 27 maggio. L’operazione si svolse da un porto semidistrutto e spiagge aperte dalle quali furono salvati circa 100.000 soldati, spesso scalzi e disarmati. Furono impiegate 850 tra navi e altre imbarcazioni. Un incrociatore antiaereo, 56 cacciatorpediniere e torpediniere, 6 avvisi, 7 pattugliatori 2 cannoniere, 11 corvette e cacciasommergibili, 38 grandi cacciamine, 230 motopescherecci, 3 unità per servizi speciali, 3 unità per l’abbordaggio armato, 15 motosiluranti e unità antisommergibili, 372 unità statisticamente definite “altro naviglio piccolo”. 243 di questi natanti non tornarono. Dai conteggi furono “omessi i battelli da salvataggio e altri piccoli natanti di proprietà privata, di cui mancano i dati. Si persero 76 unità per fuoco, 163 per altre cause, 43 danneggiate” scrive Roskill nel suo The war at sea, 1939-1945. Alle perdite si aggiunsero 175 aerei distrutti o danneggiati. Dunkerque fu la dimostrazione delle capacità navali e aeree della Gran Bretagna, dell’inesistenza della marina germanica, e dei limiti di efficienza della Luftwaffe a contatto con la R.A.F.

All’operazione Dynamo parteciparono centinaia di proprietari di piccole imbarcazioni che volevano riportate a casa “i nostri ragazzi”. Agli ordini dell’ammiraglio Ramsay fu raccolta la maggior quantità di naviglio anche di piccolo tonnellaggio. Scrive Churchill: “Tutti i cantieri marittimi da Teddington a Brightlingsea furono passati in rassegna dagli ufficiali dell’Ammiragliato, che poterono così il giorno seguente concentrare a Sheerness oltre quaranta motobarconi e motolance. Contemporaneamente, battelli di salvataggio dei transatlantici attraccati ai dock di Londra, rimorchiatori del Tamigi, panfili, pescherecci, chiatte e barconi di ogni sorta - qualunque scafo potesse riuscire utile per il reimbarco dalla spiaggia - furono mobilitati. La notte del 27 una fiumana di piccoli natanti cominciò a scorrere verso il mare, prima per i nostri porti sulla Manica e poi al lido di Dunkerque e al nostro amato Esercito. Appena la necessità del segreto poté essere attenuata, l’Ammiragliato non esitò a dare tutto l’appoggio possibile all’impulso che spontaneamente si comunicò alle popolazioni marinare della nostra costa orientale e sud-orientale. Chiunque possedesse un battello di qualsiasi genere, a vela o a vapore, salpò per Dunkerque e i preparativi, fortunatamente già iniziati da una settimana, furono ora efficacemente agevolati dallo spirito d’improvvisazione di volontari numerosi oltre ogni dire”.

Vale la pena di riportare un brano di Ivan Michajlovič Majskij, ambasciatore sovietico a Londra dal 1937 al 1943, che in una nota del 27 novembre 1939, così descrisse lo spirito inglese di fronte alla guerra: “Quando si guarda all’Inghilterra nell’ora attuale, si ha l’impressione di essere di fronte a un uomo potente e vigoroso abbigliato con un’uniforme a metà militare e equipaggiato di armi assolutamente primitive. Si occupa con energia a battere il passo e a gonfiare il petto come farebbe un campione da fiera. Si direbbe che è impaziente di partire all’attacco ma in realtà si sforza disperatamente di non battersi e cerca la prima occasione appropriata per sbarazzarsi del suo trasferimento inabituale, infilare le pantofole e sedersi vicino al fuoco leggendo il suo giornale. […] A! Non vi è nemmeno il minimo spirito guerriero in Inghilterra oggi. […] Vi è da pensare che la guerra sarà presto finita”. La valutazione del diplomatico sullo spirito militare inglese alla luce dei successivi accadimenti non va commentata ma, secondo François Bédarida si adattava perfettamente allo spirito francese.

Gli Inglesi parlarono di successo morale perché avevano salvato la maggior e miglior parte dell’esercito, ma Churchill giudiziosamente osservò: “Dobbiamo stare molto attenti a non dare a questo salvataggio i caratteri di una vittoria. Non si vincono le guerre con le evacuazioni”. Si trattava come scrive Masson “d’hommes nus” che avevano abbandonato sulle spiagge enormi quantità di materiali e armamenti, ma costituivano l’ossatura dell’esercito che quattro anni dopo sarebbe sbarcato sul continente. In pratica quasi l’intero esercito britannico, composto da professionisti tornò a casa, fu un successo straordinario per il morale. Tra questi soldati vi erano quasi tutti i generali che diventeranno comandanti, sia pure con alterne vicende, dei futuri eserciti. Harold Alexander e Bernard Montgomery vincitori della guerra, Dempsey comandante di un’armata in Normandia, Neil Ritchie grande sconfitto in Africa, Alan Brooke, futuro Capo di Stato Maggiore imperiale, Morgan, futuro Capo di Stato Maggiore nel Mediterraneo e il generale Martel esperto in carri armati.

Uscendo dal tema si può aggiungere che la battaglia aerea del 1940, che doveva essere il prologo all’invasione della Gran Bretagna, fu la prima battaglia aerea decisiva della storia. I destini di un paese furono difesi per la prima volta dall’aeronautica, in un insieme di capacità tecniche, valore dei piloti, radar, superiorità dello Spitfire in certe configurazioni di volo, un capo tanto politico quanto militare capace di decidere anche nei dibattiti più tecnici.

La Gran Bretagna è dinnanzi a un dilemma, uscita dal continente vuole che la Francia non esca dalla guerra.

L’ammiraglio Alberto Salvatori, col caratteristico complesso di inferiorità dei marinai italiani nei confronti degli Inglesi, li descrive come: “l’amichetto che raccoglieva i giocattoli e se ne tornava precipitosamente a casa quando cominciava a perdere”. In Sicilia l’esercito italiano “non raccolse i giocattoli” ma si arrese sul posto.

Il führer il 21 maggio, in un colloquio col Grande ammiraglio Raeder, aveva sostenuto che la guerra sarebbe stata ancora lunga. Keitel, facendo appello alla sua esperienza nella guerra precedente, sosteneva che il terreno non era adatto ai corazzati, Goering telefonò dal suo treno di comando richiedendo l’onore per la sua Luftwaffe di distruggere i resti dell’esercito inglese, lamentando che l’arma prediletta di Hitler non aveva ancora avuto il suo momento. Il 24 Hitler ebbe un abboccamento con Rundstedt al termine del quale ordinò lo stop ai corazzati, Guderian fu fermato a pochi chilometri dalla spiaggia. È confortato dalle valutazioni di Goering il quale il giorno 27 dichiara: “Solo le barche da pesca potranno passare, io spero per i Tommy che sappiano nuotare bene”. Kesselring, comandante della 2a Armata aerea, dichiara che i bombardieri a grande raggio d’azione non potranno effettuare più di una missione al giorno per la distanza dalle basi, che i bombardamenti notturni su Dunkerque saranno imprecisi, mentre i bombardieri leggeri sono duramente impegnati nelle operazioni. Le perdite aeree cominciano ad avere un preoccupante aumento, entrano in azione i caccia di stanza nella Gran Bretagna. La Luftwaffe comincia a perdere il mito dell’invincibilità.

Nel dopoguerra le polemiche avvamparono.

Per la mancata distruzione del corpo di spedizione, Liddell Hart parlerà di: “Improvvisa e inspiegabile esitazione di Hitler”, Vittorio Barbati di “Motivi che ancora oggi appaiono oscuri”, Taylor “I tedeschi non afferrarono appieno le dimensioni della loro vittoria”. Nelle sue memorie il maresciallo Alexander, che diresse la retroguardia al comando della 1a divisione, osserverà: “E alla domanda: Chi ha salvato il corpo di spedizione britannico in Europa?, la mia risposta sarà sempre Hitler”. Churchill e gli storici inglesi, Ellis, Butler, Horne, la facevano risalire a Rundstedt, smentiti però da Guderian che a fine guerra commenterà: “Adesso è impossibile prevedere quale sarebbe stato il futuro andamento della guerra se allora fossimo riusciti a far prigioniero a Dunkerque il B.E.F.”. Manstein avanza tre ipotesi: Hitler voleva conservare i carri per la battaglia nella Francia centrale, voleva dare una chance alla Luftwaffe di Goering, riteneva che una pace di compromesso non sarebbe stata possibile con la distruzione dell’esercito inglese. Von Thoma fu il più deciso nel suo giudizio: “Con un pazzo è impossibile discutere. Hitler sprecò una possibilità di vittoria”. L’interessato, quando Kleist rispettosamente gli fece osservare che si era perduta la grande occasione, rispose: “Può darsi che sia così. Ma non volevo mandare i carri armati nelle paludi delle Fiandre” e aggiunse le fatidiche parole: “Gli inglesi in questa guerra non li rivedremo più”.

I Tedeschi all’epoca non ebbero la percezione del numero di soldati fuggiti. Kesserling nelle sue memorie sostiene che: “Anche la cifra di 100.000 ci sarebbe sembrata molto esagerata”.

Per l’evacuazione Reynaud protestò amaramente con Churchill: “Questa manovra dell’esercito inglese è in netto contrasto con gli ordini tassativamente rinnovati questa mattina dal generale Weygand. […] Non ho bisogno di mettere in risalto la gravità delle possibili conseguenze”.

A posteriori nelle sue memorie Weygand si lamenta: “[…] non mi spiego perché il generale Gort non mi abbia portato a conoscenza delle sue decisioni”.
     La rottura tra i due campi è totale, gli Inglesi hanno persa ogni fiducia nell’Armée, i Francesi che non hanno capito che la guerra è perduta, si sentono abbandonati e traditi. Ne approfittano i Tedeschi con una intensa propaganda.
     Gort non avrà più comandi di primo grado, passerà da Gibilterra a Malta e poi in Palestina. I Francesi lo ricordano come un uomo modesto, leale, disponibile, con il quale nella drôle guerre sono stati stabiliti ottimi rapporti. A suo merito va la capacità di avere ben analizzato la situazione sul campo e di saper prendere immediate decisioni, disobbedendo anche agli ordini. Alexander, nelle sue memorie, sostiene che: “[…[ non abbia ricevuto un sufficiente riconoscimento dei suoi meriti per la condotta di tutta l’operazione di ripiegamento”. Il maggiore generale sir Edward Spears lo descrive come: “Uomo semplice e diretto ma non intelligentissimo”, lo storico John Keegan è più brutale: “[…] aveva la mentalità di un comandante di battaglione di linea”75. Cosa che, a giudizio di chi scrive, poteva estendersi alla stragrande maggioranza dell’ufficialità britannica che, è imbarazzante scriverlo, batté regolarmente il Regio Esercito in Africa fino all’arrivo dell’Africa Korps. Sarà stato anche “non intelligentissimo”, ma il giudizio che diede sulla campagna di Francia nell’ottobre 1941, ancora a botta calda, è coraggioso e acuto: “La velocità con la quale il nemico sfruttò le penetrazioni nello schieramento francese, la disponibilità ad accettare i rischi per raggiungere gli scopi e lo sfruttamento di ogni successo all’estremo limite enfatizzarono, anche più completamente che nelle campagne del passato, il vantaggio che spetta al comandante che sa come usare al meglio il tempo e come dominarlo senza diventarne schiavo”.
    La campagna di Francia è un classico esempio di rapporti tra alleati. Fino a quando le cose vanno bene, ma sarebbe meglio dire non si mettono male, i rapporti reggono; quando sopravvengono difficoltà, sorgono particolarismi e si risvegliano interessi nazionali spesso contrastanti.

Giugno 1940
De Gaulle incontra Weygand il primo giugno nel castello di Montry. Il comandante in capo prevede l’attacco nemico per il 6 giugno con il doppio delle divisioni che può opporre. È palesemente sfiduciato, ritiene che, con la sconfitta nel territorio metropolitano, la Francia abbia perduto la guerra. Non sa pensare in grande, “Vi si opponevano l’età come la mentalità, ma soprattutto il temperament”, sostiene de Gaulle.

La difesa viene affannosamente riorganizzata sulla linea Somme-Aisne collegata per Montmédi e Longuyon all’intatta linea Maginot. E intatta rimase la linea fino alla fine della guerra, pur priva dei reparti sistemati alle sue spalle; l’unico forte perduto era su un fianco protetto dal fuoco di un altro.
     La guerra era ormai decisa, le panzerdivisionen dilagavano per la pianura francese quando il 14 giugno iniziò l’attacco alla fortificazione di La Ferté, l’opera più a ovest della linea, che comprendeva due blocchi, particolarmente debole in quanto costituita da casematte e da un sistema d’inondazione che non fu particolarmente efficace per la mancanza d’acqua. Fu respinto per due giorni dalla guarnigione, che inflisse forti perdite agli attaccanti, appoggiati dall’artiglieria pesante e da bombardieri in picchiata. 105 uomini con i loro ufficiali rimasero sul terreno, eppure sapevano che la guerra era perduta. Le unità di rinforzo del settore erano state rastrellate per formare la linea Weygand. La Maginot aveva resistito ai bombardamenti dell’artiglieria pesante e dell’aeronautica: quando entrò in azione un 420 tedesco, i risultati furono mediocri. 48 colpi centrarono il forte di Schoenenbourg che conservò i suoi mezzi di fuoco.
     Il führer ricavò la lezione, i mezzi a disposizione erano insufficienti e fu creato un materiale ultra pesante, il mortaio da 560, che avrebbe devastato i forti di Sebastopoli.
     Weygand dispose una difesa a istrice: posizioni di resistenza disposte a scacchiera che dovevano incanalare, frazionare, logorare le forze attaccanti e dividere i carri dalla fanteria. Prescrive, reso forte delle cocenti, passate esperienze, una difesa in profondità arroccata sui villaggi e punti organizzati dove sarà ripartita l’artiglieria divisionaria che, con fuoco incrociato, affronterà i carri avanzanti. Fuller, come Guderian, definisce tale risoluzione un suicidio per la mancanza di reparti corazzati per i necessari contrattacchi tra i vari capisaldi. La stessa tattica venne usata nell’inverno 1941 da Hitler sul fronte russo, vietando ogni ritirata, quando i Sovietici passarono al contrattacco. Weygand parlando il 4 giugno col generale Altmayer esclama: “La Somme, la Somme! Resistete fino al 15 giugno data alla quale avrò il mio dispositivo e le mie riserve”.
     Ma qualsiasi disegno operativo fosse stato applicato, la situazione era senza vie di uscita ed il problema non era risolvibile: non vi erano divisioni sufficienti per tenere tutto il fronte tra la Somme e la frontiera svizzera. Si potevano schierare 71 divisioni, alcune solo di nome. La 3a e la 4a divisione corazzata hanno la metà dei carri, la 2a, la 3a e la 5a D.L.C. dispongono di solo 35 autoblindo. Ogni divisione si schiera su un fronte di 15-20 chilometri, è uno schieramento che farebbe inorridire i professori della Scuola di guerra. Il cinque giugno all’alba due armate si rovesciano sulla linea francese.

Dal Diario di Ciano: 7 giugno: “[…] non ci sono ancora segni di vera rottura”, 8 giugno: […] non si può parlare ancora di rottura di fronte”, 9 giugno: […] A giudizio di Badoglio sarà ancora lunga e dura, specialmente a causa del terreno”.
    La fuga delle popolazioni è massiccia, le strade sono intasate da torme di profughi, che vengono calcolati in otto milioni. È una fuga biblica, nella quale sono coinvolti i quadri dell’esercito territoriale, i reparti dei pompieri, prefetti, sindaci, consigli comunali, servizi pubblici, gendarmeria. Scrive Antoine de Saint-Exupéry: “Non sapevano. Nessuno sapeva niente. Evacuavano. Non vi era modo di alloggiarli. Tutte le strade erano bloccate. E, nonostante questo, evacuavano. Da qualche parte, nel Nord della Francia, un tacco aveva sparpagliato un nido di formiche e ora le formiche erano in movimento. Laboriosamente. Senza panico. Senza speranza. Senza disperazione. In movimento, come se fosse un preciso dovere”. ‘esodo dei francesi era stato preceduto da quello della popolazione del vicino Belgio. Leopoldo Terzo l’8 febbraio 1940 aveva predisposto con il ministro della Sanità pubblica Marcel- Henri Jaspar un piano per l’invasione che il ministro stesso espose alla Camera il successivo 14 febbraio con chiare parole: “Il dovere di ciascuno è nel caso di attacco di restare sul posto”. In pratica sul posto restò solo il re che si arrese.

Dal 5 all’8 giugno è investito e sfondato il fronte sulla Somme, dal nove al 12 il fronte sul fiume Aisne. Weygand ordina il ripiegamento generale e le divisioni tedesche si irradiano sul tutto il territorio. Il 7 giugno Weygand, con i Tedeschi a 70 chilometri da Parigi, invita il governo a chiedere un immediato armistizio e aggiunge che si rifiuta di condurre la guerra fuori del territorio metropolitano. “Io naturalmente continuerò a resistere al nemico, se così il Consiglio mi ordina. Ma è mio dovere dirvi che da questo momento i combattimenti dovrebbero cessare. La guerra è irrimediabilmente persa. D’altro lato, come Comandante in Capo dell’Esercito e leale francese, devo anche mantenere l’ordine nel Paese. Non voglio che la Francia scivoli nell’anarchia che minaccia sempre di seguire una sconfitta militare. Ecco perché, benché il mio cuore di soldato si spezzi, ripeto che si deve immediatamente cercare un armistizio”.

Si tratta di un uomo: “Sec, dynamique, courageux et tetû, brutal en paroles lorsque quelque chose ou quelqu’un lui resiste, lucide et préci”. Il precedente 26 maggio aveva dichiarato al ministro Paul Baudouin che il governo doveva restare a Parigi, come avevano fatto i senatori romani all’epoca dell’invasione dei Galli.

Il giudizio è condiviso da tutti i comandanti delle grandi unità che il generale Georges ha riunito il 15 giugno. Alcuni comandanti di Regioni militari prendono tutte le disposizioni perché il materiale sia conservato in buon ordine per la consegna al nemico vittorioso. A Rennes diverse centinaia di ufficiali, bagagli alla mano, attendono di arrendersi. Nobécourt parla di “Craquement de l’armature militaire”.

L’unica preoccupazione che agita i generali è il pericolo di una nuova Comune, di una presa di Parigi da parte dei comunisti. La prima domanda che si posero fu il mantenimento dell’ordine e di quanti effettivi i vincitori avrebbero permesso di tenere in vita. Resta incomprensibile capire come un paese occupato dalla Germania nazista potesse scivolare nell’anarchia.

Il 9 giugno, domenica, il governo si trasferisce a Tour. Il 10 giugno l’Italia proletaria e fascista prende il suo posto nella lotta, Churchill confermò l’irriducibile volontà di continuarla.

La guerra del duce.
Alle ore 17 del 10 giugno il duce a folle plaudenti in tutta l’Italia grida: “Popolo italiano. Corri alle armi e dimostra la tua tenacia, il tuo coraggio e il tuo valore!”. Lo stesso giorno il führer dal suo quartiere generale alle ore 21,40 si dichiara “Commosso profondamente”.

Il “popolo italiano” si aspettava subito grandi avanzate, con Marina e Aeronautica in preda a furore guerresco scagliate contro il nemico. Purtroppo i piani dello Stato Maggiore partivano dallo scontro contro i due più grandi imperi del mondo e quindi erano prudentemente difensivi, ribaditi dalla direttiva del 5 giugno del Capo del governo a Badoglio. Con la Francia moribonda si dovette passare all’offensiva anche per salvare la faccia con l’alleato. La situazione era resa ancora più difficoltosa dagli studi del servizio segreto che valutava a 314.000 uomini le forze francesi nell’Africa settentrionale, cui aggiungeva, per ogni buon conto, 100.000 Inglesi in Egitto, il tutto condito con 1.200 aerei nella Francia metropolitana e 1.000 nell’Africa settentrionale. C’era da scoraggiare anche cuori di leoni più vibranti dei generali del Regio Esercito. Badoglio, alla riunione dei capi di stato maggiore del 5 giugno comunicò: “Il Duce mi ha detto che è sua intenzione con la dichiarazione di guerra di cambiare lo stato di fatto in stato di diritto […] […] stretta difensiva per terra e per aria, in tutti i settori […] non invento nulla di nuovo, faccio come i tedeschi e i francesi che sono stati di fronte sei mesi senza fare niente”.

Il generale Orly, Chef de l’Armée des Alpes divisa in tre settori fortificati, Savoia, Delfinato e Alpi Marittime, gode di una grande autonomia decisionale, mentre tutta l’attenzione è concentrata sul fronte Nord-Est. Ha a disposizione circa 200.000 uomini che formano due corpi d’armata scremati da continue sottrazioni a favore del fronte del Nord ma appoggiati a solidissime fortificazioni. Le notizie sono sempre più catastrofiche, e per di più arrivano profughi e reparti militari in fuga che accrescono l’impressione dell’imminente sconfitta. Orly ha di fronte la prima e la quarta Armata del Regio Esercito che coprono la Val d’Aosta, il Piemonte e la Liguria, supportate dalla settima con 312.000 uomini. Alla vigilia della caduta di Parigi il 14 giugno una squadra navale francese di 15 unità tra cui quattro incrociatori pesanti bombarda Genova e Vado. La flotta italiana è a Taranto, alcuni MAS e una torpediniera risalente agli anni Venti la fronteggiano. La Calatafimi, al comando di un tenente di vascello di complemento l’affronta, lancia quattro siluri a vuoto, la terza coppiola non parte per motivi tecnici, si impegna col cannone e, inquadrata dai pezzi nemici, riesce a scamparla con molta fortuna.

Finalmente il 21 giugno alle ore 3 il Regio Esercito, il cui fronte si estendeva per 400 chilometri dal Monte Bianco al mare, passò all’attacco: obiettivo il Rodano, Grenoble e Chambéry. I Francesi combattono accanitamente, il complesso di inferiorità nei confronti della Wehrmacht si trasforma nel complesso di superiorità nei confronti dei “macaroni”. Gli Italiani non passano, riescono a violare solo due chilometri del territorio francese.

Raggelante è la notizia che un Dewotine 520 ha abbattuto in 30 minuti quattro biplani Fiat CR 42 e un BR 20.

Alle ore 19 del 24 giugno l’armistizio fu firmato, sei ore dopo la guerra era finita. Gli Italiani danno un saggio delle loro qualità belliche. Lasciano sul campo 670 Caduti contro 32, 2151 congelati, 2631 feriti, 616 dispersi. Non sono molti da buttare sul tavolo delle future trattative, ma non si è riusciti a fare di meglio.

I comandi tedeschi rimangono al momento perplessi. Dopo la mancata conquista della Grecia, le ritirate in Libia, la perdita dell’Etiopia le perplessità si trasformeranno in pessimismo, sfiducia e disprezzo. .

Dal Diario di Ciano alla data del 21 giugno: “Mussolini è molto umiliato dal fatto che le nostre truppe non hanno fatto un passo avanti: anche oggi non sono riusciti a passare e si sono fermati di fronte alla prima opera fortificata francese che ha reagito”. Il fratello in armi camerata Goebbels alla data del 16 giugno è più accomodante: “Per il momento l’Italia limita le sue operazioni al mare e al cielo, ma con molto successo”.

Si legge nell’opera del generale Stefani La storia della dottrina e degli ordinamenti dell’esercito italiano, volume II tomo 2°: “La serie di comunicazioni epistolari, telegrafiche e verbali, tardive e contraddittorie, gli ordini, i contrordini e i contrordini dei contrordini, succedutisi nei primi giorni delle ostilità alla vigilia dell’inizio dell’offensiva, produssero, negli alti comandi operativi ed in quelli di livello inferiore, tale e tanta confusione concettuale, psicologica e organizzativa da indebolire ulteriormente le probabilità di riuscita di un’offensiva che venne sferrata malvolentieri e solo perché imposta da Mussolini”. Roosevelt, nel discorso di Charlotteville, così commenta: “Oggi, 10 giugno 1940, la mano che teneva il pugnale ha colpito alle spalle il vicino”. In precedenza si era astenuto da ogni commento per il colpo di pugnale sovietico alla Polonia.

Nel 1935 de Gaulle in una lettera scritta alla madre con riferimento al discusso patto di mutua assistenza con l’Unione Sovietica, sosteneva la sua necessità, in quanto: ”La Pologne n’est rien” e “l’Italie ne manquera pas d’en profiter et de nous donner le coup de pied de l’âne”. Vanno ricordate per la loro impudenza le parole di Emilio Canevari nel settembre 1941: “E anche qui come in Polonia il colpo di grazia è dato dall’intervento di un’altra potenza a favore della Germania; è l’Italia che entra a sua volta in guerra”. Colpisce nel secondo conflitto mondiale le affinità fra le nazioni latine e quelle anglosassoni. La Francia e l’Italia, entrate in guerra con una dottrina sorpassata e capi mentalmente restati alla prima guerra mondiale, si sfasciano in una rovinosa sconfitta. La prima siederà tra i vincitori, la seconda alzerà alte grida quando sarà trattata da vinta.

La Gran Bretagna e la Germania combattono durissimamente, gli Inglesi guidati da Churchill non si arrendono quando restano soli. La Wehrmacht combatte fino all’ultimo giorno, contende accanitamente i territori occupati e poi il suolo patrio, le popolazioni civili, sottoposte a bombardamenti di un’intensità inaudita, non si sbandano mai.

L’11 giugno i Capi di stato maggiore britannico portano sul tavolo il problema della flotta francese mentre a Salon, nella Francia meridionale, i Wellington sono impossibilitati a decollare per bombardare l’Italia settentrionale per l’opposizione dei comandi francesi che temono rappresaglie della Regia Aeronautica. Il giorno 12 Weygand dichiara “col cuore spezzato” che non esistevano “alternative a una immediata cessazione delle ostilità”. Aggiunge che si rifiuta di continuare la guerra fuori dalla madre patria, che non la lascerà: “Il ne quittera pas le sol de la France, dût on lui mettre les fers aux pieds”. La sua gloriosa reputazione ha il primo di una lunga serie di colpi. Anche Pétain si oppone all’abbandono del territorio metropolitano, alla continuazione della guerra in Africa.

Al processo a Pétain svoltosi nel 1945, a guerra finita, Weygand riconoscerà che quando ha invitato il governo a non lasciare Parigi, come i senatori romani non avevano lasciato Roma all’arrivo dei barbari, aveva detto una, sottile, sciocchezza. Incalzato dal presidente del tribunale che gli chiede che se l’ordine del governo di “porter la guerre en Afrique du Nord” non poteva essere eseguito avrebbe dovuto presentare le sue dimissioni, risponde che era suo dovere di comandante in capo di seguire la sorte dell’esercito. Aggiunge: “Si le Gouvernement m’avait donné l’ordre de quitter ces armées, j’aurais refusé, comme j’ai refusé de capituler”. Renault testimonia che in una conferenza tenuta il 22 maggio ebbe la dolorosa sorpresa di trovarsi contro due uomini, Pétain e Weygand, che “faisaient bloch” contro di lui.

Il ricordo va a Foch: “N’est vaincu que celui qui accepte la défaite”.

Il 13, giugno, senza la presenza dei militari, si svolse l’ultima seduta, dedicata quasi completamente al destino della flotta che gli Inglesi erano risolutamente decisi a non fare cadere nelle braccia dei Tedeschi. Pétain dichiara: “Il governo non deve lasciare il territorio francese senza disertare. Dovere del governo è di restare in Francia sotto pena di non essere riconosciuto. Privare la Francia del suo difensore naturale in un periodo di disastro generale è consegnarla al nemico. Significa uccidere l’anima della Francia e impedirne la rinascita. Io mi rifiuto di lasciare il suolo francese. […] Io resterò tra il popolo francese per dividerne le pene e le miserie. Per me un armistizio è la condizione. L’armistizio è necessario per perpetuare la Francia eterna”. Ha 84 anni. Considerato tra i capi militari quello più a sinistra, gode del consenso generale, rappresenta in quel momento il francese medio che considera l’armistizio inevitabile. In un ambiente in cui si cercano le soluzioni più diverse alla sconfitta che si va profilando, l’unico che si erge silenzioso e incrollabile nei suoi convincimenti è il maresciallo Pétain il quale chiede la pace, subito e a ogni costo. I suoi discorsi sono quelli che i militari, i politici i Francesi tutti vogliono sentire. Il 14 un disperato Reynaud chiede a Roosevelt un intervento armato: “in un futuro molto prossimo”. Al governo che si trasferisce a Bordeaux restano due vie, chiedere la pace o trasferirsi in Africa.

Intanto si pone il problema della difesa di Parigi. Churchill sostiene “L’importante significato della difesa per ora di una grande città”. A Reynaud, che chiede se la capitale sarà difesa, il generalissimo risponde: “La ville de Paris est une ville ouverte”. Il generale Héring, che ha preso il comando dell’Armée de Paris, si preoccupa dell’ordine pubblico e chiede chiarimenti a Weygand, il quale ribadisce, d’accordo con Pétain, che Parigi verrà dichiarata “città aperta”, che nessuna distruzione dovrà essere effettuata e che le truppe in ritirata non dovranno attraversarla. La polizia riceve l’ordine di fare togliere le bandiere dai commissariati e da tutti gli edifici dipendenti dalla Préfecture de police. Alle 6,30 del 14 giugno distaccamenti leggeri motorizzati arrivano davanti agli Invalides e il governatore della città, generale Dentz, vede la polizia militare tedesca cominciare a regolare il traffico. Prontamente da Mosca Molotov si congratula con Ribentrop per la vittoria.

Vengono alla mente la difesa di Varsavia, Leningrado, Stalingrado e Berlino.

Nello stesso giorno il generale britannico Alan Brooke ha un colloquio con Weygand, che racconta nelle sue memorie. In viaggio verso il quartiere generale di Georges gli confida: “È una situazione veramente terribile quella in cui mi trovo” e aggiunge: “Si, la mia carriera militare che è stata finora tutto un successo, è definitivamente spezzata”.

Il partito comunista francese chiede alle autorità germaniche l’autorizzazione alla ripresa della pubblicazione del suo quotidiano. Nel 1967 si ammise l’errore commesso dal compagno Maurice Tréand a titolo individuale. Si scagionò Jacques Doriot.

Pétain ordina che le città con una popolazione superiore ai 20.000 abitanti non siano difese, ovunque sorgono contrasti tra autorità militari e civili, quest’ultime si oppongono decisamente agli apprestamenti difensivi, alle interruzioni stradali. Herriot, esponente radicale di primo piano, sindaco di Lione, si oppone alla distruzione dei dodici ponti della città, i panzer possono tranquillamente passare in direzione di Grenoble e di Valence.

Il 15 giugno Darlan chiede 45 giorni e 200 navi per trasportare i resti dell’Armée e il materiale in Africa. Il comandante dell’invitta flotta, uomo dotato di humour, chiama Churchill Mayol, nome di un comico di successo dell’epoca e Chamberlain “papapluie”. Si sconosce se abbia trovato un nomignolo anche per il dittatore tedesco. I vicepresidenti del consiglio Chautemps e Pétain propongono di richiedere ai Tedeschi le condizioni dell’armistizio, da rifiutare se inaccettabili. Il governo vota, con il presidente della Repubblica in testa e con una maggioranza di 13 a 6 a favore, vanamente opponendosi Reynaud. Il colpo di grazia lo dà Roosevelt che dichiara l’impossibilità americana di intervenire. Le Panzerdivisionen avanzano alla massima velocità. A Rennes continuano nella marcia, snobbano il quartiere generale della 10a Armata la cui sede è a 200 metri dalla strada. Non fanno prigionieri, ordinano ai poilus di spezzare il calcio del fucili e di gettare le munizioni. Il 16, una triste domenica, il governo britannico comunica che la Gran Bretagna continuerà a combattere ma non si oppone a trattative di pace, sempre con l’impegno di salvare la flotta. Pétain continua nell’offensiva verbale: “La gravità della situazione militare che aumenta giorno per giorno mi convince che il Governo deve porre immediatamente fine alle ostilità. Questa è l’unica misura che può salvare il Paese […] Le giornaliere deliberazioni del Governo mi sembrano solo manovre di procrastinazione che porteranno alla finale abdicazione della sovranità francese. A questo non mi posso associare”. Lebrun lo invita a soprassedere alle minacciate dimissioni. Reynaud telegrafa a Churchill la decisione e chiede che la Francia venga sciolta dall’impegno solennemente stabilito con la Dichiarazione anglo francese del 28 marzo di non porre fine alla guerra se non con un accordo comune e di non iniziare negoziati per un armistizio senza il consenso dell’alleato.

Si succedono affannose le riunioni del Conseil suprême, del Comité de guerre, del Consiglio dei ministri, in una ridda di catastrofiche notizie dal fronte. Nel pomeriggio dello stesso giorno Londra propone una “completa e indissolubile unione” tra i due paesi, accolta con entusiasmo da Reynaud. Alle 17 ultimo Consiglio dei ministri. L’unione è respinta. Alle ore 23.45 seguono le dimissioni del Presidente del consiglio e la nomina di Pétain che subito dichiara: “Il governo è formato. Suo compito essenziale, senza perdere tempo, troppo se n’è già perduto, è di chiedere al Governo tedesco a quali condizioni cesserà le ostilità”. Il generale Spears, longa manus di Churchill a Bordeaux, chiede a Reynaud di partire per l’Inghilterra ma il piccolo, aggressivo meridionale dalla voce graffiante rifiuta. Stesso rifiuto opporrà Mandel che pure è per la continuazione della guerra. Il primo non passerà alla storia, il secondo perderà la vita.

L’armistizio
Il 17 giugno 1940 il maresciallo Pétain, convocato l’ambasciatore spagnolo come intermediario, annuncia alla radio la sua intenzione di chiedere l’armistizio. Dimenticandosi di avere richiesto solo le condizioni, si rivolge ai Francesi: “Francesi, su richiesta del Presidente della Repubblica, assumo da oggi la direzione del Governo francese. […] È con il cuore triste che vi dico oggi che dobbiamo cessare di combattere. La notte scorsa ho avvicinato il nemico per chiedergli se è pronto a cercare con me, da soldato a soldato, dopo la lotta e con onore, i mezzi per porre termine alle ostilità”. L’impatto è micidiale, è un invito a non combattere più, ad arrendersi, tutti percepiscono che la guerra è finita. I servizi di propaganda tedeschi si affrettano a stampare il testo della dichiarazione e, senza modificarlo, a lanciarlo sulle truppe francesi che stanno combattendo. La domanda che tutti si pongono è: “Perché morire se la guerra è perduta?”. In precedenza se n’era posta un’altra tutto sommato simile: “Morire per Danzica?”. Quello francese era un popolo che si poneva sempre interrogativi. Fu un colpo al cuore per coloro che intendevano continuare a combattere. Un ufficiale “noto per il suo splendido coraggio” si rivolge a Marc Bloch: “Forse noi siamo entrambi abbastanza sicuri di noi stessi. Eppure, abbiamo la netta sensazione che d’ora innanzi ci dovremo imporre un grave sforzo per non cedere all’istinto che, assai più di quanto non sia avvenuto in passato, ci porterà ad evitare di rischiare la vita. È un’idea così irritante quella di morire nelle ultime ore della guerra! Ormai, con quale animo il soldato potrà combattere?”.

La Francia tutta trae un sospiro di sollievo. Ha parlato Pétain, l’uomo al di sopra delle parti, il vincitore del 1918. È il colpo di grazia. Con una rapidità da far invidia agli uomini dell’8 settembre, l’esercito, ufficiali in testa, si sfascia. Echeggia lo stesso italico grido “Tutti a casa!”. Circa un milione di soldati sono catturati tra l’appello e la dichiarazione di armistizio.

Il 18, i giorni scorrevano inesorabilmente, Churchill continua a tempestare perché la flotta non venisse consegnata, ricevendo vaghe assicurazioni da Darlan la cui autorità era assoluta. Intanto Hitler spiega a Mussolini la mitezza dei termini dell’armistizio. La flotta resterà in mani francesi, senza munizioni e senza nafta, i grandiosi programmi di annessioni di terra francese sono rifiutati, sollevando malumore nel suo sodale che avrebbe voluto quanto meno occupare la Tunisia, per accorciare le rotte di percorrenza con la Libia.
     Il 19 giugno alle ore 6,25 il governo tedesco si dichiara: “Pronto a far conoscere le condizioni per la cessazione delle ostilità”, mentre il Maresciallo rivolse un nuovo appello ai Francesi. Guidata dal generale Huntziger, la delegazione arriva a Parigi, prosegue per Rethondes nella foresta di Compiègne e il giorno 21 nel vagone ferroviario in cui si era firmata la fine della prima guerra mondiale il capo della delegazione tedesca generale Keitel presenta il documento dell’armistizio con 24 clausole.
     Alle 18,50 del 22 giugno l’armistizio è firmato, Hitler presente. Lo storico vagone ferroviario nel quale era stato firmato l’armistizio che chiudeva la sanguinosa Grande Guerra fu trasportato nella capitale del Reich, e se ne perderanno le tracce durante la battaglia di Berlino, l’ultima della guerra. Il monumento eretto a gloria della vittoria con la scritta: “L’undici novembre 1918 qui soccombette il criminale orgoglio dell’impero tedesco, schiacciato dal popolo libero che tentò di schiavizzare” fu fatto saltare in aria. La clausola che destò la massima attenzione britannica fu quella relativa alla flotta che, sotto bandiera francese, sarebbe stata smobilitata in porti nazionali sotto la supervisione tedesca e italiana. L’ammiraglio Darlan segretamente ordinò l’affondamento della flotta se minacciata.
     La campagna di Francia è finita, tre quinti del territorio sono occupati. L’esercito francese, che Churchill aveva definito “la forza mobile più perfettamente addestrata che oggi esiste in Europa”, si arrende81. Sono passati 46 giorni dall’inizio del blitzkrieg. 1.500.000 prigionieri ne hanno notizia nei campi di concentramento. Viene alla mente il 1870 a Metz quando capitolano 173.000 uomini, di cui tre marescialli di Francia, più di 50 generali e 6000 ufficiali, con un bottino di 1407 cannoni, 200.000 fucili, 23 milioni di cartucce e 53 bandiere.
     Sul numero dei Caduti (il maiuscolo è d’obbligo) per anni si discusse, con la naturale tendenza ad ingrandirne il numero per meglio pesare al tavolo della pace quando la Francia affiancò i vincitori dopo aver perso la guerra. Con la tendenza alle cifre tonde che caratterizza gli storici, la cifra fu fissata in 100.000 ma, in seguito i dati furono meglio elaborati. Dal 10 maggio al 22 giugno 1940 secondo il Fichier de l’état civil militaire i caduti furono 58.829, la punta maggiore si ebbe il 9 giugno con più di 2.500 caduti. Nel conteggio non sono indicati i marinai e gli aviatori morti nello stesso periodo, ma alla luce di quella che si potrebbe con un pizzico di umorismo definire la stretta neutralità della Marina e dell’impegno di una esigua parte dell’Aviazione le cifre non dovrebbero essere aumentate di molto.
    Pétain, riconfermato “padre della patria”, nel radio discorso del 20 giugno 1940 sostenne: “L’inferiorità del nostro materiale è stata ancora più grande di quella dei nostri effettivi. L’aviazione ha combattuto uno contro sei. Meno forti di 22 anni fa abbiamo avuto. “trop peu d’armes, trop peu d’enfants, trop peu d’alliés”, accusa: “La nostra sconfitta è venuta per la nostra rilassatezza. La ricerca dei piaceri ha distrutto quello che lo spirito di sacrificio aveva costruito”.
     Prescindendo dal fatto che Pétain era stato l’artefice della politica militare, non va dimenticato che, mentre per l’aeronautica l’inferiorità era schiacciante sia in numero che qualità, esisteva una sostanziale parità delle forze.
     Il mattino del giorno 25 giugno si ode nuovamente la sua voce. Ė il giorno del lutto. Il Maresciallo, che ha assistito a una solenne cerimonia religiosa, sentenzia: “Io vi richiamo prima di tutto a una riforma intellettuale e morale. […] Un nuovo ordine comincia”. Cita gli scandali della Terza Repubblica, la decadenza della vita parlamentare, la corruzione della classe dirigente, la perdita dei valori nazionali; accusa gli ebrei, la grande finanza, i partiti, in particolare comunisti e socialisti, il Fronte popolare. Accusa tutti, ma sorvola sulle cause strettamente militari per le quali ha una pesante responsabilità personale.
     Il nuovo governo è composto da un Maresciallo di Francia, 3 Generali, 1 Ammiraglio, 5 parlamentari di cui sette deputati, 3 alti funzionari. Pétain vorrebbe conservare a de Gaulle la carica di Segretario di Stato, ma Weygand è categorico: “Ah! Non, pas celui-là. Je ne m’entends pas avec un homme de ce caractère!” . Weygand è alla Difesa nazionale, il generale Colson, capo di Stato Maggiore dell’Armée, alla Guerra, il generale Pujo ministro dell’Aeronautica, l’inossidabile Darlan ministro della Marina. Laval non ottiene il ministero degli Esteri al quale aspirava, che viene affidato a Paul Badouin il quale, prima della guerra, pensava che si potesse acquietare la Germania con qualche concessione coloniale. Due socialisti, già membri del governo precedente, con l’approvazione di Blum, ne fanno parte. Pétain vuole a 84 anni dare un nuovo volto al paese. Non è più il nobile vegliardo che fa da scudo al suo popolo contro Hitler. Non è il notaio della sconfitta in attesa di tempi migliori. Non vuole limitarsi ad una politica di attesa con un governo di normale amministrazione. Dà sfogo alle sue ambizioni e ai suoi disegni politici: crea un nuovo regime, un nuovo ordine, istituisce l’État Français, cattolico, antisemita, autoritario in sostituzione della République Française. Il motto “Liberté, Egalité, fraternité” è sostituito con “Travail, Famille, Patrie”, le sentenze vengono emesse in nome del Maréchal de France, chef de l’État e non della Repubblica. Egli è l’artefice della Revolution nationale, slogan ufficiale del nuovo regime, formula usata per la prima volta nel 1920 da Georges Valois, discepolo di Proudhon. Inizia la preannunciata epoca: “di espiazione e redenzione”. Un paese entrato in guerra senza determinazione, una classe politica pusillanime, un esercito dapprima rassicurante nella sua certezza di vittoria e dipoi unanime nell’accettare la sconfitta, accolsero la fine delle ostilità con un sospiro di sollievo. Intorno al vincitore di Verdun si radunano 40 frastornati milioni di francesi alla deriva che vedono in lui l’unico punto di riferimento, mentre tutto sprofonda. Quando Pétain chiede l’armistizio il popolo è con lui, ed egli impersona il patriota, l’uomo onesto, disinteressato privo di ambizioni politiche, che si carica sulle spalle tutti i dolori di Francia. William Shirer, testimone degli avvenimenti, scrive: “L’impressione che noi abbiamo qui è l’affondamento totale della società francese, il collasso dell’esercito, del governo e del morale del popolo”. Definitivo è il giudizio che de Gaulle darà nelle sue Memoires: “Naufragé de la vieillesse, dont la déchéance consentie reste, a ses yeux, un drame nationale’’. Aggiunge: “Una nazione prostrata ed attonita, dietro un esercito senza né fede né speranza”.
    Poiché i drammi hanno sempre risvolti comici, colpì in quello francese l’onta che molti ufficiali pensarono di aver subito quando dovettero arrendersi ai dispregiati ritails italiani.

Weygand lo stesso giorno dell’armistizio dirama l’ultimo proclama all’Armée: “Ovunque voi siate, la vostra missione non è terminata. Emanazione la più pura della patria voi costituite la sua armatura. Il suo risveglio morale e materiale sarà la vostra opera di domani”. Due giorni prima il generalissimo aveva vaticinato che i Tedeschi avrebbero “tirato il collo come a una gallina” alla Gran Bretagna in meno di tre mesi. Nel dopoguerra sdegnosamente sosterrà di non aver mai usato queste parole.

Sulla stessa linea era il documento elaborato dal Reparto L del Wehrmachtführungsstab (Reparto di difesa nazionale dello stato maggiore dell’OKW) per i colloqui tra Keitel e Badoglio del novembre 1940, che iniziava: “La guerra è già vinta […] per concluderla manca solo di costringere l’Inghilterra ad ammettere che l’ha persa”, cosa che il popolo inglese, definito nella stessa occasione dal Capo di Stato Maggiore Generale italiano: “Un popolo di pecoroni ma duro e resistente”, non aveva capito. Sulla stessa onda era il generale Halder il quale, il 13 novembre dello stesso anno, scriveva: “La guerra è vinta, non può più essere perduta, deve solo essere portata a termine”.

Dopo la clamorosa vittoria, il 19 luglio 1940 il führer promuove al grado di feldmaresciallo von Brauchitsch, Keitel, von Rundstedt, von Reichenau, von Block, von Leeb, List, von Kluge, von Witzleben, e i generali della Luftwaffe Milch, Kesselring e Sperrle. Su 12 nominativi sette sono nobili.

La Germania non avanza pretese sull’Impero e sulla flotta, si limita a un tributo di 400 milioni al giorno per le spese di occupazione, con l’obbligo del mantenimento delle truppe d’occupazione. l‘Armée fu ridotta a 100.000 uomini e sottoposta a un controllo severo. Sorgeva in tutte le sue problematiche la questione della flotta, uno strumento moderno ed efficiente. Cinque corazzate, due moderni incrociatori da battaglia, sette incrociatori pesanti, due portaerei, 54 caccia, circa 70 sommergibili. Escluse le corazzate, le altre navi non avevano più di 14 anni. Gli equipaggi erano composti per l’80 % da personale volontario a lunga ferma ben addestrato e col morale molto alto. Si trattava di uno strumento bellico efficiente, gli Inglesi inorridivano all’idea che potesse cadere nelle mani nemiche. Darlan dà a più riprese assicurazioni che non verrà mai consegnata alla Germania. La soluzione del problema sarà prima sanguinosa, Mers el Kebir e dopo dolorosa, Tolone.

Due grandi flotte, orgoglio delle nazioni latine, quella italiana e quella francese, saranno accomunate da una fine senza gloria.

L’ambasciatore inglese Campbell qualificò l’armistizio: “diabolicamente abile”. Jacques Benoist-Mechin, futuro collaborazionista, condannato a morte e graziato dal presidente Auriol, sosteneva che: “Aucune stipulation n’etait contraire a l’honneur. Toutes etaient dictées par les nécessités militaires” e aggiungeva, lapalissianamente, che, se la detenzione per i soldati francesi era dolorosa, per lo meno non erano morti come sarebbe accaduto se la guerra si fosse prolungata. Sorvolava sulla clausola che prevedeva la consegna alla Germania dei profughi austro-tedeschi che si erano rifugiati in Francia e concludeva asserendo che la direzione del paese era stata assunta da un glorioso capo, il maresciallo Pétain, e che solo la sua presenza aveva permesso la conclusione dell’armistizio. Vanamente il generale Huntzinger tentò di opporsi alla consegna perché: “contraire à l’honneur de la France et à la pratique du droit d’asile”. Keitel brutalmente gli rispose che considerava gli immigrati germanici e austriaci come i più grandi incitatori alla guerra e all’odio e traditori del proprio paese.
     Tra i politici riappare Laval, unico senatore a votare contro i crediti di guerra nel settembre 1939, fautore da sempre di accordi con Mussolini, a cui è legato da simpatie ideologiche e con Hitler. Laval ha un solo punto di riferimento: il maresciallo Pétain, del quale dirà che era lucido solo per due ore al giorno, ma era una splendida bandiera e Hitler lo avrebbe risparmiato. L’8 luglio dichiara: “Non abbiamo altro cammino da seguire che quello di una collaborazione leale con Germania e Italia. Questa politica, la sola conforme agli interessi della Francia, dovrà essere praticata con onore e dignità”. Aggiunge: “Ciò che ha corrotto l’anima della Francia è stato l’oro e gli stranieri”. Ha speranze di prendere nelle sue mani la conduzione del governo, ha una buona esperienza di dittatori; ha trattato con Mussolini e Stalin, non ha remore di trattare con Hitler. Pensa che nel “Nuovo ordine” vi sia spazio per il suo paese.

La situazione obiettivamente sembrava senza uscite. Hitler era padrone dell’Europa, aveva nell’Italia un fidato alleato, nella Spagna grandi simpatie, godeva della benevole neutralità dell’Unione Sovietica che lo forniva di materie prime. La Gran Bretagna priva di un esercito non poteva contrastarlo. L

’Assemblea nazionale viene riunita il 9 luglio 1940. Le difficoltà per arrivare a Vichy per i parlamentari sono numerose. Molti sono sotto le armi, altri nella zona occupata. Il 10 luglio nel Casinò della Cité hôpitalière di Vichy le due camere separatamente votano un unico articolo di una nuova legge costituzionale: “L’Assemblée nationale donne tout pouvoirs au gouvernement de la République sous l’autorité et la signature du Maréchal Pétain, à l’effet de promulguer, par un ou plusieurs actes une nouvelle Constitution de l’État française. Cette Constitution devra garantir les droits de la famille, du travail et de la patrie. Elle sera ratifié par la nation et appliquée par les assemblées qu’elle aura créées».

569 deputati e senatori approvano il testo, venti si astengono e solo ottanta si oppongono, 57 deputati e 23 senatori. Non partecipano alla votazione i comunisti, il cui gruppo parlamentare è stato sciolto. Su 149 deputati socialisti, socialisti indipendenti o della S.F.I.O. 88 votano a favore.

Il quesito che si poneva era, nella sua drammaticità, semplice. Era possibile continuare la resistenza sul suolo nazionale? Era possibile continuarla nell’Africa del Nord? La risposta dell’Assemblea fu negativa.

Il nuovo governo inizia a legiferare: Il 17 luglio 1940 il governo stabilisce l’interdizione da funzioni pubbliche per i figli di padri stranieri; il 22 la revisione dei registri dei naturalizzati dopo il 1927; il 30 luglio il processo ai ministri della Terza Repubblica poi sospeso per ordine di Hitler; il 13 agosto interdizione delle associazioni segrete, in particolare la Massoneria; il 23 agosto una legge contro “chi mette in causa la sicurezza dello Stato”; il 2 ottobre fu promulgato il primo Statut des Juifs.
     Dichiarati inassimilabili ed elemento di disintegrazione nazionale, gli ebrei dovevano essere eliminati da tutte le cariche di responsabilità e privati di ogni influenza. Furono esclusi da determinate funzioni e con il numerus clausus fissato al 2% per gli studi superiori, nel giugno 1941 si arriva a un secondo statuto più restrittivo. Il Conseil d’État non si oppone all’espulsione dei suoi membri ebrei. Seguono misure di ordine morale per la restaurazione dei valori familiari: repressione dell’aborto, dell’adulterio, dell’omosessualità, prostituzione, alcolismo. I movimenti dell’estrema Destra vedono in Vichy la rivincita. Maurras parla di “divine surprise”. Nasce uno stato etico che insegna la morale ai suoi cittadini, che meglio andrebbero definiti sudditi. L’ottuagenario maresciallo si propone di procedere al redressement moral dei Francesi. Il Maresciallo, la cui senilità non limitava le sue ambizioni, dà il colpo di grazia al suo personaggio quando scrive a Hitler: “J’ai costamment affirmé que je souhaitais la réconciliation de l’Alemagne et de la France”.
     Non va mai dimenticato che i sentimenti della maggioranza dei francesi sono con il maresciallo investito dal Parlamento repubblicano.

Con quello di Pétain i governi della Terza Repubblica assommano a 102. 

Le colonie
Le colonie si dichiarano favorevoli alla continuazione della guerra. Il comandante in capo delle truppe in Levante, generale Mittelhauser, e l’alto commissario Puaux da Beirut; i comandanti dell’Africa orientale francese, della Nuova Caledonia, del Madagascar; il governatore dell’Indocina generale Catroux; il residente generale Peyrouton a Tunisi; il governatore generale Le Beau ad Algeri; il governatore generale dell’Africa occidentale a Dakar; nelle altre colonie i governatori, i residenti generali e le autorità civili sono unanimi. Il generale Boisson, governatore dell’Africa Equatoriale francese dichiara: ”Se la patria non vuole più battersi è venuta l’ora per l’impero di rendere alla patria quello che ha fatto per lui, e di continuare la lotta”. Da Rabat il generale Noguès, comandante in capo dell’Africa del Nord e residente generale in Marocco, è risolutamente deciso a continuare a combattere. Il 17 giugno sera telegrafa a Weygand, il 18 mattina a Pétain invitandoli rispettosamente a continuare nella guerra. Rifiuta l’invito di Weygand di recarsi a Bordeaux non volendo “per l’ora grave” abbandonare il suo posto, lo rassicura quando gli viene chiesto quali sono le possibilità di continuare la lotta in Africa, sostenendo di essere in grado di difendersi con l’aiuto della flotta. A Daladier che con Mandel era giunto a Rabat ribadisce questo convincimento: “Tutte le truppe e la popolazione francese e musulmana dell’Africa del Nord mi invitano di richiedere rispettosamente al governo di continuare la lotta e di difendere il suolo nordafricano (…). I nordafricani sono pronti a donare le loro vite purché la bandiera francese continui a sventolare nell’Africa del Nord francese. “[…] Avec l’aide de l’escadre et des forces aériennes qui me sont annoncées, nous pouvons tenir”. Si uniscono i dirigenti degli Anciens combattants del Marocco, il governatore generale dell’Algeria Lebeau dichiara di interpretare la volontà dell’Assemblea algerina, dei Consigli generali, dei sindaci e delle popolazioni europee e indigene.

Nell’Africa del Nord si sono rifugiate unità della flotta e una gran parte dell’aeronautica. Sono stanziati 10.000 ufficiali e 400.000 sottufficiali e truppe, alle quali si potevano aggiungere 4.000 ufficiali e 200.000 tra sottufficiali e soldati dell’Africa occidentale francese e del Levante. Nel tragico mese di giugno 100.000 reclute sono state inviate in Africa, torneranno in Francia richiamate dalle autorità.

Il confine libico era protetto dalla linea fortificata Mareth, superata la quale occorreva marciare per 500 chilometri per arrivare a Tunisi. L’incapacità di sfondare la linea francese sulle Alpi, il bombardamento di Genova, l’immobilismo al confine egiziano, occorreranno due mesi perché Graziani dia l’ordine per una prima rachitica offensiva, erano dati rassicuranti. Il Mediterraneo poteva essere dominato da una flotta che, con quella britannica, surclassava la Regia Marina. Si poteva contare su aiuti inglesi e americani, erano in arrivo dagli Stati Uniti ingenti quantità di materiali, era possibile trasportare dalla madrepatria, uomini e materiali. Un’eventuale occupazion nemica avrebbe presentato numerose difficoltà, il territorio è immenso, 1500 chilometri separano l’Atlantico dal golfo di Gabès in Tunisia.

Nell’incontro Keitel-Badoglio del novembre 1940 si ebbe uno scambio d’opinioni sull’Africa del Nord francese. Keitel sostenne: “Noi, d’altro canto, abbiamo in mano quanto occorre per strozzarli, ma solo nella Madrepatria. (Il Mar. Badoglio dice che è perfettamente d’accordo)”. Badoglio poi richiama l’attenzione sul fatto che i Francesi nel Nord Africa non hanno avuto la sensazione della sconfitta del paese “e nel fondo sono per De Gaulle”. Ma la volontà di trasferire il governo nell’Africa del Nord, la volontà di continuare la lotta rapidamente abortisce. Reynaud che parla di un ridotto in Bretagna e dell’Africa del Nord è battuto. Il 25 giugno tutti si piegano agli ordini del legittimo governo, Noguès chiede di essere rimosso dal comando.

Nell’aprile 1991 da documenti del Servizio Storico tedesco si accerta che non esistevano piani tedeschi per la conquista dell’Africa francese. La Germania doveva assestarsi nel territorio francese, in Belgio, Olanda, Lussemburgo, Danimarca, Norvegia. Stava preparando l’invasione della Gran Bretagna e preparava i piani per l’invasione del territorio dell’alleato sovietico. L’unica operazione progettata era nel novembre l’operazione Felix per l’occupazione di Gibilterra attraverso la Spagna, operazione che sarà annullata nel successivo dicembre. Nel caso di passaggio dell’Africa del Nord agli Inglesi era prevista l’occupazione di tutto il territorio metropolitano.

De Gaulle
Un oscuro colonnello, noto per la petulanza con cui insisteva nelle sue idee, si affaccia sul teatro della tragedia. Charles de Gaulle ha combattuto nella Grande Guerra, riportando tre ferite e cadendo prigioniero. Come tutti i prigionieri è tagliato fuori dalla valanga di promozioni e onorificenze che premiano i combattenti. Scrittore di razza nel dopoguerra, si mette in luce per alcuni libri e articoli sulle problematiche dell’Armée, avvantaggiato dall’essere una creatura di Pétain ai cui ordini ha militato nell’anteguerra e che gli fa da scudo agli attacchi del milieu militare e della stampa. In guerra comanda una divisione corazzata con la quale ottiene qualche successo. Alla notizia dell’armistizio è sdegnato, nel marasma generale si aggira deciso: “Allo spettacolo di questo popolo perduto, di questa rotta, mi sentivo in preda a un furore senza fine”. Compie due viaggi in Inghilterra, assiste a due evacuazioni del governo, scopre che i politici su cui contava esitano, sono impotenti. Vuole dimettersi dalla carica che tiene da dieci giorni. Il ministro degli Interni Mandel lo sconsiglia, è: “Un homme intact” non compromesso col passato.

L’8 giugno è ricevuto da Weygand. Il colloquio è drammatico, sconsolatamente il generale in capo osserva che i Tedeschi hanno passato la Somme. Alla domanda di de Gaulle: “E poi?”, risponde che dopo vi sono la Senna e la Marna, nuova domanda: “E poi?”, Weygand: “Poi è la fine”. Incalza De Gaulle: “E il mondo e l’impero?”, la risposta è una disperata risata: “L’impero? Ma è infantilismo, dopo che la Germania ci avrà sconfitti l’Inghilterra chiederà la pace in otto giorni”.

De Gaulle il giorno 14 ha l’ultimo incontro con Pétain il suo vecchio maestro. Gli stringe la mano, non lo vedrà più. Ognuno seguirà il suo destino.

Risoluto a continuare la guerra, cerca e non trova alleati. Quando viene a conoscenza della formazione del gabinetto Pétain prende l’irrevocabile decisione di lasciare la Francia. Bisogna riconoscere la grandezza di un uomo che, solo col suo destino, lascia alle spalle le cose in cui aveva creduto, l’esercito, la carriera, il giuramento per imbarcarsi in un’avventura nella quale pochissimi credono, deve confrontarsi con se stesso, con i valori tradizionali della “grande muette”. In un paese nel quale la subordinazione al potere civile non era messa in discussione, in un paese nel quale l’Armée era uno strumento passivo nelle mani del governo, in un paese nel quale non era concepibile la disobbedienza al potere, il generale si brucia i ponti alle spalle quando parte per Londra.

Clausewitz che passò per lo stesso travaglio scrive: “Coscienza e giudizio politico possono avere la precedenza sul giuramento al sovrano”.
     De Gaulle parte dall’aeroporto di Mérignac, e durante il volo pensa: “Mi sentivo solo e povero, come un uomo che sui bordi dell’oceano pretende di attraversarlo a nuoto”. Churchill scriverà che con quell’aereo de Gaulle porta l’onore della Francia, de Gaulle riteneva di portare con se la Francia ma è praticamente sconosciuto in Inghilterra, ove si spera nell’arrivo di un uomo politico di prima grandezza. Spears lo descrive come un: “Uomo freddo, concentrato silenzioso”, Churchill: “Giovane, energico” e in seguito: “Il connestabile di Francia”. Da Radio Londra rivolge ai Francesi il celebre discorso che lo farà passare alla storia: “Qualunque cosa accada la fiamma della resistenza francese non deve estinguersi e non si estinguerà”. Dichiara che i capi militari alla testa delle forze armate da parecchi anni avevano formato un governo, che questo governo aveva chiesto l’armistizio, che la Francia era stata “submergé” dalla forza meccanica terrestre e aerea del nemico, che erano stati i carri armati, gli aerei, la tattica a portare i nostri capi al punto in cui si trovavano. Passava poi a parlare dell’avvenire. Con incrollabile fede sosteneva che la speranza non era tramontata, che la disfatta non era definitiva. “La Francia non era sola!”, poteva contare sull’impero britannico e sulla potenza industriale degli Stati Uniti d’America. Seguiva un appello: “Io, generale de Gaulle, invito gli ufficiali e i soldati francesi che si trovano in territorio britannico, gli operai e i tecnici a mettersi a rapporto con me”. Il discorso non desta grandi emozioni; nella Francia, sollevata dalla fine della guerra, lascia il tempo che trova, molti sostengono di non averlo sentito, creandosi un alibi per il futuro. Si è tagliato i ponti alle spalle, moltissimi lo considerano un traditore. Sono 20.000 i soldati francesi in Gran Bretagna, pochissimi rispondono al suo appello, della divisione Béthouart che ha combattuto in Norvegia, su 8.000 uomini 1.500 restano in Inghilterra, su 800 membri della missione solo 10 lo seguono, gli altri riguadagnano la douce France. Nessun ambasciatore lo segue, i capi civili e i comandanti delle colonie si adeguano agli ordini di Pétain, espressione del potere. L’obbedienza allo Stato, rappresentato dal legittimo governo, è fortissima.

Va riconosciuto che la scelta richiedeva coraggio, molti avevano le famiglie in Francia, la Germania è strapotente, la Gran Bretagna prossima ad essere invasa.

Alla fine del mese un manifesto era affisso sui muri di Londra. Cominciava con le parole: ”A tutti i francesi. La Francia ha perduto una battaglia! Ma la Francia non ha perduto la guerra. Dei governanti hanno potuto capitolare, cedendo al panico, obliando l’onore condannando il paese alla servitù. Tuttavia nulla è perduto”. Alcuni giornali francesi diedero notizia del discorso come il Marseille-Matin, Le Petit Marseilles, Le Progrès de Lyon e Le Petit Provençal.. De Gaulle si avvia a giorni durissimi, sbattuto sulle coste della Gran Bretagna dalla sconfitta, spesso umiliato, tiene testa a Roosevelt e a Churchill. Il secondo nelle sue memorie scriverà che la Croce di Lorena è stata la croce più pesante portata durante la guerra, Roosevelt, affetto da una fortissima antipatia nei suoi confronti, lo ostacolerà in tutti i modi. Il momento più duro sarà Mers el Kebir, quando la marina inglese affonda navi francesi, sollevando un’onda di indignazione in Francia, ma continuerà nella lotta senza incertezze.

Il governo Pétain passa subito all’attacco. In una nota del giorno 18 giugno dichiara che de Gaulle non fa più parte dell’esercito e gli ordina perentoriamente di ritornare in patria, il 19 altro ordine. Il 22 la promozione a generale di brigata viene annullata, il 26 su proposta di Weygand è accusato di istigazione e rifiuto di obbedienza di fronte al nemico e condannato dal tribunale militare della 17a circoscrizione riunitosi a Tolone, a 4 anni di reclusione e 100 franchi di multa. Il due agosto 1940, venerdì, perdurando nel suo rifiuto, viene condannato a Clermont-Ferrand dal tribunale militare della 12a circoscrizione, composto dai generali Frère, de la Laurencie e de la Porte du Theil per: “Tradimento, attentato alla sicurezza esterna dello Stato, diserzione all’estero in tempo di guerra” alla degradazione, confisca dei beni, pena di morte. Il condannato commenta: “I vecchioni che si curano a Vichy impiegano il loro tempo e la loro passione a far condannare chi è colpevole di continuare a combattere per la Francia”. Segue la radiazione dall’Ordre de la Légion d’Honneur. A Vichy si unì il partito comunista la cui ostilità cessò solo dopo l’aggressione tedesca alla “casa madre”.

Peguy sosteneva che chi rifiuta di arrendersi ha sempre ragione.

Il percorso di De Gaulle verrà seguito con interesse dalla stampa tedesca, un interesse prima marginale e poi sempre più intenso. Dopo il discorso del 18 Giugno 1940 viene citato da Hitler nel suo discorso del 7 luglio, insieme con i capi di Stato che sono fuggiti in Gran Bretagna. Successivamente Mussolini, di fronte all’avanzata in Africa delle forze della Francia Libera, avanza dubbi su un accordo Pétain-de Gaulle. La stampa lo definisce fantoccio dell’Inghilterra e lo paragona agli emigrati che sostenevano la monarchia contro i giacobini. Poi, per ordine di Goebbels, il silenzio cala su di lui. Ben presto torna alla ribalta, è oggetto di caricature e vengono riportati articoli della stampa di Vichy che lo accusano di svendere l’impero a Churchill. Dopo l’attacco all’Unione Sovietica diventa anche agente di Stalin e Goebbels lo giudica un uomo di poco carattere. Si continua nel 1943 sostenendo che, dotato di smisurata ambizione, è circondato da ebrei e uomini del Fronte Popolare. Al ritorno in Francia è definito un nuovo Napoleone Terzo, si scrive di un’accoglienza delle popolazioni estremamente tiepida, di una feroce epurazione, di un regime di terrore, di appetiti sulla riva sinistra del Reno. Quando negli ultimi giorni della guerra de Gaulle dichiara: “Pas d’Europe sans l’Allemagne” la moribonda stampa si scioglie in peani d’ammirazione per l’ex traditore col quale Himmler tenta vanamente di raggiungere un accordo.

La sua ora più bella sarà il 26 agosto 1944, quando entrerà in Parigi liberata.
La memoria dell’Uomo resterà nel cuore dei Francesi, 3.634 comuni hanno una via, una piazza o un boulevard a lui intitolati.

I corazzati
Il carro armato, e questo non va mai dimenticato, non era una nuova arma che andava ad aggiungersi alla panoplia di quelle esistenti, ma era stato ideato, quasi contemporaneamente in Francia e in Inghilterra, come soluzione di un problema tattico, anzi del problema tattico della prima guerra mondiale, guerra ossidionale per eccellenza, lo sfondamento di una trincea, protetta dal reticolato e difesa dalla mitragliatrice, della quale si scrisse: “Due uomini e un tubo su un treppiede annientano una compagnia di eroi”.

Negli ambienti militari europei si discuteva sul nuovo mezzo e nacquero tre scuole di pensiero.

La francese considerava, alla luce delle esperienze belliche, l’arma un moltiplicatore della potenza della “regina delle battaglie”, che doveva fiancheggiare negli attacchi. Erano i fanti che lo volevano “agganciato” per la protezione che offriva, ritenendo che la guerra futura sarebbe stata quella del passato.

In Inghilterra, nello stesso periodo, fu portata avanti ad opera di pochi ufficiali e studiosi una dottrina dall’estremismo opposto. Definita “all tanks”, se ne esaltava un ruolo autonomo. Non più mezzo ausiliario: dopo lo sfondamento della fanteria doveva dilagare, novella cavalleria napoleonica, nelle retrovie attaccando alla massima velocità gangli vitali, comandi, concentramenti di truppe, depositi, centri di comunicazione. Ma la dottrina ufficiale, di cui il carro Matilda era l’espressione, aderiva ai principi della dottrina francese.

La scuola germanica inseriva l’arma in un contesto di altre armi, fanteria, artiglieria, genio per formare un tutto unico, che doveva muoversi alla velocità del carro.

Sintetizzando, si può affermare che secondo la scuola francese e inglese il carro marciava al passo del fante, secondo quella tedesca il fante avanzava alla velocità del corazzato.

Le battaglie fra carri nel 1940 furono limitate: si ridussero a scontri di. retroguardia delle divisions légères mécaniques in Olanda e Belgio, lo scontro tra la 1a divisione corazzata e la 5a e la 7a Panzer a Dinant e tra la 3a D.CR. e la 10a Panzer a sud di Sedan, con forze corazzate francesi senza nessuna coordinazione, in situazione di inferiorità numerica. Solo la quarta D.CR. di de Gaulle, che ne assumerà il comando l’11 maggio, otterrà effimeri successi. In tutti i combattimenti le divisioni corazzate, tenute in riserva per proteggere le posizioni di resistenza del Piano D a beneficio della 1a Armata, mai furono usate a massa. La 1a e la 3a furono impiegate in contrattacchi non preparati, la 2a fu impiegata per frazioni. I risultati furono sempre nulli.

L’Armée entrò in guerra con una dottrina carrista chiaramente superata, basata sul fiancheggiamento della fanteria in piccoli nuclei senza nessuna coordinazione con l’artiglieria e l’aviazione. Divisi in chars d’infanterie e chars de cavalerie, i primi costituivano le divisioni corazzate oppure battaglioni autonomi di 45 carri della riserva generale, ripartiti tra le varia armate sotto la direzione dei comandanti delle armate o, in riserva strategica, sotto quella del comandante delle riserve generale dei carri.

I chars de cavalerie erano divisi tra divisions légères de cavalerie D.L.C., unità miste composte da una brigata a cavallo e una brigata motorizzata e gruppi di ricognizione delle divisioni di fanteria motorizzata.

Nel 1939 costituivano un insieme ben equilibrato. Sono in molti a sostenere che fossero i migliori del mondo, i meglio armati, i meglio protetti.

Tutto sommato, le valutazioni del Gabinetto del Ministro della Guerra del 2 dicembre 1939, almeno sulla qualità dei carri tedeschi, non erano infondate: “I Tedeschi nell’insieme non hanno che dei carri molto leggeri, molto inferiori ai nostri per quello che concerne il blindaggio, senza possibilità di successo contro reparti con un armamento anticarro. I loro carri sono in maggioranza analoghi alle nostre automitragliatrici da ricognizione […] Se le forze blindate tedesche hanno considerevolmente contribuito alla disfatta della Polonia sembra che sul fronte occidentale hanno meno possibilità nel loro stato attuale, in presenza delle nostre unità anticarro e dei nostri carri”.

La maggioranza dei modelli francesi era stata progettata nel 1935, come il Renault R 35, l’Hotchkiss H 35 e il Somua S 35, considerato anche dagli esperti stranieri il miglior carro della sua generazione. Contro un colosso come il B-1 bis, i proiettili degli anticarro tedesco da 37 mm non avevano nessuna possibilità, fronteggiati dal 47 mm del pezzo in torretta e dal potente 45 in casamatta. Un carro B fu colpito ben 25 volte prima di essere bloccato da un proiettile sparatogli nei cingoli. Questi carri erano però pesantemente svantaggiati dalla mancanza di trasmissioni moderne, moltissimi comunicavano tra loro con bandierine e con un sistema di rifornimento carburante che Philippe Masson definisce “archaïque”. Nel dopoguerra, alla Commissione d’inchiesta che tentava di dirimere le cause della sconfitta, Georges a domanda su chi fosse responsabile del rifornimento del carburante che avveniva con autocisterne, rispose: “È una questione da esaminare. Io personalmente non lo so”. La scarsa efficienza della logistica portò per la mancanza di carburante al sabotaggio di molti carri, un sabotaggio che, spesso effettuato frettolosamente, portò al successivo recupero da parte dei vincitori.

La divisione corazzata, la D.CR, in forza alla fanteria, era composta da due demibrigade di carri su due battaglioni ciascuno, un battaglione di fanteria porté, un reggimento di artiglieria. Totale 6.500 uomini, 1.400 veicoli e 160 carri, 70 B1 e 90 H39. Balza subito agli occhi la mancanza di una forza di esplorazione e la pochezza della formazione, un solo battaglione di fanteria, poca artiglieria da campagna e anticarri, una modesta compagnia genio e trasmissioni. Era impiegata nel quadro di una Grande Unità, il Corpo d’Armata, in una delimitata profondità di terreno. All’atto dell’inserimento la D.CR. avrebbe dovuto usufruire della logistica dell’unità superiore, in particolare dei rifornimenti di carburante, della difesa antiaerea, dei suoi ponteggi ed altresì di rinforzi di fanteria, artiglieria e trasmissioni; il che comportava un lungo, comune addestramento per ottenere risultati apprezzabili, ma non va dimenticato che le D.CR. erano state costituite da pochi mesi. Va notato che i comandanti delle tre D.CR., Bruneau, Bruche e Brocard, furono sostituiti, dopo i primi scontri con i generali Welvert, Perré e Buisson, mentre de Gaulle, comandante dell’improvvisata quarta D.CR. fu sostituito, dopo la nomina ministeriale, dal generale Lafont. “

On n’improvise pas une division cuirassée” scrive il commandant Wauquier. La 1a e la 2a divisione corazzata furono create nel gennaio 1940, l’addestramento fu reso difficile dal rigido inverno e dalla necessità di cedere materiale alle altre divisioni in embrione. Dalla Commission d’enquête parlamentaire furono definite: “[…] des unités de formation insuffisamment instruites et amalgamées”. La terza D.CR fu creata il 20 marzo, a maggio era: “en cours de constitution et de rassemblemen […] Aucune des unités n’etait complète […] au debut de son rodage et n’avait pas réalisé sa cohésion”. A tocco finale va aggiunto che avevano tutte gravi problemi nelle trasmissioni. Le due prime, le sole grandi unità addestrate nel gennaio 1940, sono la riserva del Groupe n.1, alle spalle della 1a Armata sulla posizione Dyle-Gembloux. Missione: risposta a un attacco di corazzati. E “intervention en vue d’achever la rupture d’une position ennemie et d’ouvrir la voie à l’exploitation par les unités de cavalerie”. Secondo la Notice provisoire du 28 juin 1938 la divisione poteva anche essere utilizzata nell’attacco per prolungare l’azione delle divisioni di fanteria ingaggiate e penetrare rapidamente in profondità nel dispositivo, nella manovra sulle ali e per ristabilire la situazione dopo uno scacco o per manovrare in ritirata.

La division légère mécanique D.L.M., in forza alla cavalleria, era composta da una brigata su due reggimenti di carri di quattro squadroni ciascuno (2 di S 35 e 2 di H 39); una brigata composta da un reggimento di esplorazione (40 AMR) e un reggimento di dragons portés su tre battaglioni; un reggimento di artiglieria motorizzata con 47 AC e 25 AA per un totale 10.400 uomini, 3.000 veicoli, 180 carri (90 S 35 e 90 H 39) e blindati per la ricognizione. La grande unità blindata della cavalleria può essere avvicinata alla panzerdivision. Fu solo per i ritardi nella produzione del Somua che si dovette ricorrere all’H 39.

Lo stato maggiore tedesco entrò in guerra con le idee chiare sull’organizzazione e l’impiego dell’arma corazzata, quello francese senza idee, tanto che D. Showalter definì con pesante sarcasmo l’Armée un “avversario cooperativo”. La Panzerdivision era formata da una brigata panzer, una brigata di fanteria motorizzata, un reggimento di artiglieria motorizzata oltre a unità controcarri, genio e servizi. La Bibbia dell’ufficiale carrista era rappresentata dal Truppenführung dell’ottobre 1935 che al n° 3 recitava: “Il comando dell’unità deve armonizzare l’attività combattiva dei carri armati con quella cooperante delle altre armi. Il combattimento delle altre armi, nella sfera d’attacco dei carri armati, deve regolarsi su questi”. La massima innovazione portata alla nuova arma furono le eccellenti trasmissioni radio che univano tutti i carri anche al livello minore a quello dei comandanti dei reparti a loro volta collegati ai comandi superiori e a quelli dell’artiglieria e della fanteria, la qual cosa evitava i tempi morti necessari nel passato per ricevere ed eseguire nuovi ordini.

I rapporti tra le tre componenti subirono notevoli variazioni ma nel 1935 le prime tre divisioni erano composte da una brigata carri su due reggimenti, ciascuno su due battaglioni divisi in quattro compagnie per un totale di 561 carri, da una brigata di fanteria motorizzata su due battaglioni autoportati, un battaglione motociclisti, un reggimento di artiglieria con due gruppi di obici da 105, un reggimento di artiglieria controcarro, un battaglione esplorante su motociclette, una compagnia genio e reparti trasmissioni e comando.

Ben presto si accertò che la formazione era troppo pesante da manovrare e gli organici vennero modificati, per cui la divisione fu portata a 320 carri. La brigata di fanteria era su tre battaglioni di fucilieri, ciascuno su cinque compagnie, con plotoni mortai pesanti da 81 e plotoni mitraglieri. Siamo lontano dalla pesante arma automatica da 50 kg. con una squadra di tre uomini del passato conflitto; la MG 34 ne pesava solo 12, ogni squadra fucilieri di dieci uomini ne ebbe una, ogni plotone un mortaio leggero da 50 mm. L’unità di trasmissioni era dotata di modernissime apparecchiature radio. La divisione aveva tre gruppi di artiglieria. Quello pesante aveva 12 obici FH 18 da 152 mm su tre batterie da quattro pezzi. I due gruppi leggeri ciascuno dodici obici FH 18 da 105. I pezzi erano trainati da semicingolati, la cui economicità veniva messa in rilievo dalla possibilità di sterzare con le due ruote anteriori a differenza di un veicolo completamente cingolato. Dall’assunto di Guderian: “la fanteria marcia al passo dei corazzati”, sorse il problema del veicolo di fanteria che doveva fiancheggiare il carro. Già nel 1930 il generale Ernst Kabisch su Militar Vochenblatt auspicava un mezzo corazzato in grado di muoversi su ogni specie di terreno alla stessa velocità del corazzato. La soluzione sarà costituita dal SdKfz 25, un semicingolato della Hanomag entrato in servizio nel 1939, che, protetto da una leggera blindatura inclinata per deviare le pallottole, era in grado di trasportare 12 uomini e due mitragliatrici. Anche questo mezzo era dotato di un motore Maybach, esempio della standardizzazione voluta dai tecnici. Essendo a cielo scoperto, i fanti potevano saltare fuori alla massima velocità, ma nello stesso tempo erano esposti al lancio di bombe a mano Fu Hitler in persona in un memoriale segreto del 9 settembre 1939 a stabilire in modo assoluto che i corazzati non dovevano essere coinvolti in combattimenti in abitati. Si dovrà arrivare al dopoguerra per vedere un mezzo corazzato da trasporto protetto dal quale i fanti possano combattere.

La Panzerdivision nacque dalla volontà di Guderian, un oscuro ufficiale che non si era messo in luce nella guerra passata. Uomo dalla volontà di ferro, concepì una nuova formazione autonoma e indipendente nella quale armi diverse, carri, fanteria e artiglieria, fuse in un'unica forza ben bilanciata, moltiplicavano il loro potenziale agendo in massa e in cooperazione. Elemento base era la velocità, seguiva la potenza di fuoco che permetteva la penetrazione strategica in profondità, la corazzatura e le comunicazioni.

Con una prosa incisiva Guderian ne scandisce la filosofia di impiego: “La panzerwaffe è un martello che deve colpire nel punto decisivo, i corazzati devono proiettarsi il più avanti possibile, il più rapidamente possibile […] Fattori alla base dell’offensiva sono la sorpresa, la velocità e la superiorità dei materiali e la potenza del fuoco […] la Panzerdivision è il ferro di lancia dell’esercito […] fuori strada i mezzi di accompagnamento devono avere la stessa velocità dei carri […] il carro è un’arma per l’offensiva strategica, il suo ruolo è quello di distruggere il nemico in profondità, deve essere impiegato in massa, nel luogo e nel momento decisivi, per colpire un obiettivo lontano […] la Panzerdivision è costituita dalla fusione di unità idonee a manovrare fuori strada, nelle quali fanteria, artiglieria, genio combattono con i carri e per i carri, elemento fondamentale delle grandi unità [..]. Assegnando all’aviazione e ai carri armati il ruolo di armi principali e segnando nuovi criteri noi tentiamo di ottenere una decisione tattica e di svilupparla immediatamente nel campo strategico. Questo sforzo sarà coronato da successo? Soltanto la guerra lo dimostrerà […].

Queste tesi vengono ribadite da Rommel il quale nei suoi Papers scrive: “I carristi sono il cuore delle divisioni corazzate. Tutte le altre unità sono meramente ausiliarie”. Hasso von Manteuffel, “uno dei più dinamici fra i comandanti di forze corazzate” secondo Guderian, in stretta sintonia scrive: “Un attacco di fanteria che precedesse i cari avrebbe lo stesso insuccesso della prima guerra mondiale […] la fanteria ha bisogno della cooperazione dei carri, occorre però che l’organizzazione, l’armamento, l’equipaggiamento, l’addestramento e il comando di queste unità sia bene armonizzato per conseguire il successo […] Le squadre fucilieri dei Panzer Grenadier devono portare in azione mitragliatrici, ampi munizionamenti, granate a mano […] Le unità dei fucilieri devono combinare mobilità e potenza di fuoco, loro caratteristica è l’entrata in azione direttamente dal movimento, la velocità è la chiave del movimento e l’addestramento la chiave della velocità, ogni ritardo dà al nemico la possibilità di riprendersi dagli attacchi dei carri armati e ricostruire la difesa […] L’artiglieria non deve essere piazzata lontano dalla linea del fuoco, la vicinanza permette di concentrare il fuoco sui bersagli più pericolosi, senza indugi e senza la necessità di trasmettere ordini a distanza, causa di pericolosi errori e ritardi […]. Aggiungeva: “In tempo di pace noi tutti avevamo sottovalutato l’importanza della velocità dei carri sul campo di battaglia. È superiore a quella dello spessore della corazza”.

Questi principi vengono incorporati nel manuale delle truppe corazzate del 1939: “Le divisioni corazzate sono particolarmente idonee alla rapida concentrazione di una notevole potenza di fuoco, ad ottenere decisioni rapide mediante l’apertura di brecce, a penetrazioni profonde su ampie fronti e alla distruzione del nemico”.

Di Guderian, Basil Liddell Hart scrive: “Ha fatto la storia su larga scala, plasmando gli avvenimenti con una nuova idea […]” e, riferendosi alla battaglia di Francia: “Fu Guderian con i suoi carristi a trascinare dietro di sé l’esercito tedesco, a lui e ai suoi uomini deve essere attribuito il merito principale della più travolgente e decisiva vittoria della storia moderna”. Hasso von Manteuffel aggiunse: “Fu lui il creatore e il maestro delle nostre forze corazzate, e pongo un accento particolare sul termine maestro”.

L’attenzione per il carro, che nella Grande Guerra era stato poco considerato tanto che nell’estate del 1918 la forza corazzata tedesca ammontava a 90 mezzi, era stata una costante nella Germania del dopoguerra. Il periodico Militär Wochenblatt ospitava con frequenza brevi pezzi di scrittori militari o di addetti militari all’estero. Il periodico Kampfwagenausbildung in Russland citava lo stato dell’arte in Russia nel 1926, mentre Guderian in Militärwissenschaftliche Rundschau del dicembre 1935 nominava de Gaulle e Fuller.

Le cause della débâcle
La sconfitta fu oggetto di una serie imponente, interminabile di pubblicazioni, opere, articoli, memorie. Per anni e anni si trascinarono dispute, polemiche e diatribe in un clima di roventi tensioni che solo il passaggio del tempo attutì, dando il campo a ricerche storiografiche che negli ultimi anni si sono rinnovate e sviluppate specialmente nei paesi anglosassoni e che tuttora continuano. Civili e militari, attori e spettatori, in molti casi eredi o difensori di ufficio, si sono vigorosamente difesi senza riconoscersi nessun demerito. Con l’eccezione di Pétain, quasi tutti lasciarono assolutorie memorie. Ricorda de La Gorge: “Le accuse reciproche sono il rifugio dei vinti”.

A giudizio di chi scrive, la principale causa della disfatta va ascritta alla superiorità germanica nella concezione e nella interpretazioni della guerra. I grandi cacicchi che avevano vinto quella passata, unanimi nelle stesse concezioni, erano incapaci di affrontare quella presente in un’atmosfera di paralisi e di impantanamento intellettuale. Conseguenti furono l’errore di non estendere la linea difensiva fino al mare del Nord, la mancanza di una massa di manovra corazzata, di cooperazione con l’aviazione, di un sistema di rifornimenti moderno, la lentezza nelle decisioni e nell’esecuzione, il tutto nella sofferenza psicologica di uomini come de Gaulle che venivano enucleati e non potevano rimettere in discussione la dottrina ufficiale. Tutte le decisioni venivano prese nelle alte sfere e la trasmissione degli ordini era lenta e gerarchizzata al massimo, in un sistema nel quale le iniziative dei gradi inferiori non erano apprezzate.
     Il problema veniva da lontano, se il colonnello Brancaccio, capo della missione italiana in Francia, alla data del 27 luglio 1917 osservava: ”L’ufficiale francese, in generale, non osa assumere responsabilità: non prende decisioni senza essersi premunito prima con una richiesta scritta - la famosa petite note - e senza coprirsi con l’assenso di una mezza risma di superiori”. Sulla stessa linea era de Gaulle nel suo Fil de l’epée: “Impotente a decidere, […] si impegna a non ordinare nulla che non gli sia stato prescritto dall’autorità superiore o almeno dal regolamento”. I comandi erano sempre posizionati lontano dalla prima linea, la radio poco utilizzata, gli ordini dati sovente per telefono o con ufficiali di liaison che impiegavano ore a effettuare le missioni. Gamelin nelle sue Memorie nega invece: “deficienze nei materiali di trasmissione (radiotelegrafia e radiotelefonia, cavi ecc.) e d’ottica. In realtà queste deficienze non esistevano per le dotazioni iniziali delle truppe […]”.
     La mancanza di una valida strategia non era solo attribuibile al milieu militare. Esangue e rovinata, la Francia d’istinto fissò la politica fra le due guerre su un semi pacifismo difensivo con la. Germania disarmata, su una politica di sicurezza collettiva e sulle alleanze. Quando Pétain proclamava il principio “dell’inviolabilità del territorio” e della “difesa su una linea fortificata” la soluzione sembrava di apparente facilità e andava al cuore di un paese esausto, nel quale i politici “sentivano” questo accordo tra militari e opinione pubblica e non lo misero in discussione perché elettoralmente redditizio. La Maginot era meglio delle divisioni corazzate. Lo stato maggiore, non stimolato, si era addormentato nel perfezionismo del dettaglio tattico. Il tutto condannò il più rinomato esercito del mondo a una sconfitta umiliante, senza appello.
     Ma, sostiene Clausewitz: “In guerra gli effetti procedono raramente da una causa unica, quasi sempre invece da cause molteplici interferentisi”.
     Le cause della disfatta vanno anche viste nella debolezza dei governi che si erano succeduti a un ritmo vorticoso, il rifiuto dei Francesi di morire per la Francia, la pochezza dell’industria nazionale afflitta da continui scioperi, le teorie pacifiste che minimizzavano il pericolo hitleriano, la Destra reazionaria simpatizzante per i paesi fascisti, la debolezza morale, sociale e politica della Terza Repubblica. Non dando peso a intellettuali della Destra estrema come Celine, che attribuiva la sconfitta ai “loisirs et la vinasse”, altri “alle 40 ore e al Pernod” o allo squallido Maurras, che gioisce per la “divine surprise”, concentrandosi sulle cause militari va preliminarmente osservato che si trattò di una sconfitta epocale che si può paragonare alla campagna lampo con cui Napoleone distrusse l’esercito prussiano nel 1806, un “cas d’école” esemplare per le sue modalità.
    Occorre leggere alcuni articoli della Instruction sur l’emploi tactique des grandes unités del 1936 per rendersi conto della “legnosità” del dispositivo francese. Articolo 202: “La bataille offensive revêt la forme d’actions de force successives, précédées de temps d’arrêt”, articolo 207: “Toute bataille comporte un échelonnement des efforts dans le temps qui peut être découpé ainsi: une phase préliminaire, une phase d’exécution et une phase d’exploitation” e via con la cautelosa prudenza che porta alla preparation opera principale dell’artiglieria e all’attaque di cui il comando fissa il rythme, le conditions de la progression vers les différents objectifs, la sosta sugli obiettivi, la nuova disposizione dell’artiglieria il tutto minuziosamente chiarito, mettendo al bando velocità, iniziativa, movimento. Di fronte vi era la guerra di movimento, comandanti di unità che prendevano iniziative personali, vedi Guderian, anche scontrandosi ferocemente con i capi.
    A conforto della tesi del “lettore di storia che scrive”, segue una breve antologia di giudizi di storici e protagonisti, dando la precedenza a un uomo di altissimo valore, il già ricordato Marc Bloch. Ebreo, senza “né orgoglio né vergogna”, intellettuale di valore, storico, professore universitario, cofondatore della prestigiosa rivista Les Annales, col grado di capitano, dopo aver combattuto nella Grande Guerra, prestò servizio, come ufficiale di collegamento con il B.E.F, presso lo stato maggiore della prima Armata a Bohain in Piccardia.

Travolto nel disastro, sfugge alla prigionia ed entra nella clandestinità. Per quattro anni organizza e dirige il movimento partigiano; poi, arrestato, viene fucilato il 16 giugno 1944, “insieme a un ragazzo di sedici anni, che egli tenne per mano, per fargli coraggio di fronte alla morte”. Nel luglio 1940, a un mese dalla sconfitta, “in preda alla rabbia”, in ciò unito a de Gaulle, scrive L’étrange défaite, Témoignage écrit en 1940, in cui a caldo analizza le motivazioni del disastro militare con grande lucidità. A suo giudizio: “la causa diretta - che esigerà anch’essa di essere spiegata - fu l’incapacità del comando”. Accusa i “dottrinari” di avere erroneamente creduto nella potenza della corazza, nella posizione fortificata: “al lume della quale almeno l’avventura belga avrebbe dovuto essere preventivamente condannata […] Abbiamo subito un’incredibile disfatta. Di chi la colpa? Del regime parlamentare, delle truppe, degli Inglesi, della Quinta Colonna, rispondono i nostri generali”. Aggiunge: “Lo storico sa con certezza che due guerre successive, separate da un intervallo nel corso del quale la struttura sociale, la tecnica e la mentalità hanno subito metamorfosi, non saranno mai la stessa guerra”. Testimone della disfatta, ammonisce: “Qualunque possa essere il successo finale, l’ombra del grande disastro del 1940 non si cancellerà tanto presto. […] Beaucoup d’erreurs diverses, dont les effets s’accumulèrent, ont mené nos armées au désastre. Une grande carence, cependant, les domine toutes. Nos chefs ou ceux qui agissaient en leur nom n’ont pas su penser cette guerre. En d’autres termes, le triomphe des Allemands fut, essentiellement, une victoire intellectuelle et c’est peut-être là ce qu’il y a eu de plus grave. [...] Il nostro comando essendosi imbattuto nel nuovo, senza avere la capacità di affrontarlo, non si è limitato a subire la disfatta: simile a quei boxeur che appesantiti dal grasso si sgomentano al primo colpo inatteso, l’ha accettata” e poi, ancora: “Hanno accettato il disastro in preda alla rabbia, ma l’hanno accettato troppo presto, perché trovavano in esso atroci motivi di consolazione: schiacciare, sotto le rovine della Francia, un regime aborrito; piegare le ginocchia davanti alla punizione che il destino aveva creduto di dover infliggere a una nazione colpevole”.

La maggiore dimostrazione di questo assunto si ha nelle parole di Pétain: “Il disastro in realtà è soltanto il riflesso sul piano militare della debolezza e dei vizi del precedente regime politico”. L’americano William Shirer è sostanzialmente d’accordo. La sconfitta nacque: “[…] dai dissensi e dalle divisioni interne, da una inesplicabile cecità politica in campo internazionale, interno e militare; dalla inettitudine dei suoi dirigenti; dalla corruzione della stampa e dal diffondersi tra la popolazione di un senso di crescente confusione, sfiducia e cinismo”. Rougeron sintetizzò la situazione: “Il successo non è stato riportato dall’attacco sulla difesa, ma dall’attacco 1939 sulla difesa 1918”. In effetti lo stato maggiore francese aveva perfezionato la tattica della trincea del 1918, quello tedesco aveva inventato una nuova strategia. Mario Silvestri forse con italica soddisfazione a fronte de commenti francesi sul disastro di Caporetto parla di: “[…] una Caporetto moltiplicata per cinque”. François Cochet la definisce: “La più grande disfatta dell’epoca contemporanea”. “La cosa più terribile fu lo sgomento degli ambienti su cui gravavano responsabilità assai maggiori; sgomento del quale molti di noi poterono osservare atterriti l’avanzare progressivo, quasi giorno per giorno, presso alcuni degli ufficiali che occupavano le cariche più impegnative dello stato maggiore; particolarmente mettere l’assunzione di decisioni con estrema calma. Tutte le decisioni prese erano sorpassate dagli eventi, nulla funzionava come previsto, tutto si decise in pochi giorni. Siamo di fronte a un “collapsus doctrinal” come scrive Philippe Garraud89. Osserva Liddell Hart che quella di Francia fu: ”Uno dei più impressionanti esempi offertici dalla storia dell’effetto decisivo di una nuova idea, tradotta in pratica da un esecutore dinamico”. Chiarissimo il comandante della 5a Armata generale Bourret in una lettera inviata in data 7 giugno al generale de Lattre Tassigny: “Nous avons donc subi un désastre militaire sans précédent! Vous savez que je n’ai rien contre les personnes, mais notre Haut Commandement c’est, pour l’Histoire, Soubise, Bagration, Mélas, Mack!”.”

Il generale Karl Rudolf Gerd von Rundstedt, che a 64 anni era stato richiamato in servizio, fu chiaro: “I francesi combattevano secondo le tradizioni della prima guerra mondiale. Non erano aggiornati per quanto riguardava l’arte del comando e per l’impiego della radio. Quando erano in movimento e volevano cambiare direzione dovevano prima fare l’alt e diramare nuovi ordini”. Nel dopoguerra, interrogato da Liddell Hart, elenca i fattori principali dello sfondamento in Francia:

1) Il concentramento di tutte le forze, in cooperazione con gli aerei da bombardamento nel punto di penetrazione.

2) Sfruttamento del successo anche nelle ore notturne.

3) Insufficienza della difesa anticarro nemica, superiorità aerea.

4) Le divisioni corazzate portavano con se carburante per 150-200 chilometri, in bidoncini.

5) I carri portavano razioni sufficienti per tre giorni, per altri tre nella colonna di rifornimento reggimentale e per altri tre nella colonna di rifornimento divisionale.

Lapidaria fu la valutazione del generale Erich Marks del soldato francese: “I francesi che incontrammo non erano quelli del 1914-1918. È stato come il confronto tra le armate rivoluzionarie del 1796 e quelle della coalizione. Solo che questa volta noi eravamo i rivoluzionari e i Sans-Culottes”.
     Nell’immediato dopoguerra, a giustificazione della sconfitta, nacque tutta una serie di leggende sui panzer, calcolati in un numero doppio o triplo di quello effettivo,e solo alla loro massa d’urto si attribuiva il successo. Vi era da parte francese la tendenza a enfatizzare le forze nemiche per giustificare la cocente sconfitta, secondo un meccanismo mentale di cui la sconfitta italiana in Libia a cavallo tra il 1940 e il 1941 ne è un buon esempio. Oggi è ormai acclarato che nella battaglia di Francia si fronteggiavano un numero all’incirca pari di mezzi corazzati. Esisteva una sostanziale parità e complessivamente quelli francesi erano in grado di dare maggiori prestazioni. In linea di massima a quelli tedeschi si riconosce maggiore velocità e autonomia, a quelli francesi migliore armamento e blindatura. Il Somua era meno armato, ma più blindato del PzKpfw IV, con un tonnellaggio identico, più rapido e con un maggiore raggio d’azione. L’Armée aveva però a disposizione il modello B, meglio armato e blindato, con un’autonomia di marcia di dieci ore. I PzKpfw mod.I avevano un armamento risibile, in tutto due mitragliatrici leggere, i PzKpfw mod.II un cannoncino da 20 mm e una mitragliatrice, entrambi inferiori ai R 35, H 35 e F.C.M. per peso, armamento e blindaggio, pur avendo una velocità maggiore. Il carro PzKpfw mod. III era rapportabile al carro D per peso e blindaggio, inferiore per velocità e raggio d’azione, superiore per armamento.

Wilhelm Von Thoma è chiaro: “I carri francesi erano migliori dei nostri per corazzatura, cannoni e numero, ma inferiori per velocità, radiocomunicazioni e comando. La concentrazione di tutte le forze corazzate nel punto decisivo, il rapido sfruttamento del successo e l’iniziativa degli ufficiali di ogni grado, furono i motivi principali della nostra vittoria nel 1940”. Gamelin, va riconosciuta la sua “sportività”, concorda: “Leggera superiorità germanica nel numero complessivo di carri moderni”, ma la differenza non portava a uno squilibrio fra le parti. Superiorità francese nei confronti della corazzatura e nell’armamento. Concludendo: “Non è il numero di carri né soprattutto il loro intrinseco valore che può aver dato ai nostri nemici una sensibile superiorità”.

Tra le tante leggende che circolarono dopo la fine della campagna di Francia, schiacciante superiorità dell’arma corazzata, armi segrete per la rapida conquista di Eben-Emaël, Quinta Colonna nelle retrovie, piena adesione dello stato maggiore alle rivoluzionarie teorie di Guderian, va aggiunta una valutazione delle capacità di movimentazione dell’esercito tedesco che non rispondeva a verità. La realtà era diametralmente diversa. Solo il 10-20% delle divisioni rispondeva all’immaginario collettivo che si era formato alla luce di fotografie, cinegiornali, riviste come Signal e Der Ader e documentari nei quali venivano esibiti solo i carri PzKpfw mod.IV con cannone da 75, in tutto circa 200. “Quando iniziò la guerra, la motorizzazione della gran massa dell’esercito che non faceva parte delle formazioni mobili era stata scientemente trascurata” scrisse il generale von Manteuffel nel suo Fast, mobile and armoured troops. La maggioranza delle divisioni si muoveva a piedi, con al seguito cannoni e carriaggi spinti da cavalli, come negli altri eserciti, fatta eccezione per l’Inghilterra in cui le forze disponibili erano tutte motorizzate, unico esercito ad entrare in guerra senza cavalleria montata.

La divisione di fanteria aveva in forza nel 1939 un organico di 17.734 uomini, 4.842 cavalli, 615 autoveicoli e 919 carri ippotrainati. L’artiglieria divisionale composta da 36 pezzi da 105 e da12 da 150 in due versioni, una già in uso nella passata Grande Guerra e l’altra risalente agli anni Venti con le rispettive sigle FH 16, FH 18, sFH 13 e sFH 18 era trainata da cavalli. Non va dimenticato che una divisione di fanteria aveva 5.300 quadrupedi che necessitavano di cure quotidiane e consumavano giornalmente oltre 50 tonnellate di fieno e di avena, mentre il parco automezzi era di 940 unità con una estrema varietà di modelli di autoveicoli e di camion, molti provenienti dall’Austria e dalla Cecoslovacchia, che portava al problema dei pezzi di ricambio. È poco noto che in Germania degli ultimi anni Trenta vi era un autoveicolo ogni 47 persone, mentre in Francia, Gran Bretagna e Stati Unti rispettivamente uno a 25, uno a 21 e addirittura uno a quattro.

È forse di qualche utilità, a dimostrazione della difficoltà che si incontrano nello studio dei dati numerici delle forze in campo, una breve panoramica delle valutazioni di riviste e storici sull’entità dei corazzati scesi in campo.

Nell’anno 1941 la Nazione militare sparò cifre incredibili. La Germania metteva in campo 7.500 carri armati, la Francia 2.000; questi dati non venivano smentiti da parte tedesca. Georges Ferré nel suo Le défaut de l’armure edito nel 1948 calcolava la consistenza dei carri francesi in 3.768, così divisi: carri di fanteria 1755 moderni + 506 antiquati, carri di cavalleria 764 moderni + 743 antiquati. Altri li calcolano in di 2.262 di modello moderno, 540 di modello superato, oltre a 743 autoblindo. Wauquier che scrive nel 1953 sostiene che il numero di engins a disposizione del comando supremo era di 2.262 carri armati moderni, 540 anciens e 743 autoblindate. In un dettagliato prospetto parla di 945 R 35, 821 H 35, 90 FCM, 85 D, 311 B, 6 2C, 534 F.T., 261 Somua, a cui si aggiungono 359 autoblindo AM D e 384 AM R.

Jean-Marie d’Hoop siamo nel 1954: “Malgré tout ce qui a pu étre affirmé sur la manque de chars, L’Armée n’en était pas tellement démunie. Les diverses évaluations, du còté français donnent un total de 3.500 à 3.600 chars sortis d’usine en mai 1940, non compris les auto-mitrailleuses”. Guderian va giù pesante. Calcola nella fantomatica cifra di 4.800 i carri anglofrancesi, a cui si opponevano 2.800 tedeschi comprese le autoblindo. Aggiunge: “In realtà, all’inizio dell’attacco, esistevano da parte germanica esattamente 2.800 panzer comprese le autoblindo. Ci trovavamo dunque di fronte ad una superiorità doppia, aggravata dal fatto che i carri francesi erano superiori a quelli tedeschi per corazzatura e calibro di cannoni, ma inferiori quanto a mezzi di guida e velocità”. Nel 1947, mentre era prigioniero degli Americani presso Francoforte, Guderian fu sottoposto a una serie di domande da parte di un ufficiale del Service historique de l’Armée. Dichiarò che il 10 maggio 1940 la Wehrmacht allineava 10 divisioni corazzate e sei motorizzate, escludendo formazioni di carri non indivisionati, tutte impegnate nell’offensiva contro la Francia. Le divisioni corazzate avevano un numero di carri variabile: 276 la prima, la seconda e la decima, 324 la terza, la quarta e la quinta; 218 la sesta, la settima e l’ottava, mentre la nona ne contava 229 per un totale complessivo di 2.683 carri da combattimento dei modelli uno, due, tre e quattro. Vi erano poi 320 carri comando così distinti: tre per la divisione corazzata, quattro per la brigata carri, tre per il reggimento e il battaglione, ogni reggimento di artiglieria sette carri comando per un totale di 320 carri comando. Totale 2.683 + 320 = 3.003. Si trattava di una cifra teorica perché in pratica, secondo Guderian, i carri nel corso della campagna erano circa 2.800. Le autoblindo erano 56 per divisione corazzata, andavano aggiunte 114 delle divisioni motorizzate e 108 delle divisioni di fanteria per un totale complessivo di 800, cifra anche questa teorica, in pratica 700. Confermava che la cifra complessiva di carri e autoblindo utilizzati nella campagna non superava la cifra di 3.500.

Walter Görlitz è sulla stessa linea: La Wehrmacht disponeva di 3.469 carri, ma più della metà erano armati solo di cannoni da 20 mm. o di mitragliatrici. Calcolava in 3.100 i carri francesi di cui 2.285 moderni, oltre a un certo numero di antiquati chars F.T. e 2C. risalenti alla passata guerra. Secondo fonti britanniche i carri inglesi erano 289. Shepperd sostiene che gli Anglofrancesi avevano 3000 carri, i Tedeschi 2.400 di cui più di 1400 Pz.I e II, 349 Pz III, 279 Pz IV.

Deighton, con l’esclusione dei mezzi armati di mitragliatrici, stabilisce in 2.342 i carri francesi, in 231 gli inglesi e 2.171 i tedeschi. Per concludere In Das Heer 1933-1945 Hillebrand conteggiava in 2.574 i carri tedeschi al 10 maggio.

Le querelles si estesero a episodi vari che avevano moltiplicato le cause della sconfitta. Sul mancato intervento della R.A.F. violente furono le polemiche. Il generale Vuillemin, capo di Stato Maggiore dell’Aeronautica, sostenne: “[…] lo sforzo britannico fu ridotto, malgrado le ripetute richieste del comando francese, tanto nella ripartizione dei mezzi che nella loro utilizzazione, per il particolarismo di una limitata concezione della difesa aerea del territorio nazionale”. Davanti alla Commission chargée d’enquêter sur les événement survenus en France de 1933 à 1945 Daladier, ex presidente del Consiglio ed ex ministro della Difesa nazionale, dichiarava: “Ho il dispiacere di dire che il concorso britannico sul quale contavamo dal punto di vista aereo non è stato con esattezza dato”. Davanti alla stessa commissione Guy La Chambre, ministro dell’Aviazione: “Ora, come io vidi il disastro, l’appoggio britannico non è stato manifestato nel corso della battaglia di Francia nelle proporzioni che avevamo negoziato negli accordi dello Stato Maggiore con i nostri alleati britannici”. Gamelin, in una memoria sulla battaglia della Mosa, olimpico come sempre, scriveva a sua volta: “ I nostri più gravi errori di calcolo riguardarono l’aviazione britannica. I Britannici empiricamente osservavano che se la fanteria francese non teneva era inutile il concorso della R.A.F. Paul Reynaud aveva opinioni diametralmente opposte: “L’aviazione britannica ha potuto commettere degli errori, ma è inesatto che sia stato egoisticamente rifiutato il suo concorso come ha ripetuto la stampa di Vichy nella campagna contro il nostro alleato che è stata il complemento logico della politica di asservimento al nemico. Posso testimoniare personalmente: né Daladier, né Gamelin mi hanno detto che l’Inghilterra abbia mancato negli accordi che aveva con noi, prima della guerra, al riguardo dell’aviazione. Essa non aveva preso impegni quantitativi”. Uno spaccato dell’ufficialità francese ci viene dal processo di Riom, febbraio-aprile 1942, un processo in cui la Francia di Vichy si erge a giudice della Francia della Terza Repubblica di cui giudici, imputati e testimoni erano stati servitori. Vi fu la sfilata del Gotha degli altissimi dirigenti militari dell’Armée. Alla prima seduta del giorno 19 vi fu uno scambio di accuse tra politici e Gamelin, il quale dichiarò che non avrebbe partecipato al dibattito, limitandosi a rispondere a una domanda del presidente sulla mancata costituzione delle divisioni corazzate prima del 15 gennaio 1940: “Ciò metterebbe in causa troppe persone”.

Sfilarono poi i generali responsabili della sconfitta.

Il generale Besson, comandante del 3° Gruppo d’Armate sostenne: ”Quanto ai carri noi avevamo fiducia nei diversi modelli che erano stati distribuiti alle armate […] Noi non avevamo che tre divisioni corazzate contro le dieci o undici divisioni corazzate tedesche. Presso di noi ogni divisione carri aveva 120 carri, presso i Tedeschi 500. […] Si è preteso che noi avessimo una dottrina assai scadente circa l’impiego dei carri. Protesto. Noi non abbiamo mai studiato la teoria, perché non avevamo abbastanza carri. […] Le foreste delle Ardenne sarebbero state impenetrabili se si fossero effettuati i considerevoli lavori che erano indispensabili”. Blanchard, comandante della 1a Armata all’inizio del conflitto, sostenne che l’audacia con cui era stato effettuato l’attacco non era stata prevista.

Viene alla mente Federico II quando parlava di Sua Maestà l’Azzardo.

Il generale Grandsard ammise che: “La nostra dottrina d’impiego dei carri si è rilevata errata. Dovevamo usate le unità sino al limite di protezione dell’artiglieria. Non avevamo i mezzi per il rifornimento di benzina ai nostri carri armati, i quali avevano un’autonomia insufficiente”. Il generale La Porte du Theil, comandante della 42a Divisione, e poi del 7° Corpo d’Armata sostenne una tesi cara ai generali sconfitti: “Distrutto completamente il morale del paese, toltogli l’ideale e lo spirito di sacrificio, rovinata l’autorità e permesso che l’esercito venisse fischiato, non bisogna meravigliarsi che i soldati non siano più pronti al sacrificio. Questo stato di cose durava da molto tempo. Non è il regime che ne è responsabile. Il regime non è che una parola. Vi sono gli uomini […]. Il generale Touchon, comandante della 6a Armata e professore alla Scuola di guerra, se la prendeva con gli ufficiali delle riserva per i quali rimarcava la mediocrità del valore tecnico e sosteneva che la dottrina era sana: “Si può obiettare che era rigida, compassata soprattutto se rapportata a quella tedesca. […] In tutti i gradi il comando era per così dire nervoso. Fra gli ufficiali vi erano certamente elementi che non erano adatti alle funzioni di capi”. Touchon ricordò che solo il 23 marzo 1939 era stata approvata la legge che prevedeva l’obbligo per gli ufficiali della riserva di frequentare le scuole di perfezionamento, legge applicata solo l’anno successivo. Il generale Conquet acutamente osservò: “Questa guerra è stata molto favorevole alla rottura dei legami tattici a causa dell’aviazione che costringeva le truppe a disperdersi; di modo che, se male inquadrate, non si riunivano, e si arrivava al fenomeno della volatilizzazione”. Aggiunse poi che prima della guerra non erano previste mine antiuomo ma solo anticarro. Sulle mine colpisce il commento di Gamelin, massima carica dell’Armée: “Qui ci si trova di fronte a una veramente inspiegabile manchevolezza dei servizi competenti, tanto più che non si trattava di materiali complicati e che gli esplosivi non hanno fatto difetto […] non ho mai potuto spiegarmi le cause di queste gravi manchevolezze, che ho già definito come un vero e proprio fallimento”.

Il generale Keller, ex ispettore generale dei carri, citò cifre di fantasia. Parlò di 6.000/6.500 carri tedeschi con effettivi al completo, mentre la Francia ne poteva contrapporre 1.725 atti a fare la guerra. Aggiunse: “Tutto era male organizzato e non abbiamo saputo prevedere, nonostante che gli strateghi tedeschi non lo avessero mai nascosto, che i loro sforzi erano orientati per una guerra meccanizzata”. Quando il presidente gli domandò perché non erano stati fatti sforzi per recuperare lo svantaggio: “La ragione va ricercata nel fatto che non si credeva all’imminenza della guerra. Ciascuno sperava nella diplomazia. Ci si lasciava andare e si faceva il meno possibile”. Sulla divisione corazzata sensatamente aggiunse: “Non si crea una divisione corazzata semplicemente perché sono stati riuniti alla rinfusa da 200 a 250 carri armati”.

Il processo non ebbe lunga vita. Fondato sull’articolo 75 del codice penale: “Alto tradimento e complotto contro la sicurezza dello Stato a beneficio o d’intesa con una potenza straniera” dopo due mesi di sedute fu aggiornato e rinviato a data da determinarsi, secondo molti per il personale intervento di Hitler. .

Nel dopoguerra fu costituita la Commission d’enquête parlementaire sur les événements survenus en France de 1933 à 1945. Gli atti consistevano nel Rapport in undici tomi steso dal deputato Charles Serre e in nove tomi dedicati alle testimonianze dei protagonisti che andavano da Léon Blum a Weygand, da Daladier a Gamelin. Sui capi militari,Serre si esprime in modo pesante: “Nos stratèges n’etaient plus que de rats de bibliothèque” e accusa: “les généraux vainqueurs […] étaient restés rivés au système militaire del 1914, complété par les souvenirs de la guerre des tranchées”. Aggiunge: “I generali combattono con un telefono, una carta geografica e un tavolo”.

Causticamente il generale d’Astier de La Vigerie osserva a proposito dello stato maggiore nel 1940: “Facevano pensare ai miscredenti di pochi soldi che dopo aver sputato tutta la vita sul curato, lo reclamavano storcendo le mani quando sentivano approssimarsi la fine”.

Tutta la tragedia può con molta approssimazione essere riassunta nelle impotenti parole dello sconfitto generale Georges: “Il generale de Gaulle ha proposto un corpo corazzato; il generale Doumenc aveva già immaginato le divisioni corazzate. È stato increscioso che queste idee non abbiano avuto un seguito. Ma vi era un ministro della Guerra, un capo di stato maggiore generale, un capo di stato maggiore dell’Armée, un ispettore dei carri, il direttore della fanteria e della cavalleria […] Queste alte personalità e questi differenti organismi che dovevano valutare queste idee non erano sovente dello stesso avviso. Ci sarebbe voluto un capo che desse pugni sul tavolo e desse degli ordini. Questo a noi è mancato”.

Unica, validissima attenuante, fu l’esercito tedesco, il più formidabile strumento bellico del secolo XX. Uno strumento militare basato sulla superiorità della sorpresa e del fuoco in un determinato settore, su tre elementi: motorizzazione come mezzo di trasporto, meccanizzazione come mezzo di rottura, aviazione come mezzo di appoggio.

Lo storico americano Williamson Murray sintetizza il tutto: “In nessun modo l’esercito tedesco ricercò il cambiamento attraverso una rivoluzione tecnologica fine a se stessa. Quello che invece venne prodotto fu una combinazione sapiente di mezzi corazzati, potenza di fuoco, comunicazioni radio in grado di fornire la spinta propulsiva a una concezione della guerra, fermamente ancorata all’interno di una cornice di esperienze storiche ben definita”.

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GIORNALI E PERIODICI
Si è fatto lo spoglio di:
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Annales 1983-1984.
Civiltà cattolica 1951-1962, 1964-1967.
Clio 1965-2005.
Contemporanea 2001-2004.
Dèfense nationale 1979-1984.
Esercito e nazione 1926-1941.
Foreign affairs 1936-1949.
Italia contemporanea 1974-2005.
Il mulino 1951-1955, 2005.
Il movimento di liberazione in Italia 1949-1965.
Il politico 1952, 1954, 1962-1964, 1971-1976, 1980-1993, 1996-1997, 2000- 2004.
Il presente e la storia 1992-2005.
Journal of modern history 1974-1979, 1991, 1992.
La vita italiana 1930-1943.
Millenovecento.
Nazione militare 1936-1941.
Nord e sud 1974-1976.
Nuova antologia 1966-1985.
Nuova rivista storica 1917-1991, 2002.
Nuova storia contemporanea 1997-2005.
Past and present 1952-1996.
Rassegna degli archivi di Stato 1941-1994.
Rassegna di cultura militare 1938-1942.
Rassegna di politica internazionale 1934-1935.
Rassegna italiana 1918-1943.
Revue des deux mondes 1925-1940.
Revue d’histoire de la deuxième guerre mondiale, poi Guerres mondiales et conflits contemporains 1954-1956, 1958, 1966, 1969-1971, 1973-1977, 1979- 1995, 1997, 1998, 2000-2011
Revue d’histoire moderne et contemporains 1954-2002.
Revue de Paris 1939.
Revue française de science politique 1951-2002.
Revue historique de l’armée 1946-1960.
Revue internationale d’histoire militaire 1957, 1965, 1970, 1976-1978, 1980- 1985, 1987-1992, 1995.
Ricerche di storia politica 1986-2003. Ricerche storiche [Edizioni scientifiche italiane] 1971-1990, 1991, 1993, 1995, 1999.
Rivista aeronautica 1984-1986.
Rivista di storia contemporanea 1972-1995.
Società e storia 1978-1993.
Storia contemporanea 1970-1996.
Storia e memoria 1992-2000.
Storia e politica 1962-1976, 1980-1982, 1984
Strategic survey 1980-1985.
Studi storici 1959-1984, 1986, 2001-2004.
Studi storici meridionali 1981-1985.
Ventunesimo secolo 2002, 2003.
War in history 1996-2004. 202

Articolo di Emilio Bonaiti pubblicato grazie all'autorizzazione dell'autore